[A] Le recensioni di ClubDante

Silvia Albertazzi
Italia

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Belli e perdenti. Antieroi e post-eroi nella narrativa contemporanea di lingua inglese


Una vita del tutto priva di “frenesie impreviste” è quella di Rob, il protagonista del più famoso romanzo di Hornby, High Fidelity (Alta fedeltà, 1995), un giovane fanatico di musica rock, che gestisce un negozio di dischi dal significativo nome di Championship Vynil a Londra (i cd sono banditi dal suo catalogo) e passa il tempo a classificare ogni avvenimento, ogni situazione, secondo una personale hit parade: si va dalle cinque più dolorose rotture sentimentali alle cinque canzoni più significative che hanno per tema la morte, dalle cinque regole per incidere una perfetta compilation alle cinque frasi che si vorrebbero sentir pronunciare al proprio funerale, e così via, in un susseguirsi di top five che sottolineano l’ambiguità di tono del romanzo, sempre in bilico tra la risata e il pianto, come ci si può si può aspettare da una vicenda che Bill Buford ha potuto icasticamente riassumere in questo modo: un tizio patetico e sgraziato, malvestito e con poca cognizione e nessuna ambizione, viene scaricato da una talentuosa e affascinante donna in carriera […]; diventa ancor più patetico, si veste ancor peggio, diventa ancor più sgraziato … e in qualche modo recupera la ragazza. “Poca cognizione … nessuna ambizione”: è il ritratto del tipico perdente degli anni Novanta. Tanto tipico che, una volta trasferita sullo schermo, la vicenda, così tipicamente londinese sulla pagina, potrà essere trasportata a Chicago senza minimamente alterare la figura del protagonista e dei suoi improbabili amici – tutti, come lui, persi tra classifiche d’ogni genere e vinili. Forse ancor più che Febbre a 90’, Alta fedeltà presenta un personaggio in cui qualsiasi lettore può riconoscersi e qualsiasi lettrice può ritrovare tratti del proprio amico, compagno, fratello. E’ proprio su questo minimale choc da riconoscimento che si regge la popolarità di Nick Hornby, quasi a suggerire come, a fine millennio, l’universo (almeno quello maschile) sia popolato da perdenti, insicuri e rassegnati a rimanere tali, a non prendersi responsabilità, a non crescere. Se l’anonimo narratore di Le mille luci della città, in pieno edonismo reaganiano si autodistruggeva perché, a venticinque anni, non era ancora riuscito a realizzare le grandi aspettative della sua adolescenza, gli antieroi di Hornby, un decennio dopo, vivacchiano accontentandosi della propria rassicurante banalità, anzi, per dirla con Rob, <>. Io come sono? Normale. Un peso medio. Non il tipo più in gamba del mondo, ma nemmeno il più scialbo.[…] Sono di altezza media, non magro, non grasso, niente sgradevole pelo in faccia, e mi tengo pulito, porto jeans, maglietta e giacca di cuoio più o meno sempre, tranne che in estate, quando lascio a casa la giacca di cuoio. Voto laburista. […] Il mio genio, se posso dir così, consiste nel raccogliere tutta questa medietà in un insieme compatto. Potrei dire che ce n’è milioni come me, ma mentirei, davvero: un sacco di tipi hanno gusti musicali impeccabili, ma non leggono; un sacco di tipi leggono, ma sono dei ciccioni; un sacco di tipi approvano il femminismo, ma hanno delle stupidissime barbe; un sacco di tipi hanno il senso dell’umorismo di Woody Allen, ma gli assomigliano anche fisicamente. Un sacco di tipi bevono troppo, un sacco di tipi fanno gli scemi quando sono al volante, a un sacco di tipi piace menare le mani, o metterla giù dura coi soldi, o si drogano. Io non faccio nessuna di queste cose, davvero, e se piaccio alle donne non è per le virtù che ho, ma per i vizi che non ho. Adagiato in questa sua medietà, il tipico protagonista di Hornby si tiene rischiosamente in bilico sull’orlo della depressione. Ciò che rende originali i romanzi dello scrittore inglese, in effetti, è la capacità di tradurre in un’atmosfera narrativa di estrema leggerezza la situazione cripto-depressiva dei suoi protagonisti. Se in Febbre a 90’ Hornby racconta la sua personale vicenda di frustrazione professionale e umana, crisi di identità e senso di abbandono, identificando nel tifo calcistico a un tempo il suo oggetto transizionale e la sua ancora di salvezza, in Alta fedeltà propone un personaggio che si trova sull’orlo della depressione perché è completamente incapace di affrontare le responsabilità del quotidiano. Tutti, in certo modo, maschere dell’autore - <>, ha confessato in un’intervista - gli antieroi di Hornby sono perdenti per mancanza di autostima, convinti come sono che a loro sia assegnato, nella vita, un cammino mediano, parallelo a quello che porta al successo, e perciò destinato a non incrociarsi mai con la strada verso la vittoria. Consci della loro inadeguatezze, finiscono per sublimarle (e confessarle, quando non giustificarle pateticamente) attraverso le proprie ossessioni: certo per questo, non solo è facile, per i lettori, soprattutto maschi, arrivare a un’identificazione con i personaggi di Hornby, ma anche trovare una sorta di consolazione nel fatto che, alla fine e malgrado tutto, essi scoprono sempre qualche buona ragione per andare avanti. Come ha spiegato lo stesso autore: <>. Così, se per Eraclito e Novalis, il carattere è destino, per Hornby il carattere è dato dalla somma delle preferenze personali: canzoni, film, citazioni da serie televisive, momenti topici di vecchie partite di calcio, attimi di concerti e narrativa popolare, tutto concorre a costruire il carattere – e con ciò il destino – di un individuo. Ognuno è, prima di tutto, quello che gli piace; ognuno dirige la propria vita nella direzione suggerita dalle proprie innocenti ossessioni; ognuno la organizza – o cerca di farlo – come Rob riorganizza periodicamente la sua collezione di dischi. Come ha scritto Bill Buford: Ciò di cui si parla è lo stesso tipo di mente che conosce i modelli delle moto, i vecchi idrovolanti, le annate buone di certi vini, i vigneti sconosciuti, le etichette della birra … la mente che (in Gran Bretagna) si ricorda dei grandi gol delle partite di calcio e (in America) si ricorda dei risultati di baseball da vent’anni a questa parte. E, naturalmente, le canzoni pop. E’ la mente maschile e la sua misteriosa e generosamente patetica determinazione a tracciare la mappa del mondo. Soltanto, occorre aggiungere, questa mente maschile si accontenta di tracciare la mappa di un mondo piccolo piccolo, in cui non vuole dominare, ma trovare una nicchia dove rifugiarsi a coccolare la propria inettitudine.
Belli e perdenti. Antieroi e post-eroi nella narrativa contemporanea di lingua inglese - Armando Editore (2012)
Belli e perdenti. Antieroi e post-eroi nella narrativa contemporanea di lingua inglese
Silvia Albertazzi
Armando Editore
2012
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