[A] Le recensioni di ClubDante

Yasmina Melaouah
Italia

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Dove ho lasciato l'anima


 

La ferita della guerra d’Algeria

 

Benché proprio quest'anno si siano celebrati i cinquant'anni dalla sua fine, la guerra d'Algeria è ancora oggi in Francia una ferita profonda, non rimarginata, infettata da spesse zone d'ombra che invano tentano di diradare, anche in tempi recenti, alcune nitide voci narrative (si pensi a Degli uomini, di Laurent Mauvignier), alcune accurate analisi storiche, qualche lodevole lavoro documentario (uno per tutti, L'ennemi intime, di Patrick Rotman). Uno spaventoso non detto ha pesato a lungo sulla coscienza della patria dei diritti umani: in quella guerra che non era permesso chiamare guerra (al punto che, mentre il sangue di algerini e di francesi scorreva a fiumi, in Francia si parlava degli "événements d'Algérie", i "fatti" di Algeria) una grande democrazia europea, appena liberatasi dall'occupazione tedesca, sul suolo algerino praticava sistematicamente la tortura con metodi così efficaci da far scuola presso le dittature dell'America latina, i cui generali si sono diligentemente istruiti alle tecniche francesi.

Proprio sulla tortura è costruito il rigoroso, coraggioso romanzo di Jérome Ferrari, che mette in scena due figure apparentemente antitetiche, in realtà speculari. Dopo molti anni dalla fine della guerra il tenente Andreani, all'epoca dei fatti a capo di un sezione speciale insediata in una villa sulle alture di Algeri dove si praticava la tortura, scrive al capitano Degorce. Entrambi hanno le mani insanguinate, entrambi sono scesi nell'abisso dell'inumano, ma il capitano Degorce era, forse, un'anima bella, ex-partigiano, ex- prigioniero a Buchenwald, sorretto da una solida fede, viveva la guerra con tormento, subiva la fascinazione del nemico, che agli occhi di Andreani era invece soltanto un nemico da sconfiggere con ogni mezzo e senza alcuno scrupolo. Poiché se il tenente è un personaggio cinico, umanamente rudimentale, politicamente impresentabile, la sua requisitoria nei confronti del buon capitano Degorce e dello "spettacolo ripugnante dei suoi tormenti" mette il dito nella piaga vera di ogni guerra, il cui orrore non è attenuato, ma semmai ingigantito dall'illusione che vi si possa conservare la propria umanità, se non addirittura la propria fede.

 

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Traduzione di Maurizio Ferrara

Dove ho lasciato l'anima - Fazi (2012)
Dove ho lasciato l'anima
Jérôme Ferrari
Fazi
2012
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