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Silvia Albertazzi
Italia

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L'estate senza uomini


Lettrici complici

 

Ecco un libro da ombrellone intelligente. Una commedia in cui non succede nulla, tutto sommato piuttosto prevedibile, con tanto di lieto fine, la cui principale peculiarità risiede nell’esplicito tentativo dell’autrice di trasformare le proprie lettrici in altrettante complici, di portarle dalla parte di Mia, la narratrice protagonista, non tanto simpatizzando con i comportamenti e le reazioni emotive di quest’ultima quanto piuttosto approvando le sue riflessioni per lo più ironiche sul rapporto tra i sessi, soprattutto nel matrimonio. In altre parole, siamo di fronte a un romanzo in cui ogni lettrice è sollecitata a ritrovare qualcosa di sé, ovvero è chiamata in causa attraverso continui interventi autoriali. E se non bastano le osservazioni della narratrice a creare empatia, Siri Hustvedt inserisce delle vignette; e se ancora la lettrice non avesse capito di trovarsi, comunque, di fronte a un romanzo postmoderno, la protagonista non manca di interrompere il flusso della narrazione con riferimenti alle neuroscienze, citazioni d’autore, inserti di poesia.

D’altra parte, la trama, ridotta all’osso, è davvero poca cosa: una donna lasciata dal marito dopo trent’anni di matrimonio per un’amante molto più giovane, dapprima finisce in un ospedale psichiatrico, poi si riprende e decide di passare l’estate della sua convalescenza nel paesello sperduto dove vive l’anziana madre. Qui legge Jane Austen con le di lei amiche novantenni,  dà lezione di poesia a un gruppetto di tredicenni annoiate, fa amicizia con una giovane madre casalinga in perpetua lite col marito, e per finire risolve un caso di bullismo, anche grazie al ricordo di episodi analoghi di cui fu vittima nel periodo scolastico. “Scribacchina da intervalli rubati”, come nella miglior tradizione letteraria femminile, poetessa priva della canonica “stanza tutta per sé”, Mia si rende conto di aver lasciato che il marito “saccheggiasse” il suo cervello per rubarle le idee migliori; e tuttavia non può fare a meno di pensare continuamente a lui, riflettere sulla loro lunga unione, dapprima con rabbia e malinconia, poi sempre più ironicamente.

Non stupisce che qualsiasi lettrice più o meno coetanea della protagonista, più o meno coinvolta in un rapporto di coppia, più o meno frustrata nei propri desideri di autoaffermazione, finisca per sentirsi trascinata all’interno della vicenda, forse anche in virtù di quella mancanza di accadimenti che la rende così simile alla reale vita quotidiana. E il lettore maschio? Il problema, secondo Hustvedt, non esiste, perché gli uomini non leggono libri scritti da donne: “Se un uomo apre un romanzo, gli piace avere un nome maschile in copertina, in un certo senso è rassicurante. Non sai mai cosa può succedere ai genitali esterni se ti immergi in storie inventate da qualcuno che ha i preziosi all’interno”. Rimane un ultimo avvertimento per la lettrice: cercare di leggere il romanzo con occhio innocente, dimenticando, cioè, che l’autrice è la moglie di quel “noto romanziere americano” citato en passant nel testo come teorizzatore della “musica del caso”. L’estate senza uomini, letta come un romanzo (semi)autobiografico,  rischia di apparire soltanto una rivendicazione metanarrativa della superiorità di “quelli che passano in secondo piano”: il fratello minore, la moglie …

 

Traduzione di G. Guerzoni

 

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L'estate senza uomini - Einaudi (2012)
L'estate senza uomini
Siri Hustvedt
Einaudi
2012
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