[A] Le recensioni di ClubDante

Bruno Arpaia
Italia

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Dal rumore bianco


Ingravoglia indaga

 

È tutto un brusio di lingua, un frinire di umori, di luci e presentimenti, un accendersi di guizzi e di rimandi, questo libro di Mariano Bàino, poeta tra i più bravi della scena attuale, ma capace anche di sempre più convincenti immersioni nella prosa, in qualcosa che assomiglia sempre più a un romanzo. Anzi, perfino a un romanzo di genere, a un noir, ma con ascendenze alte, altissime. Si chiama Ottone Ingravoglia, infatti, il suo vicecommissario di stanza alla Questura di una Napoli postbellica (perché la guerra a Napoli non è mai finita?), e non teme di confrontarsi né con l’Ingravallo del Pasticciaccio gaddiano, né con altri investigatori letterari.

Del resto, o forse: per contrasto, la Napoli in cui Ingravoglia si aggira assomiglia molto più a quella di Malacqua di Pugliese, che a quella di Ortese o La Capria. È una Napoli piovosa («Ma all’altro mondo ci sarà il vento? Se c’è un vento come quello di stanotte, meglio non morire. Una notte acerba, piena di ombre e di sbattimenti di infissi. E pioggia, acqua ventata, uno scrosciare senza fine»). È una Napoli lunare, porosa di tufo, assalita dalle portaerei americane alla fonda nel golfo, immeschinita dai maneggi del Comandante Lauro e dalle cariche della Celere contro gli operai dell’Italsider. A volte è una Napoli che sa di ospedale: «Formalina, tintura di iodio, fiori che si disfano al calore delle lampade, ai piedi delle madonnine di gesso». Forse è già marcia da sempre. «Non mi piace come me la sento sotto le scarpe», dirà il vicecommissario nella scena finale di una indagine difficile, anche se forse non poi così importante: il questore non lo ama (e non è riamato dal suo vicecommissario), per cui cerca di toglierselo dai coglioni. Eppure c’è una ragazza scomparsa da una casa signorile dell’hinterland, eppure forse nel caso è implicato il grande attore comico Titò De Cortis (maschera che non ride, e che qui, nel libro di Bàino, non fa nemmeno ridere), eppure un cadavere viene ritrovato in giardino…

Ma non è questo che a Bàino importa (e forse è un peccato, il solo peccato del libro: la trama è pur sempre uno dei tanti elementi importanti della narrazione… Perchè non curarla con lo stesso amore degli altri?): a lui, e anche a noi, importano le riflessioni, i brividi e le sensazioni di Ingravoglia nelle sue passeggiate o nelle sue conversazioni, importano le sue ironie e i suoi drammatici sarcasmi, importano quei dettagli fulminanti che accendono le pagine. Importano la lingua saporita, l’oscillare continuo fra prima e terza persona che sembra raccontare di più e meglio, dal di dentro e dal di fuori, il dottor Ingravoglia e i suoi «gliòmmeri». Ma anche Napoli. Quella di oggi, quella che forse è inutile cercare di capire, di sviscerare intellettualisticamente. What you see is what you get. Non c’è nulla di nascosto nelle sue miserie e nelle sue (poche) grandezze. Ingravoglia lo sa benissimo: «Il mio problema con Napoli è come viverci, come starvi dentro, non come capirla». Non è solo un problema suo.

 

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Dal rumore bianco - Ad Est dell'Equatore (2012)
Dal rumore bianco
Mariano Baino
Ad Est dell'Equatore
2012
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