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Iaia Caputo
Italia

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I bambini della Ginestra


1972. Lillo ed Enza sono divisi da tempo da una distanza geografica, lui a Roma lei a Palermo, ma indissolubilmente uniti dall’aver vissuto quasi trent’anni prima, sincronicamente, quel che si definisce “la perdita dell’innocenza” ma che nel loro caso è stato qualcosa di più: un trauma irreparabile, la fine dell’infanzia, il capovolgimento di quel che ogni bambino considera immutabile: che i padri siano giganti immortali, per esempio, e le madri dispensatrici di verità, somme sacerdotesse della giustizia. Invece per  Lillo ed Enza il caso dispone che nel 1947 si trovino entrambi a Portella della Ginestra, forse la prima Strage di Stato di questo nostro Paese che dalle stragi sarebbe stato funestato ancora per mezzo secolo; così che su quel pianoro assolato e festante arrivano due ragazzini gioiosi e dallo stesso pianoro torna una coppia di creature ferite a morte. Lui, orfano di un padre del quale, dopo la furia delle mitraglie e dei proiettili, ritrova solo un corpo «sbattuto sui cuscini pungenti delle ginestre»; lei, che ha visto troppo e comunque quel che non doveva vedere, resta improvvisamente priva di ogni certezza quando, tornando a casa, per bocca della madre apprende che la «verità»  deve essere taciuta, meglio, dimenticata.
Dal legame sentimentale dei due sopravvissuti, Lillo figlio di contadini poveri, Enza appartenente alla media borghesia siciliana, prende le mosse quest’ultimo libro di Maria Rosa Cutrufelli, scrittrice di origini messinesi che da tempo si misura con il romanzo storico e con le storie della sua terra amatissima; per poi, con l’espediente del carteggio tra i protagonisti ricostruire con grande rigore documentale il processo-farsa agli esecutori della strage, la filiera ininterrotta di menzogne sul ruolo effettivamente avuto dal bandito Giuliano, fino alla sua morte che, quanto la strage, chiama in causa lo Stato e le sue trame, e la sua conclusione drammaticamente deludente (si ripeterà innumerevoli volte), con una verità giudiziaria che nulla a che vedere con quella storica e politica. 
Così, se non è con la Strage di Portella della Ginestra che Lillo ha perso l’innocenza, sarà il processo di Viterbo, iniziato tre anni dopo, a strappargliela per sempre: in quelle che sono forse le pagine più belle del romanzo, l’autrice segue con passione e com-passione vibrante l’arrivo dei «familiari delle vittime», ciò che diverrà con il tempo una moltitudine offesa: poverissimi, costretti a coabitare con una famiglia del luogo risparmiando anche sul necessario, il ragazzo e sua madre, donna dolente e fiera, accompagnata da una fiducia indomita nella Giustizia, assisteranno via via sempre più delusi e smarriti a quella che avevano immaginato come una catarsi e che invece si rivelerà una stanca parodia processuale. Sì, ci saranno dei «colpevoli», ma in quanto ai «responsabili», quelli resteranno accuratamente fuori.
Negli stessi giorni in cui arrivava in libreria il bel romanzo di Maria Rosa Cutrufelli, il Presidente Giorgio Napolitano, a Corleone, partecipava ai funerali di Stato di Placido Rizzotto, il sindacalista ucciso dalla mafia sessantaquattro anni prima. Sessantaquattro. Solo nel nostro Paese il Passato non passa mai: resta invece sempre incombente sul Presente, rimosso minaccioso, irrisolto e quindi eterno. Solo in Italia il Passato ha preso il posto che nelle culture antiche occupava il Mito: qualcosa da interrogare per trovare risposte che disvelino o rivelino la contemporaneità, nel nostro caso la sua limacciosa impermeabilità al cambiamento, il nepotismo delle classi dirigenti, la corruzione ormai divenuta metastasi dell’intero corpo sociale. Nel caso di Portella della Ginestra, scrive l’autrice citando lo studioso Francesco Renda, non si trattò di una strage come le altre, bensì fu «la sanzione, scritta con il sangue, di un nuovo equilibrio politico destinato a durare nel tempo».
Da questo punto di vista, ci ricorda la scrittrice siciliana, seppure il bandito Salvatore Giuliano e il massacro di Portella ci possano apparire oggi personaggi ed eventi quasi arcaici nella loro semplice brutalità, essi proprio nella distanza ci spiegano meglio di altri il destino italiano: il torbido fronte anticomunista che si compone nell’immediato dopoguerra tra Stati Uniti, servizi, mafia e immarcescibili uomini politici; la verità sempre sacrificata alla ragion di Stato, le risposte mancate alla richiesta di verità e di giustizia dei sopravvissuti per seppellire in pace le vittime. Solo quando la memoria è pacificata, sembra dirci Cutrufelli, si può lasciare andare in pace i morti e con loro il passato; solamente quando le menzogne sono state smascherate e dipanato il groviglio delle colpe e delle responsabilità, una comunità può dedicarsi serenamente a immaginare il futuro.
Forse, non a caso, in questo che è innanzitutto un romanzo civile, l’autrice immagina che Lillo sia divenuto uno storico e che solo trent’anni dopo quel massacro sia finalmente pronto a tornare nella sua terra per riuscire ad amare Enza. Ma certamente non è casuale che Enza e Lillo s’incontrino al Sasso Barbato, lì dove tutto era iniziato: ostinatamente convinti di voler vivere e, insieme, di non voler dimenticare.

Maria Rosa Cutrufelli
I bambini della Ginestra
Frassinelli,  Milano 2012-06-10
Pagg. 273, € 18,50

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I bambini della Ginestra - Frassinelli (2012)
I bambini della Ginestra
M. Rosa Cutrufelli, Maria Rosa Cutrufelli
Frassinelli
2012
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