[A] Le recensioni di ClubDante

Lorenzo Mari
Isole di Turks e Caicos

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Atti mancati


 

Se la critica letteraria italiana soffre, da qualche tempo a questa parte, dell’inflazione dell’espressione “oggetto narrativo anomalo”, la categoria diventa scarsamente praticabile anche nel caso – rarissimo e splendido – di quei testi che, invece, invocano a gran voce questa definizione.

È ad esempio un (vero) oggetto (poco) narrativo che (non) funziona (normalmente) il primo romanzo breve di Matteo Marchesini, Atti mancati (Voland, 2013). Ci si trova costretti a questa lunga e impronunciabile teoria di parentesi, approcciando il testo di Marchesini, per una lunga serie di motivi. 

Atti mancati, infatti, è un romanzo breve che, dietro un velo di narratività in crisi (o, per meglio dire, di “narratività critica”), ripropone, piuttosto, la materia testuale giornalistica e para-saggistica del precedente libro dell’autore, Bologna in corsivo. Una città fatta a pezzi (Pendragon, 2010), nonché il saggismo critico, a tratti irresistibile, di Soli e civili. Savinio, Noventa, Fortini, Bianciardi e Bellocchio (Edizioni dell’Asino, 2012).

La storia di Marco Molinari – probabile alter ego, per quel che conta, dell’autore – di Lucia e del loro gruppo di amici intellettuali è infatti una storia – tipicamente, verrebbe da dire – bolognese. La città emiliana, a tratti vera protagonista del romanzo, viene di nuovo “fatta a pezzi” sotto lo sguardo – essenzialmente satirico, ma non per questo moraleggiante – dell’autore. Tuttavia, ciò non avviene più nel senso ironico del libro precedente – che era, effettivamente, una raccolta di “pezzi”, ovvero di articoli pubblicati da Marchesini sul “Corriere della Sera”, edizione di Bologna – bensì nell’ambito di una feroce dolorosa dissezione del panorama culturale di una città che si trova a vivere una vita molto provinciale, pur fregiandosi di avere l’università più vecchia (ma, talvolta, anche la più decrepita) del mondo.

A contrastare questo scenario desolante, interviene con un forte, quasi soverchiante, gesto autoriale, il riferimento di Marchesini ai propri idola critici, da Nicola Chiaromonte a Franco Fortini, in un itinerario che attraversa l’esperienza dei “Quaderni Piacentini” e arriva a quella figura misteriosa – forse autobiografica, forse no (di certo il cognome, lievemente ridicolo, è stato pescato dal cilindro della fantasia) – che è Bernardo Pagi. Non si tratta, tuttavia, di padri-padroni, né di padri-padrini: Marco Molinari cerca una rete di protezione che è prima di tutto intellettuale e culturale (e quindi non politica, né amicale); inevitabilmente, questo tipo di protezione, che è materialmente molto fragile, lo lascerà poi, in chiusura di romanzo, nudo ed esposto. Anche Marco Molinari, insomma, è solo e civile, ma, nelle ultime righe, il protagonista si rivela capace, almeno, di eludere la propria perenne lotta con i fantasmi e di prendere in mano la penna per scrivere, facendo della propria esposizione al mondo un punto di forza, nella debolezza.

Poco più che trentenne, Marchesini sembra avere le idee molto chiare sul contesto geografico, storico e culturale nel quale va a inserire la propria narrazione. Le idee forse sono fin troppo chiare, in alcuni punti, togliendo ariosità al testo (come nelle righe iniziali, nel quale lo scrittore in pectore si interroga sulla propria “scarsità d’esperienza”, cadendo inevitabilmente nel dirupo che separa Walter Benjamin e Antonio Scurati) e creando contraddizioni (non è forse un caso dello “storicismo da camera da letto” tanto vituperato dal protagonista anche la stessa storia, per quanto metafisica e crudele, di Marco e Lucia?).

Ed è così che la narrazione procede in modo decisamente anomalo, non “funzionando” del tutto, a livello stilistico, ma rispondendo in pieno, e con esiti talvolta altissimi, al progetto intellettuale dell’autore: dopo un’accensione un po’ titubante, la parte centrale del romanzo esalta una capacità di scrittura che, tra dialoghi sostenuti e descrizioni precise, ma circoscritte, invita a divorare le pagine, per poi arrivare a una conclusione che pare, di primo acchito, smorzante e, invece – come si è già detto a proposito del gesto di legittimazione della scrittura da parte di Marco, che inizia, in chiusura di romanzo, a raccontare la propria storia – risulta essere, nell’economia del testo e del suo progetto, di grande importanza e valore.

Le anomalie strutturali rispondono, così, a strappi e a salti in avanti, ma con incredibile energia, alle anomalie culturali e intellettuali in cui sia Marco Molinari che Matteo Marchesini sono immersi. Lo sono anche molti dei lettori, costretti, forse, a sospendere un giudizio affrettato su un testo che “non ha il passo” né “funziona” come un romanzo, ma ha capacità figurali e di pensiero che sono tanto del saggio quanto – ed è questa l’ultima parola che si può dire, a proposito di Atti mancati – di poesia.

Ecco, Atti mancati non è un romanzo mancato, non è neppure, di converso, un saggio mancato. Entrambi sono generi riusciti, anche se in modo anomalo, se si parla del testo, perché Atti mancati è, prima di tutto, una poesia mancata.

Atti mancati - Voland (2013)
Atti mancati
Matteo Marchesini
Voland
2013
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