[A] Le recensioni di ClubDante

Fernando Iwasaki
Peru

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Parlare da soli


 

Il perdono del taglione

 

Parlare da soli è il più strano e complesso romanzo di Andrés Neuman, perché la trama è secondaria, due dei tre protagonisti non altererebbero l’epilogo anche se scomparissero e tutta l’opera si sostiene grazie al potente monologo di Elena, che riflette sulla vita e la morte, i libri e il piacere, la colpa e il sesso, e  itre uomini dei suoi pensieri: il figlio, l’amante e il marito, malato terminale.

E tuttavia, il vero tema di Parlare da soli trafigge e inquieta: cosa ci succede quando accudiamo una persona amata che sta per morire? Com’è la convivenza con qualcuno che ogni giorno ci guarda da un luogo sempre più remoto? Quando iniziano e finiscono le pene delle persone che amiamo? Le malattie terminali di padri, coniugi e figli non hanno nessuna somiglianza fra di loro, perché alcune presuppongono più tenerezza, altre consentono la nausea e altre ancora producono perfino rancore. Così, Parlare da soli è un lungo soliloquio sulla morte del partner e, per essere più esatti, il monologo di una donna che sa che Mario, suo marito, sta per morire, che il suo corpo le ispira ripugnanza e che scopre che la sua sessualità è postuma.

Pertanto, una delle grandi abilità del romanzo è la scelta della morte del partner come tema, perché solo così acquistano senso la colpa, l’abnegazione, il desiderio, la compassione, il risentimento e il piacere che producono altri corpi più sani e più giovani. «Più vedo Ezequiel, più mi sento in colpa», scrive Elena nel suo diario. «E più mi sento in colpa, più mi ripeto che anch’io mi merito qualche soddisfazione». IN realtà, Elena ha accudito Mario fino alla fine perché era suo dovere, perché era moralmente obbligata e perché in questo modo proteggeva un passato stemperato nel presente e senza alcuna possibilità di futuro: «La compassione distrugge a modo suo» annota Elena. «È un rumore che interferisce in tutto ciò che Mario dice o non mi dice. Di notte, accanto al suo letto, non riesco dormire a causa di quel rumore. Quando si spegne la luce, una specie di chiarore circonda, o forse opprime, ogni cosa che lui ha fatto. Il passato sta già venendo manipolato dal futuro. È un ribaltamento che dà le vertigini. Una fantascienza intima».

Parlare da solinon è prosa poetica, ma poesia all’interno della narrazione. Elena – come Alonso Quijano, come Emma Bovary – vive anche attraverso i libri e li interroga alla ricerca di risposte sul dolore, l’agonia, lamalattia. Fra tutte le citazioni spigolate da Elena, sceglieri quelle di Mario Levrero, Virginia Woolf e Roberto Bolaño. Né Mario né il piccolo Lito sono lettori, nel romanzo, perché Neuman sa che la nostra unica empatia possibile è con Elena, la «roditrice». Ezequiel è un depredatore sessuale e Lito una voce che addolcisce il passaggio da alcuni capitoli ad altri. E Mario? Mario agonizza senza lasciare riflessioni memorabili, tranne una torturata conclusione che lascia incisa nel piccolo Lito: «sapere che morirò mi fa amarla di più (la mamma), ho scoperto l’amore quando mi sono ammalato, è come se avessi centoventi anni, sono ancora giovane, un giovane di centoventi anni, e vuoi che ti dica una cosa?, non merito questo amore, perché prima di sapere che stavo per morire non ho saputo provarlo, avolte penso che la malattia sia una punizione, e più tua madre mi accudisce più mi sento in debito, un debito che non potrò ripagarle, lei mi ripete di no, che è una stupidaggine, che queste cose si fanno per amore, ma esistono anche i debiti d’amore, chi dice il contrario si sbaglia, e quei debiti non scompaiono mai, al massimo si dissimulano, come faccio io».

Nell’insieme dell’opera di Andrés Neuman, Parlare da soli è un libro che evoca le cronache di Cómo viajar sin ver, le fantasie riflessive de La vida en las ventanas, gli aforismi riuniti in El equilibrista, i monologhi di Hacerse el muerto e la sensualità torrenziale de Il viaggiatore del secolo. Curiosamente, in Parlare da soli non c’è ironia e voglio elogiare il gusto di Andrés per avere fatto questa scelta; malgrado l’atea Elena gridi «Dio mio!» a ogni orgasmo o quando scopre che l’agenzia di pompe funebri le mandato una bara con una croce sul coperchio. Croce per croce e dente per dente.

Parlare da soli è un romanzo duro, a tratti crudele e con rari momenti di meravigliosa dolcezza, come il passaggio in cui Mario si accomiata da Lito e culla la sua testolina sulla spalla, come se stesse suonando uno strumento. Per me, Parlare da soli è un esorcismo letterario in cui Andrés Neuman ha sfidato i propri dèmoni, per strappare loro riflessioni perturbanti e pesnsieri che a volte sono pietre preziose e altre gemme torbide e corrotte come questa conclusione di Elena: «Per perdonare qualcosa, ho bisogno di pentirmi di qualcosa di peggio». Credo che in queste parole si riassuma uno degli insegnamenti più terribili di Parlare da soli: quando accudiamo i nostri malati, non confondiamo la generosità con la colpa.

TRaduzione di Silvia Sichel

Parlare da soli - Ponte alle Grazie (2013)
Parlare da soli
Andrés Neuman
Ponte alle Grazie
2013
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