[A] Le recensioni di ClubDante

Paola Mastrocola
Italia

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Un incantevole sogno di felicità. Nabokov, le farfalle e la gioia di vivere


Un libro su Nabokov? Sì, un libro su Nabokov. Ma soprattutto il libro di una persona che ha amato molto leggere Nabokov: la storia del suo modo di leggerlo, e del suo amore. La storia di come una lettura diventa amore, di come leggere sia amare. Leggendo, si arriva ad amare. Si ama il libro, cioè le parole, le pagine, le frasi, le metafore, le immagini, ciò che non capiamo leggendo. Ma anche, in modo indistricabile, l’autore: la persona fisica che è l’autore, come si veste, come parla, come e dove scrive, cosa fa nella vita quando non scrive, dove vive, con chi. Il libro e chi l’ha scritto diventano, nella testa di chi ama (di chi legge amando) un tutt’uno. Culto dell’autore? No, non direi. Certo, si amano anche le foto di un autore che si ama, anche le foto da bambino, quando non era ancora l’autore che avremmo poi amato. Si rincorrono le interviste, le lettere, gli scritti rari, i video, le memorie, i diari, gli appunti, le varianti: ogni traccia che lui lascia di sé nel mondo. Ma in realtà è più il culto di noi stessi. Noi amiamo noi stessi attraverso l’autore che amiamo. È una sorta di identificazione? Sì. Anche qualcosa di più. È un’identificazione che però non è una sovrapposizione: i due restano due, lettore da una parte, autore dall’altra. Identificati, ma divisi. Voglio dire che non è lo specchio d’acqua in cui si butta Narciso e annega, ecco. L’altro è davvero un altro.

Ho pensato alla critica letteraria, leggendo questo bellissimo libro. Una volta pensavo fosse il mio mestiere: ho passato una ventina d’anni a scrivere di critica letteraria, da Dante al Novecento. Era bello, mi piaceva. Si tratta di scrivere su altri che hanno scritto. Scrivere intorno ai libri altrui. Raccontarli, ma anche ripensarli e riscriverli, in un certo senso. Allora, quando lo facevo io (dall’Ottanta al Duemila, più o meno) era un esercizio tecnico e colto. Poco divulgativo. Si studiavano i libri di critica altrui, si citava, si disquisiva su un dettaglio, un verso, una metafora, un aggettivo. C’era, forse, un eccesso di erudizione e letterarietà. Però era un bel mestiere, un po’ a circuito chiuso, un po’ autocompiaciuto, ma di grande soddisfazione. Ci si parlava un po’ tra addetti, ma si era molto felici di essere addetti, ecco, qualcosa del genere. Oggi non so. So che c’è un gran dibattito sulla critica letteraria, se esista ancora e cosa diavolo stia facendo. Non lo so, ho preso, dal duemila, le distanze. Per varie ragioni non è diventato il mio lavoro, ma penso che sia stato un bene: non avrei retto questo continuo parlarsi addosso e non arrivare mai alla gente.

Lila Azam Zanganeh secondo me fa diverso, fa una critica letteraria narrativa, tutta sua. È un’ottima alternativa, indica un’altra via. Il suo libro su Nabokov è prima di tutto un libro suo, su di sé. Alla fine noi sappiamo qualcosa di più di Nabokov. Sì, certo; ma sappiamo soprattutto qualcosa di lei, in quanto lettrice di Nabokov e poi scrittrice su Nabokov. Lo scrittore e il suo lettore sono, anche, due vite che s’incontrano. Si richiamano nelle analogie, si contrappongono nei contrasti. Chi legge cerca la sua vita nella vita di chi scrive, trova conferme, identità, coincidenze. Parla dell’altro parlando di sé (io qui per esempio sto cadendo in pieno nello stesso inghippo: non parlo del libro che recensisco, ma di me che ho letto quel libro. Leggere è un gioco di specchi, alla fine non si sa più di chi si tratta, chi è l’uno e chi è l’altro e chi sta guardando chi. Fa parte del gioco).

Nabokov è un esiliato, scappa  dalla sua Russia a vent’anni, vive a Londra, Berlino, Cambridge, in America, in Svizzera e non tornerà mai più in Russia. Scriverà in inglese. Lila Azam Zanganeh è anche lei un’esiliata: nasce a Parigi da genitori iraniani, vive a New York, scrive in inglese. Tutti e due hanno perso una terra e una lingua, la loro lingua-terra madre. Questo soprattutto vuol dire, per uno scrittore, essere esiliato: scrivere per sempre in una lingua che non sarà mai più la sua.

Quanto conta, per scrivere, la nostalgia? Scrivere comincia sempre da un esilio? Si scrive perché si è esiliati? Così ci hanno insegnato Dante, Foscolo e l’albatros di Baudelaire… Dunque, l’amore per le Lolite dodicenni è la nostalgia dell’infanzia? L’infanzia coincide sempre con la propria terra. La giovinezza e la maturità sono l’esilio: la cacciata dall’Eden?

Scrivere è, anche, gioco, qualcosa di molto giocoso. È felicità.

L’idea centrale di questo libro è la felicità. La felicità di scrivere. E di leggere. Nabokov in questo senso è il modello: lui è lo scrittore felice. Non nel senso che scrive storie felici con personaggi felici. Nel senso che scrivere è la felicità di riscoprire ogni volta il mondo, di vederlo con stupore, meravigliandosi dei dettagli, facendosi portare da stradine laterali, analizzando col microscopio. In poche parole, è acchiappar farfalle. Questa è la felicità, ovvero estasi, ovvero beatitudine: blazenstvo, in russo. Nabokov ha cacciato farfalle tutta la vita (nel libro ci sono tante foto di lui con in mano il suo enorme retino per farfalle). Lila Azam Zaganesh alla fine del libro ci dice che a un certo punto anche lei si è armata di retino ed è andata nel mondo a cacciar farfalle…

Scrivere è come fare l’entomologo: è nominare e classificare. È osservare. Il centro di questo libro è qua: la felicità di osservare, dettagliatamente. Di lì la scrittura, che poi è solo un modo di guardare. Questo pensiero mi piace, lo diceva anche Henry James. Credo che sia il fulcro di ogni scrivere: guardare. Il modo di guardare le cose, l’angolatura, la distanza o vicinanza dell’occhio. I dettagli. I nomi. Dare i nomi alle cose. Così si reinventa il mondo. Scrivere è sempre reinventare il mondo, dice Lila-Nabokov: re-incantarlo. Il titolo originario del libro è The Enchanter. Nabokov and Happiness. Enchanteur, incantatore.

Leggere è la stessa cosa: non è certo un passatempo o intrattenimento, è compartecipare a una creazione che è sempre reinvenzione del mondo; è riconoscersi in colui che crea e reinventa e reincanta, in quel qualcuno che ha compiuto l’opera di reinvenzione solo un attimo prima di noi. Noi lettori veniamo dopo, ma facciamo la stessa opera. L’autore è solo colui che l’ha fatta prima, e l’ha fatta per noi, perché noi ci riconoscessimo in un tempo successivo, tutto qui. È nel tempo successivo che avviene l’incontro, cioè la lettura. Chi scrive quindi prevede. Auspica e in qualche modo predispone l’incontro: con qualcuno che non conosce, che arriverà, ma che lui NON incontrerà MAI (questa è la magia della lettura: aspettare qualcuno che arriverà ma che noi non vedremo mai).

 Nabokov muore dieci mesi prima che Lila nasca: i due non si incontreranno mai. Ma Nabokov aspettava Lila, le aveva predisposto la sedia su cui sedersi davanti a lui, in una casa sul lago di Como, in una tarda mattinata di pioggia verde. Dieci anni prima che lei nascesse...

 

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Un incantevole sogno di felicità. Nabokov, le farfalle e la gioia di vivere - L'Ancora del Mediterraneo (2011)
Un incantevole sogno di felicità. Nabokov, le farfalle e la gioia di vivere
Lila A. Zanganeh
L'Ancora del Mediterraneo
2011
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