[A] Le recensioni di ClubDante

Gianfranco Manfredi
Italia

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Tarzan. Racconti della giungla


Lo confesso: non avevo mai letto i romanzi e i racconti di Tarzan. Ovviamente conoscevo il personaggio, attraverso le trasposizioni fumettistiche e cinematografiche e l'ho sempre considerato un grande personaggio. Un uomo bianco nudo che in cima a un albero, in piena Africa Nera, si percuote il petto e urla come un gorilla. Non certo un'entrata in scena qualsiasi. Un personaggio così, nasce semplicemente apparendo e si imprime nell'immaginazione con una forza impressionante. Poi ci si ragiona su e sembra ancor più paradossale che il personaggio sia nato in un'epoca di colonialismo imperante e in particolare in anni in cui le esplorazioni africane non andavano più in cerca delle sorgenti del Nilo, ma dell'anello mancante tra l'uomo e la scimmia. Tarzan è questo anello mancante, ma sta al termine della catena, non al principio. Un novello Adamo selvaggio, un "eletto" che ricomincia da capo, cioè dalle scimmie, e impara molto da loro.
Appagato da questa originalità assai poco mainstream di Tarzan, non avevo sentito il bisogno di leggerlo così come uscito dalla penna del suo creatore Edgar Rice Burroughs, e forse anche per il timore che tale originalità mi apparisse offuscata da una quantità insopportabile di luoghi comuni, di improbabilità ingenue e infantili, espresse in uno stile letterario tanto popolaresco quanto approssimativo, così come lo stile cinematografico dei film di Johnny Weissmuller. Niente di più sbagliato. Pregiudizi vetusti di cui tutti siamo e restiamo prigionieri, soprattutto quando pensiamo di sapere tutto di un personaggio e di non avere bisogno di indagare oltre. Che poi l'oltre, in questo caso, è l'origine. Così, per farla breve, trovo in libreria la recentissima edizione Donzelli dei Racconti della Giungla di Tarzan (pubblicati in volume la prima volta nel 1919) e, complice il centenario della nascita del personaggio, decido di leggermelo e comincio in treno, come si fa per le letture poco impegnative.
Primo racconto: qual è il primo amore di Tarzan? Una scimmia. «Oh, sì, Teeka era davvero bella!» Amore deluso, perché Teeka a Tarzan preferisce lo scimmione Taug. Inutile per Tarzan cercare di conquistarla combattendo: a lei non piace un maschio senza peli. Tarzan diventa tristemente consapevole della propria diversità. Eppure si batte come le altre scimmie: uccide i nemici azzannandoli alla giugulare, spezzandogli l'osso del collo, umiliandoli con la sua agilità e la sua forza fisica, salva persino il suo rivale Taug, catturato dagli indigeni, cosa deve fare ancora per sentirsi accettato dalla comunità gorillesca? In un racconto successivo, Teeka, accoppiatasi con Taug, ha un figlio. Lo difende da tutti, anche da Tarzan che certo non vorrebbe portarglielo via, ma semplicemente rendersi utile come baby-sitter. Di nuovo deluso, Tarzan cerca un figlio tutto suo e va a rapire un ragazzino nero da una tribù portandosi il poverino tra gli alberi e cercando invano di insegnargli a vivere come una scimmia. Quello piange spaurito e non vede l'ora di ricongiungersi a mamma sua.
Non racconto altro per non togliere piacere e sorprese a chi non avesse ancora letto. Un racconto voglio però citarlo, perché spicca tra gli altri come una perla assoluta. Il Dio di Tarzan. Del suo genitore inglese Tarzan non ha memoria, è stato allevato dalle scimmie, però ha conservato qualcosa di lui: un coltello e dei libri, tra i quali un Dizionario. Tarzan cerca di imparare a leggere da solo. Si sforza di interpretare quegli insetti sparsi sulle pagine, che (ha perfettamente intuito) un significato devono pur averlo. Va un tantino fuori strada in quanto la sua prima deduzione è che le lettere maiuscole designino oggetti o soggetti maschili e quelle minuscole femminili. Comunque, piano piano, qualcosa comincia a decifrare. Convinto di dover partire dalle parole più semplici, cioè con meno lettere, si trova di fronte a quella più difficile di tutte: GOD. Chi è God? Siccome Tarzan ha una fortissima autostima, più forte delle continue frustrazioni subite, questo God vuole incontrarlo, sfidarlo e batterlo per dimostrargli d'essere più potente di lui. Ma dov'è God? Esiste davvero God? E se non esiste, allora cosa designa esattamente questa parola? Tarzan traduce il termine in lingua scimmiesca e ne viene fuori BULAMUTUMUMO. La traduzione, certo, non aiuta.
Non vado oltre perché vorrei lasciarvi scoprire il seguito da soli. Ciascuno di questi impeccabili racconti è un apologo, tanto divertito, quanto ricco di pensiero. Lo stile è di una pulizia mirabile, senza ridondanze, senza effettacci, senza la minima forzatura, limpido e scorrevole come acqua di fonte. Più leggevo e più avevo l'impressione che certi racconti o romanzi brevi di Italo Calvino, primo fra tutti per affinità tematica Il barone rampante, non sarebbero stati possibili senza la memoria, anche stilistica, del Tarzan di Burroughs. In proposito, la bella introduzione al volume, firmata discretamente B.L., ricorda le parole scritte da Dino Buzzati nel 1971: «Le droghe di Burroughs , in tanti anni, non hanno preso la muffa. Il suo ritmo narrativo, il taglio del racconto, le sorprese, i colpi di scena, il dosaggio delle tensioni drammatiche, l'alternativa delle gioie e dei dolori, delle speranze e delle delusioni, ancor oggi possono servire d'esempio agli specialisti di avventure.»
Sì, è vero, ma non si tratta soltanto di questo. Il fascino di questa lettura è anche stilistico. Davvero lo capiscono "gli specialisti"? Mi capita di trasecolare quando nella postfazione di Giuseppe Lippi a un altro romanzo di Burroughs (John Carter, Urania 2012) leggo: «Due dei più esperti critici italiani del settore, Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco, hanno scritto a proposito di Burroughs: 'Tutta questa massa di letteratura, che pure ha fatto vendere più di cinquanta milioni di libri, è quasi completamente priva di valore artistico... I suoi libri sono ottime opere per ragazzi, al livello, per fare un esempio italiano, del miglior Salgari’». Cooosa?! Adoro Salgari, per carità, ma un confronto stilistico con Burroughs è davvero improponibile: tanto è eccessivo, dilagante, carico, esasperato, eccitato, barocco e convulso Emilio Salgari, tanto è asciutto, sottilmente lirico, essenziale, lineare Burroughs. Salgari va in battaglia con un pugnale tra i denti, una pistola per ciascuna mano e se gli serve sguainare una spada è capace di inventarsi una terza mano. Burroughs vola con suprema eleganza tra un albero e l'altro, sospeso a una liana. E si tratta (come spiegano i racconti) di una liana da lui sapientemente intrecciata e usata come un lazo, non di una liana che si trovava già lì a disposizione come nei film (dove non si capisce mai dove diavolo stiano appese queste provvidenziali liane). Sorge dunque il dubbio che la mia deplorevole mancanza, confessata al principio (non aver mai letto prima Burroughs) sia assai condivisa dalla critica specializzata. Chiunque abbia occhi per leggere, non può pronunciare questi giudizi liquidatori, a meno che non abbia letto affatto.
Quanti pregiudizi continuiamo tutti a nutrire sulla narrativa d'avventura, persino gli appassionati? Ci siamo abituati a ridere in modo liberatorio di fronte all'affermazione di Fantozzi: «La Corazzata Potemkin è una cacata pazzesca!» È una risata innocente e tutto sommato innocua, in quanto si sa, e lo sa benissimo anche Paolo Villaggio, che La Corazzata Potemkin è un capolavoro. Ma se qualcuno dice: "Tarzan è una stronzata", non solo non fa ridere, perché si tende a considerarla un'ovvietà, ma fa anche danno, perché NON È VERO. Troppo spesso si parla di  merda perché ci si vive immersi fino al collo, al punto di non vedersi intorno altro. E allora, come terapia, vale sempre la pena di riascoltare de André: "Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior".
P.S.: un grazie particolare a Donzelli Editore per aver scelto coraggiosamente e acutamente di ripubblicare classici dell'avventura come questo, come già fatto più che lodevolmente con Scaramouche di Rafael Sabatini, romanzo che si apre con questa frase: «Era nato con il dono della risata e la sensazione che il mondo fosse pazzo». Chiamali scrittori di serie B! A scuola, ex-ragazzi!

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Edgar Rice Burroughs
Tarzan. Racconti della Giungla
Donzelli Editore, Roma 2012
Pagg. X-268, € 24,00

Tarzan. Racconti della giungla - Donzelli (2012)
Tarzan. Racconti della giungla
Edgar R. Burroughs
Donzelli
2012
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