[A] Le recensioni di ClubDante

Gianfranco Manfredi
Italia

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Macao. L'inferno del gioco


Maurice Dekobra, pseudomino di Maurice Tessier (1885-1973), fu autore popolarissimo tra gli anni ‘20 e ‘40: pubblicò 37 romanzi, tradotti in 77 lingue, e dai quali vennero tratti almeno 25 tra film e serie TV. Questo romanzo in particolare (Macao) venne portato sullo schermo da Jean Delannoy dopo innumerevoli traversie censorie: girato nel 1939, uscì nel 1942 in due differenti versioni, la più celebre delle quali con Eric von Stroheim. Spesso oggetto di furenti polemiche, sia in Germania che in Francia, Dekobra non può essere definito un autore “politicamente corretto”, ma sicuramente “di forte impatto”. La sua inclinazione agli scenari esotici e alle avventure diremmo oggi “multietniche” (putroppo per capirsi si è spesso costretti a usare espressioni orribili) o come si diceva ai tempi “cosmopolite”, produsse una “maniera” definita con il suo stesso nome: dekobrismo. Tra l'altro il nome d'arte Dekobra deriva da un'esperienza africana dell'autore che si imbatté in un incantatore di serpenti che faceva il suo numero con due cobra. Il che può rendere l'idea del suo manifesto. Di personaggi buoni, in Macao, non se ne incontrano, a parte la giovane giapponese Kasuko, “buona” solo in quanto ingenua fin quasi alla stupidità. Il taglio del racconto, rapido, incalzante, con dialoghi aforistici al punto giusto, descrizioni efficaci, ma mai sovrabbondanti, in un contesto più torbido che misterioso, immerso in un clima di incombente tragedia, può trovare un parallelo nel miglior James M. Cain (quello del Postino suona sempre due volte, per intenderci). Ma c'è in Dekobra un imprinting diverso che si coglie molto bene in questo Macao: gli intrighi e i capovolgimenti di ruolo tra i personaggi, la rete di inganni che tessono di continuo a spese gli uni degli altri, hanno un indubbio legame con un classico come Les liaisons dangereuses di de Laclos. Già Dekobra si era riferito, con trasparente graffio ironico, a quest’opera in un suo romanzo del 1920, Les liaisons tranquilles. La differenza è che in Macao non ci troviamo di fronte a intrighi cortigiani, ma a trafficanti d’armi, giocatori d'azzardo, pirati cinesi, ufficiali prussiani, gangster giapponesi, jazzisti di New York, taxi-girls, avventuriere russe, affaristi malesi, che si incontrano e si scontrano nella cornice di quegli sfolgoranti locali notturni orientali (di Macao, Shanghai, Singapore) che furono la vera culla del multiculturalismo moderno. Una simile galleria di personaggi potrebbe far temere un racconto caotico, e invece è mirabile come Dekobra riesca, con pochissime pennellate, a rendere il carattere di ciascuno, e a condurre la vicenda con un ritmo e una linearità assolutamente "cinematografici", il che non significa affatto scrivere come se si stesse scrivendo una sceneggiatura, perché anzi l'attenzione stilistica è sempre molto alta. Per quanto non si tratti affatto di un racconto spionistico, questo mix tra esotismo, case da gioco, tradimenti e omicidi, è un sicuro precedente della narrativa alla James Bond, ma con un tratto particolarmente urticante in quanto, come ho detto, qui il "buono" non esiste e nessuno, ma proprio nessuno, si batte per una causa o “al servizio” di qualcun altro da se stesso. Riletto a distanza, e anche senza avere dimestichezza con i luoghi e l'epoca, Macao non perde nulla della sua efficacia e neppure di attualità, se si considera quanto siano ancora al centro dell'attenzione, anche giornalistica, il mondo “oscuro” dell'affarismo internazionale e le tante vicende di trafficanti e mediatori di vario genere implicati in un indistricabile intreccio di miserie individuali, personalità borderline, vite spericolate dedite indifferentemente a commerci sessuali, gioco d'azzardo, trattative con capi di stato e gruppi criminali, nella disperata determinazione a osare l'inosabile, vivere nel lusso più dissennato e precario, e riuscire a portare a casa la pelle. A chi volesse approfondire il contesto storico e culturale cui fa riferimento Macao, consiglio lo splendido saggio di Andrew David Field, Shanghai's Dancing World - Cabaret Culture and Urban Politics, 1919-1954 (Chinese University Press, Hong Kong, 2010). Ma qui vorrei soffermarmi su una questione estrinseca al romanzo e che mi dà da pensare, tutte le volte che l'editoria riscopre un autore dimenticato. Fino a oggi, eravamo abituati ad attenderci riscoperte “preziose”: l'autore geniale, troppo avanti rispetto al suo tempo, riscoperto postumo e colpevolmente ignorato dai suoi contemporanei. Oggi, forse complice la sete di best-seller, si tende sempre più spesso a ripubblicare autori che nella loro epoca erano popolarissimi (Dekobra vendette più di 95 milioni di copie!) e che un decennio dopo la loro morte, a volte persino prima della loro morte, improvvisamente hanno conosciuto l'affronto, o il semplice scacco, dell'oblio. Be', con l'oblio non si discute, a chi tocca tocca, è una sorta di legge della Storia. I posteri ci appaiono Giusti e Illuminati quando rendono popolare uno scrittore nella sua epoca trascurato, mentre ci appaiono (e sono) semplicemente Normali quando ignorano qualcuno che nella sua epoca è stato baciato, magari anche a dismisura, dal successo. Un lettore che vada alla ricerca dei best-seller del passato, può persino risultare patetico al comune buon senso intellettuale: già un lettore colto (o che si ritiene tale) presta poca attenzione ai best-sellers del suo tempo, per quale perverso motivo andarsi a dannare con quelli del passato più o meno remoto? Però chiediamocelo: è sensato questo atteggiamento di disdegno aprioristico per i tanti autori che nel loro tempo hanno “fatto tendenza”? Per frugare nei più occulti ripostigli alla ricerca di gemme preziose, non stiamo trascurando la lettera rubata che è lì, un po' sgualcita, ma in piena vista, nell’apposito raccoglitore? Molta editoria, anche piccola editoria indipendente di qualità, ha cominciato a fare un lavoro di riscoperta del già noto, e oggi non più noto. Questo sforzo va segnalato e, a mio avviso, incoraggiato. Quando si pretende di fare sempre il bagno nel latte, si rischia di dimenticare il sollievo di riscoprire l’acqua calda. Da questo piacere, che è il puro, semplice piacere della lettura, può arrivarci un surplus di consapevolezza. Può, nel caso di Macao, ri-suscitare un po’ di fiducia sul ruolo della narrativa popolare nell’esplorare e nel rendere noto ed espressivo, ciò che il Gusto Medio Contemporaneo e Postumo è abituato a ignorare. Ovvio che, in questo campo, le scelte debbano essere particolarmente oculate, perché non è tutto oro ciò che luccicava, ma dimenticare troppe cose di oggettivo rilievo, di sicuro, non è segnale di una mente in salute. Sia chiaro che questa noticina non intende essere polemica contro alcuno. Come potrei? Ignoravo del tutto l’opera di Dekobra, serbando soltanto un pallido ricordo del film tratto da Macao. Ringrazio dunque Excelsior 1881, per averlo riproposto all'attenzione.
Macao. L'inferno del gioco - Excelsior 1881 (2012)
Macao. L'inferno del gioco
Maurice Dekobra
Excelsior 1881
2012
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