[A] Le recensioni di ClubDante

Silvio Perrella
Italia

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Qualcosa di scritto


“Cosa vogliono da noi i morti?”, si chiede Emanuele Trevi in Qualcosa di scritto. Goffredo Parise ci ha insegnato che i morti non muoiono mai del tutto. È per questa ragione che a volte possiamo comunicare con loro. Come? Scrivendo, per esempio.

Trevi ha già dato prova di essere sensibile al dialogo con i morti. Ma sinora si era cimentato soprattutto con le figure di amici andati via prematuramente.  Adesso, invece, cerca di  stabilire un rapporto con Pier Paolo Pasolini, in questo suo libro sempre evocato solo con le iniziali, come si trattasse di una formula alchemica, non di un semplice  nome e cognome. E lo fa mettendosi  “all’ombra  di quella Cernobyl mentale”  che egli ritiene sia stata Laura Betti, soprattutto nel periodo in cui ha collaborato con lei lavorando al Fondo Pasolini di Roma.  La presenza ingombrante della “Pazza” - così presto la chiama tra sé e sé -, gli suscita pagine esilaranti e perspicaci, e va trasformandola nel suo medium.

Insieme a lei lo spettro di P.P.P. gli sembra a volte “più reale e presente dell’aria stessa che respiravo”: “Come una calamita, anche dall’altro mondo, anche da sotto terra P.P.P. continuava ad attirare a sé la sua limatura di ferro. Univa destini estranei e lontani”.

Con “qualcosa di scritto” Pasolini si riferiva a Petrolio, l’opera che la morte violenta ha lasciato incompiuta. Trevi equipara Petrolio  a una “bestia selvaggia” e precisa che si tratta tecnicamente di “un’iniziazione”.

“Qualcosa di scritto”:  sembrerebbe una generica formula di sottovalutazione. Invece è esattamente il contrario. Significa abitare una terra di nessuno, così radicalmente disabitata che non si riesce a definire con nettezza;  e soprattutto significa per Pasolini un’abiura di tutto quel che si è fatto prima.

Si tratta di un gesto violento: violento innanzitutto verso se stessi. Ma se si trattasse solo di una questione personale avrebbe un interesse parziale e limitato. Invece il vero morto che Trevi interroga, interrogando Petrolio, è il Novecento. Il secolo insieme breve e lunghissimo “stava finendo davvero”, restavano “solo gli interpreti, gli infelici eredi, piegati sotto il peso di ricchezze fuori corso, che mai sarebbero riusciti a spendere”.

E’ inutile dire che alcuni di noi, nati poco dopo la metà del secolo scorso, sono tra gli infelici eredi di cui parla Trevi. In questo senso, pur nella sua idiosincratica  singolarità, può essere considerato un libro collettivo. Ognuno di noi potrebbe annoverare nella propria bibliografia un libro simile. E risiede anche in ciò la sua fertile rilevanza.

Si può più o meno essere d’accordo con l’interpretazione che Trevi dà di Petrolio (e a me sembra convincente, oltre che affascinante, e inoltre libera Pasolini dalla monomaniacalità sessuale), ma quel che conta è il gesto che lui compie scrivendo. Il gesto di chi non vuol proteggersi, che non teme l’insulto insistito della “Pazza”, perché intuisce che è molto più importante continuare nell’esplorazione del “periplo delle pareti, umide e buie come si addice a tutti i sottosuoli, del mio carattere”.

Anche in questo caso, se si trattasse solo del periplo nell’oscurità caratteriale di un solo individuo, l’interesse generale scemerebbe di molto. Quest’individuo però s’inizia alla lingua della letteratura. Vuol lasciare a sua volta “qualcosa di scritto”.  E ci prova a tentoni: a volte è umile, altre allucinato. Ma provandoci la lingua gli fa sfondare quelle pareti umide e buie.

Ed è costretto a chiedersi quale consistenza abbia il suolo su cui poggia i piedi, e non può non forgiarsi uno sguardo verticale che tenga conto non solo del mondo “salvato”, ma anche e soprattutto di quello “sommerso”. In questo senso le pagine dedicate a Roma e al quartiere Prati sono bellissime, da antologia: “Bisogna avere speso molto tempo ad osservare questi edifici, che sembrano sempre ostentare una specie di disperata solennità, per iniziare a capire il loro vero scopo e la loro vera natura. Solo in apparenza i vecchi palazzi di Roma sono fatti per essere abitati. È vero che ci si trascorre la vita, ci si ama, ci si muore come altrove. Ma poi, basta camminare in questi lugubri quartieri barocchi una sera d’inverno, quando non c’è altro rumore che quello della pioggia che cade, e non c’è gente in giro... e quei palazzoni appariranno per quello che sono: delle porte, delle sontuose botole degli Inferi...”.

Sotto il suolo stradale, al di sotto delle portinerie, oltre le cantine, di nuovo Trevi cerca un varco che gli consenta di avvertire la presenza inquieta dei morti: “Da laggiù, da quel groviglio di oscurità e privazione salgono miasmi così potenti da raggiungere il mondo dei vivi, così sottili e insidiosi da penetrare i muri, infilarsi nei tessuti, stendere invisibili pellicole sui cibi, sulle piante, sui tessuti”. Esattamente come Petrolio e Salò, che servono a Pasolini come “due teste di ponte, due maniere per proiettarsi oltre i confini della sua stessa vita, per adottare il punto di vista di un morto”.

Si tratta forse dell’ultimo punto di vista del Novecento? Basti pensare che la prosa finale di Palomar, l’ultimo libro di Italo Calvino, s’intitola Come imparare ad essere morti.  E basti pensare al Parise che in una sua poesia vuol scrollarsi di dosso la polvere della Storia. Tra le abiurie di Pasolini, i commiati di Calvino e gli addii di Parise si stringe il cerchio del Novecento. Non è l’unico, non è il solo, e poi i cerchi possono riaprirsi in ogni momento, quando meno te lo aspetti. Ma è quello che noi infelici eredi più di frequente abbiamo incontrato.

Pur non dandolo a vedere, con postura garboliana, Trevi si prova a riattivare  le energie che stanno in letargo sia nel linguaggio sia nella realtà. Lo fa componendo un libro fatto di lasse, quasi senza a capo. La pagina comincia e finché non si rompe la voce continua ininterrotta. Poi si ferma nel riposo del bianco. E così da capo. Fino a giungere a perforare il tempo e a mettersi in relazione con lo spazio arcaico della Grecia in cui si celebravano i riti eleusini, riti d’iniziazione dove i confini del proprio sesso d’origine venivano varcati in spericolate metamorfosi, molto simili a quelle che Pasolini aveva fatto compiere alle sue figure mentali.

Sono poche pagine finali, una sorta di reportage straniato e terminale. Lungo il percorso che porta il narratore alla meta sacra, tutto è stato aggredito dall’indifferenza e dalla produttività vacua di chi deve colonizzare il mondo della superficie. Ciò non significa che la presenza del sacro non la si avverta più. E lì, eccome, simile alle “radiazioni di un antichissimo disastro nucleare”.

È così che Qualcosa di scritto si congeda da noi.

 

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Qualcosa di scritto - Ponte alle Grazie (2012)
Qualcosa di scritto
Emanuele Trevi
Ponte alle Grazie
2012
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