[A] Le recensioni di ClubDante

Yasmina Melaouah
Italia

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Niente si oppone alla notte


Un dolore pudico

Imboccare la via del racconto di sé è una strada difficile. Perché troppo facile. Di una facilità disseminata di insidie: viscere sbrigativamente esposte alle sguardo, abissi esibiti come il povero mostro di una fiera. E quando il cuore di questo racconto è un grumo di dolore l'impresa si fa tanto più delicata. Tanto più oggi, quando, per un testo autentico, si ha l'impressione che dieci siano una schiera di diligenti copie pensate a tavolino con sconcia freddezza.

Ecco perché parlare di un dolore personale è una strada difficile che occorre imboccare con l'occhio asciutto, quando ogni lacrima è stata versata, sorretti da una spaventosa onestà intellettuale. Lo fa Delphine de Vigan, autrice già nota in Italia per Gli effetti secondari dell'amore, nella bella storia terribile della vita e della morte della madre Lucile, suicidatasi nel  2008, a poco più di sessant'anni, dopo una vita devastata dal disturbo bipolare.

Parte asciutta e pudica, de Vigan, con poche parole con cui sembra schiarirsi la gola ancora stretta dal dolore. E parte dalla fine, dal giorno di gennaio in cui ritrova Lucile morta nel suo appartamento di Parigi, dove su un tavolo in fondo al letto ci sono una lettera e qualche regalo per le due figlie e i nipoti.  Se sulle prime questa morte pare inghiottire de Vigan in una voragine di silenzio e di angoscia, via via, fugando i dubbi, le titubanze (quanti libri, si domanda la scrittrice, si sono inoltrati su questo terreno minato?), ritrovando il respiro e la voce, sceglie di imboccare con le parole la strada per tornare a quella madre folle e bellissima, per non dimenticarla, per scavalcare quel cadavere livido e rimettere insieme i pezzi di una vita che è anche la sua.  

E ci racconta così, in una specie di racconto del racconto, la storia del farsi del libro: l'incedere doloroso, come sul filo di uno strazio sempre incombente, sopra una ferita che sembra destinata a non rimarginarsi mai e che le parole vorrebbero lenire, di cui soprattutto vorrebbero trovare un senso. De Vigan raccoglie lettere e documenti, disegni e filmati, ascolta testimonianze di familiari e amici, per rimettere insieme tassello dopo tassello la vita della madre.

L'ombra della morte incombe su Lucile sin dall'infanzia. Sulla grande rumorosa famiglia, sui tanti fratelli e sorelle, i lutti - incidenti, suicidi - gettano ben presto una luce dolorosa che smorza inesorabilmente l'atmosfera festosa, i giochi dei bambini, la generosità narcisistica del padre, pronto ad aggiungere un posto a tavola per un senzatetto come ad accogliere in famiglia un bambino maltrattato che finirà per essere adottato dalla famiglia.  L'infanzia di Lucile, bambina bellissima, ombrosa, silenziosa, è già una fotografia leggermente fuori fuoco: c'è una nota stridula nell'allegria di quelle tavolate, c'è una luce fredda nella campagna delle lunghe estati.

A vent'anni Lucile rimane incinta di Gabriel. Innamorati, i due si sposano e nasce Delphine. Entrata in scena, l'autrice prende rapidamente in mano il racconto in prima persona e questa prossimità di sguardo rende più affilati e più crudeli gli spigoli della realtà: è un'infanzia triste, con una madre giovane e sola e confusa, il viavai di amici, le canne, compagni che restano qualche anno poi se ne vanno lasciando la donna sempre più disorientata, in balìa dei demoni che di lì a qualche anno la condurranno al primo internamento, quando Delphine ha poco più di 13 anni.  Ne seguiranno altri, alternati a periodi di relativa tranquillità grazie ai farmaci che ormai Lucile prenderà per tutta la vita.

È uno strazio molto pudico, il racconto della discesa agli inferi di Lucile, cui seguono temporanee risalite durante le quali la donna vive: lavora, ride, mette i tacchi, si invaghisce del farmacista sotto casa, dipinge, riprende a studiare e riesce a conseguire il diploma superiore per  asistente sociale. E c'è rabbia e amore nelle parole pulite di Delphine, che riescono anche a raccontarci dettagli di un'epoca e  a mostrarci Parigi che Lucile ama percorrere a piedi. L’autrice tiene a bada con mano ferma il suo racconto, senza farne un esercizio letterario, lontana anni luce da quella autofiction che tanta controversa fortuna ha avuto e ha in Francia, ma senza mai indulgere nella pornografia del dolore. E ci restituisce a tutto tondo la donna spezzata che era sua madre, che era una madre, soprattutto una madre. Nella lettera lasciata alle figlie spicca una frase: "Voi siete le due persone che ho più amato al mondo, ho fatto del mio meglio, sappiatelo".

Spiace che una casa editrice importante come Mondadori abbia proposto di questo romanzo una versione italiana a dir poco approssimativa, frutto con ogni probabilità di una traduzione frettolosa, alla quale immaginiamo non sia seguita neppure una rapida lettura redazionale che senz'altro avrebbe potuto emendare trovate improbabili che gridano vendetta. Tralasciando la faticosa sintassi calcata goffamente su quella francese, potremmo citare moltissimi esempi dei veri e propri errori che meriterebbero un reclamo con richiesta di rimborso per merce difettosa. Non lo facciamo. Ma anche a nome di tutti i giovani che si impegnano con fatica e serietà nello studio e nella pratica della traduzione, vorremmo che questo nostro grido di dolore servisse a far ricollocare il lavoro sul testo (traduzione, lettura, revisione accurate) al centro delle "strategie" per  affrontare la crisi del libro e della lettura.  Tutto comincia sulla pagina ben fatta. Senza questo,  tutto il resto - pagine facebook, promozione del libro da parte degli editor su Youtube, eccetera - è  inutile, vano rumore di fondo.

 

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Niente si oppone alla notte - Mondadori (2012)
Niente si oppone alla notte
Delphine de Vigan
Mondadori
2012
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