[A] Le recensioni di ClubDante

Marco Archetti
Italia

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Acqua buia


L’invidiabile forza di Lansdale

 

Questa che state per leggere dovrebbe essere una – diciamo così - recensione di Acqua buia, il nuovo romanzo di Lansdale edito da Einaudi. Ma vi chiedo solo un attimo di pazienza, perché vorrei raccontarvi tutto dall’inizio.

Ho conosciuto Joe al festival letteratura di Mantova nel 2005. Quell’anno partecipavo come autore nella categoria “Scritture giovani” e, come previsto, avevo scritto un racconto sul tema (assegnato dal festival) dell’altrove: una storia comica ambientata durante una cerimonia funebre. La sera in cui la dovevo presentare al pubblico, seduto accanto a me c’era lui, Big Joe. Confesso che non avevo mai letto nulla di suo, e mentre aspettavamo che le ultime persone prendessero posto, ricordo che buttai un’occhiata al suo orologio; be’, che ci crediate o no, questo omone texano in maglietta nera, con la faccia larga e il sorriso da pizzicagnolo estroverso, ne aveva uno di Will Coyote. E fu in quel momento che decisi fosse un personaggio da tenere in considerazione.

Quando iniziò l’incontro pubblico, spese parte del tempo a sua disposizione per parlar bene del mio racconto, ma questo è secondario; quel che soprattutto conta è che raccontò di se stesso, della sua vita, dei duri lavori che gli era toccato fare prima di imporsi nella scrittura – tra questi ricordo il coltivatore di rose, il bidello, l’asfaltatore, lo spazzatore di carogne dalle autostrade – e in generale fu allegro, prodigo di consigli e dispensatore di umorismo. Mi stupii della sua briosa generosità, ma soprattutto del senso di familiarità che mi aveva suscitato dal primo istante, al punto che durante quella serata mi parve di essere lì con un mio affezionato parente, lo zio d’America pieno di carisma e sopraggiunto a darmi manforte e a manipolare la platea a mio favore. Quella sera decisi che avrei letto prestissimo qualcosa di suo – prestissimo volle dire già dal giorno dopo. Ma dopo aver dilaniato in una settimana La sottile linea scura, In fondo alla palude e L’anno dell’uragano, e avendone ricavato un godimento ecumenico di tutti i sensi, mi resi conto che non ne avevo ancora abbastanza. Dunque ruppi gli indugi: la sua opera completa sarebbe stata mia e avrei ingurgitato ogni riga che avesse scritto, bando alle ciance. Ma non è che lo decisi in senso stretto. Diciamo che mi ci trovai. Perché – ammettiamolo – questa è l’invidiabile forza di Lansdale: che si fa leggere senza che tu ti renda conto di leggere, che ti prende letteralmente per il bavero, e come accade ad Alice quando segue il coniglio e casca nel tunnel, ti risucchia gioiosamente. Tramonto e polvere (che incipit, accidenti), Cielo di sabbia (romanzo sul pulviscolo: scommessa vinta), Freddo a luglio (come smettere? Impossibile), Il mambo degli orsi (il più bello del ciclo Hap e Leonard), La morte ci sfida (zombie e cowboy: avrei voluto un pomeriggio di 24 ore per divorarlo d’un colpo), Maneggiare con cura (imperdibile postfazione sulla Bibbia) sono solo una parte di tutte le storie di questo autore che ho macinato febbrilmente. E non mi è costata la minima fatica, facevano tutto da sole: mi scivolavano dentro e io non dovevo fare altro che berle. Un po’ come mi accadeva, e ancora mi accade, con Dumas, con Twain, con Salgari.

Da pochi giorni è uscito un nuovo capitolo del Grande Romanzo di Joe. Che si intitola, appunto, Acqua buia, e su cui mi sono gettato come un gatto sulla vaschetta dei pesci rossi. Ma andiamo con ordine. Innanzitutto, la storia: tre ragazzini (Sue Ellen, Terry e Jinx) ritrovano il cadavere di un’amica (May Lynn) morta annegata in un fiume e zavorrata a una macchina da cucire. Poi, mappa alla mano – la mappa la rinvengono in un secondo momento –, scoprono un bel po’ di cose, compreso il posto in cui sarebbe seppellito un “tesoro”, tesoro di cui si impossessano con l’obiettivo di investirlo per portare le ceneri dell’amica – nel frattempo cremata con un lavoretto che definirei fatto in casa – a Hollywood, cioè laddove sognava di arrivare da viva, emancipandosi dalla vita avvilente del paesotto del Texas orientale in cui, negli anni della Grande Depressione, aveva avuto la sfortuna di crescere. Ma non tutto andrà per il verso giusto, e i tre ragazzi saranno inseguiti da una pletora di personaggi uno meno rassicurante dell’altro, fino all’epilogo, alla risolutiva resa dei conti e a una truculenta (ma inevitabile) amputazione – del passato, anche?

Romanzo di formazione, si dice. Romanzo gotico con sfumature horror, si è già scritto. Romanzo tipicamente lansdaliano, si commenterà. Peccato che io non sappia mai bene cosa si intenda con ciascuna di queste espressioni, in particolar modo quando si ha a che fare con quell’alchimista un po’ smargiasso di Joe. Pertanto direi che è un romanzo molto divertente, che cava la sua forza dall’atmosfera del profondo bosco, dalla mota limacciosa della palude e da un sinistro chiaroscuro notturno che ricorda certi torbidi fotogrammi de La morte corre sul fiume di Laughton. Ma che forse, per dirla fino in fondo, non sfrutta a pieno le golose potenzialità dell’inseguimento plurimo e risolve qualche situazione di troppo non tanto con l’intreccio o con colpi di scena davvero “agiti”, bensì con la confessione di qualcuno che, d’emblée, decide di parlare e di confessare la verità – si vedano i casi della madre di Sue Ellen e quello di Terry. Devo anche ammettere che dal personaggio di Skunk mi aspettavo qualcosa di più della fine un po’ beota che fa, e visto che siamo in clima di franchezza, come non aggiungere che mi sono un po’ stupito del fatto che la storia – contrariamente al solito – faticasse a ingranare per tutte le prime 60 pagine? Ma. C’è un ma. E cioè, che io amo quest’uomo. Cioè: amo com’è sulla pagina. Come la gremisce e la stira, come la inganna e la asseconda. Amo come gioca. Amo le sue finte di corpo, anche quelle meno agili – ma la zampata, lo sai, potrebbe arrivare girato l’angolo di ogni pagina. Lo amo anche quando si fa prendere dal volo pindarico laterale e si perde. Lo amo perché mi fa regredire all’infanzia e io me ne sto lì, coi miei tre anni appena compiuti, mentre mi racconta la storiella comico-paurosa prima della buonanotte. Lo amo quand’anche tira dritto laddove preferirei che indugiasse, o quando indugia e io vorrei piuttosto sapere come va a finire. Ma Joe è Joe, e se siete lettori che non si abbandonano (o narcoletticamente analitici), forse non fa per voi. Perché vedete, il punto è che con Lansdale, secondo me, non vale nessun discorso narratologico, è tempo perso. E poi mettetevi il cuore in pace: tanto vince sempre lui. Anche se lo so. Certo che lo so. So che a volte se la cava e porta a casa il risultato con qualche colpaccio smodato, un po’ troppo a effetto o non sempre di pregevolissima fattura; so che a volte sfiora il sublime senza mai toccarlo in pieno e tu stai lì a chiederti se ha già raccontato tutto o le prossime pagine ti riserveranno ancora sorprese; so che è discontinuo e bizzarro, troppo imprevedibile o troppo risaputo. Ma il punto è che è vivo, io non mi annoio mai di leggerlo e ne ho sempre fame. Alla fine è stato così anche per questo romanzo, opera di buon mestiere, in cui Lansdale è testardamente se stesso, nel bene e nel male. E poi Saul Bellow diceva che “ogni uomo ha il suo repertorio”, no? Ecco, Lansdale ha il suo, ormai lo conosciamo. Ma a me pare che a ogni libro abbia sempre qualcosa da svelarmi, e che mi ha tenuto in serbo dal precedente. Poi pazienza se non è così. Pazienza se la sorpresa è rimandata. Perché intanto passare il tempo con le sue storie è bellissimo: ci si sente irretiti dalla magia primaria del racconto, si ingurgita la vitamina originaria, ci si sradica dalla realtà e si entra in un turbine. E non so a voi, ma a me basta e avanza.

 

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Joe Lansdale

Acqua buia

Traduzione di L. Conti e C. Ujka

 

 

Acqua buia - Einaudi (2012)
Acqua buia
Joe R. Lansdale
Einaudi
2012
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