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Andrea Caterini
Italia

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Addio


Le moto, il biliardo, le canzoni di De Andrè, Endrigo, Morandi, Bobby Solo e Little Tony, le donne e gli amici, l’Italia che è l’umiltà e la verità di una provincia, e infine il desiderio di crescere in un sogno: «Per Carletto diventare grande voleva dire arrivare sulla vetta dove se ne stava il Tenebro», che era il più grande di tutti perché quegli anni li aveva attraversati cavalcando, ma che era morto in un incidente con la moto. Sono questi gli anni Sessanta raccontati nel nuovo romanzo di Aurelio Picca. Scritto precedentemente, ma pubblicato a un anno di distanza da Se la fortuna è nostra (2011), Addio, che è uscito in questi giorni da Bompiani, sembra iscriversi in quel filone di libri che l’autore ha iniziato a definire con l’affresco, tutto italiano e assolutamente privato, di Tuttestelle (un romanzo del 1998). Con Addio Picca ricorre nuovamente al suo alter ego, che in Tuttestelle aveva chiamato Alfredino e al quale qui dà invece il nome di Carletto. Come nel suo predecessore, anche in Addio è evidente che il personaggio di Picca interpreta una lingua, in forma di soggetto, che si ostina a rimanere giovane. La giovinezza è infatti per Picca la vera maturità da raggiungere, la vetta sulla quale dover restare. Addio, sotto questa prospettiva, non è un saluto definitivo agli anni Sessanta, quelli appunto in cui l’autore viveva la sua personalissima adolescenza, come se fossero perduti per sempre. Vuol dire invece eternarli in un abbraccio che li contenga e li faccia vivere ripetendoli linguisticamente.
Addio, quindi, va inteso come “a-Dio”, ovvero rimettendo tutto quello che siamo a una visione assoluta e immaginifica che contenga e faccia sopravvivere la nostra vitalità di ragazzi. Picca è lo scrittore contemporaneo che più di altri ha raccolto l’eredità di Ugo Foscolo. Lo stesso Foscolo che, per eternare il suo spirito malinconico e vitalissimo, raccontò la storia del giovane Jacopo Ortis, il quale scelse di terminare la vita lì dove sarebbe potuto restare per sempre quello che più desiderava essere: la vitalità stessa della sua giovinezza, la sua tragica ferita d’amore rimasta però eterna, nel canto della sua scrittura. E Picca, di rimando, scrive: «È in quegli anni che si gioca il destino. Non nella prima infanzia, non a vent’anni, ma tra i dodici e i quindici. È in questa stagione che torniamo a essere terra nelle mani del Creatore. Siamo tutto e niente; e in tutto o niente possiamo trasformarci. Alloggiamo nel nucleo di un big bang, anzi, siamo il big bang. Nell’assurda lotta di diventare grande al più presto, Carlo si rinchiudeva nella sua camera a stampare con la vernice sul muro le impronte delle mani e dei piedi». Sembra che Picca interpreti la scrittura come fosse l’agilità di un’azione che si compie con le «mani» e con i «piedi». Ma quell’azione appunto, è diventata un’impronta, ha lasciato un segno; se fosse un quadro avrebbe la velocità e la follia dei colori di Pollock e, al contempo, la minuzia, la precisione d’un pittore del Quattrocento fiorentino.
 


Aurelio Picca
Addio
Bompiani, Milano 2012
Pagg. 180, € 16,00

 

Addio - Bompiani (2012)
Addio
Aurelio Picca
Bompiani
2012
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