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Elsa Osorio
Argentina

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Il resto è silenzio


Tre narratori a bassa voce e un segreto

Tre narratori nell'intimità di una famiglia, tre narratori a bassa voce: Tommy, il bambino di dodici anni con una malattia congenita al cuore, Juan, suo padre, chirurgo cardiovascolare, e Alma, la seconda moglie di Juan. E un segreto ben custodito che il bambino scopre casualmente nelle prime pagine: sua madre non è morta per una malattia, come egli credeva, ma si è suicidata. Parole e silenzio. «Le parole, a volte, sono come frecce. Vanno e vengono, feriscono e uccidono, come le guerre», questa è la frase che apre il romanzo.

Tommy non può chiedere a nessuno perché e come si è uccisa sua madre. Tutti si vogliono bene in questa famiglia, però muri invisibili di parole, dette e taciute, li separano sempre di più. E il lettore vive il tutto nell'alternarsi delle loro voci, assemblate con maestria: usciamo dal racconto di Tommy e Alma riprende dalle ultime scene dello stesso luogo, però dalla sua prospettiva, per poi passare il testimone a Juan. Lui deve operare un ragazzo che soffre della stessa malattia di suo figlio, e questo fatto riaccende il doloroso passato. Anche Alma evoca diversi momenti del suo passato, il primo amore, l'inizio della relazione con Juan. Così il lettore è coinvolto in una realtà che passa da un narratore all'altro e, mentre accompagna il bambino nelle vicissitudini della sua indagine, ricostruisce le linee della storia che conducono al presente. Un segreto porterà a un altro: la sua origine ebrea, e, lungo il cammino, varie rivelazioni. «Io so che il silenzio, quando non lo conosci, fa paura» dice il bambino, un filosofo che inquieta con le sue verità. Con la sua spaventosa lucidità, la sua sensibilità, Tommy ci cattura fin dalla prima pagina, tanto quanto nelle ultime il suo silenzio non potrà che che farci male. Alma e Juan sono personaggi complessi, sfaccettati, che in alcuni momenti del romanzo suscitano ammirazione e irritazione in altri, proprio come nella vita.

Con un linguaggio misurato, calmo, Il resto è silenzio riesce a tendere fino al limite la corda dei sentimenti, lo leggiamo con un nodo in gola. E, tuttavia, è il pudore a reggere questo romanzo. Tre narratori a bassa voce, ma quel silencio, quella non voce dell'ormai amatissimo Tommy, è un urlo. «Un grido si fa strada lungo il mio esofago» dice Juan. «È un urlo dalla strana tonalità, profondo, che esplode e mi attraversa dalla testa ai piedi e poi resta lì a vibrare con tutta la sua intensità». Passare da Alma a Juan, e da Juan ad Alma, e ancora una volta a Juan, ad Alma, dopo che l'autrice ci ha condotto dall’inizio del romanzo attraverso l'alveo delle tre voci, è sconfortante, ci fa vivere nella parola e nell'assenza della parola - nel silenzio - il dolore dello scioglimento. «Il silenzio ci blocca, un silenzio nel cui fondo ronzano i nostri respiri». Non ci resta, come al protagonista in questo compassionevole finale, che afferrare il filo – della parola – per uscire dal labirinto. Come dice Silvina Ocampo alla fine di El pecado mortal: «Come hai fatto a sopravvivere? Soltanto un miracolo può spiegarlo: il miracolo della misericordia».

 

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Il resto è silenzio - Piemme (2012)
Il resto è silenzio
Carla Guelfenbein
Piemme
2012
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