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Romana Petri
Italia

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Un posto chiamato Oreja de Perro


Avventura dell’anima con parole veloci

Se uno dicesse: “C’è un posto chiamato Oreja de perro”(Orecchia di cane), la prima cosa che verrebbe in mente è di ascoltare la battuta di un film di Sergio Leone. Invece, Un posto chiamato Oreja de perro, è un bellissimo romanzo del peruviano Iván Thays. Un romanzo che ci resterà dentro a lungo, perché le sue poco più di 200 pagine continueranno a lavorare nella nostra testa in quanto condensato delle memorie e dei tormenti che compongono una vita intera, ma anche il desiderio di capire il perché del dolore.
A Oreja de perro, un paesino del Perù più remoto, sono sepolti in una fossa comune quintali di morti ammazzati dimenticati da Dio. Ultimamente, però, nei programmi televisivi stanno andando di moda le grida, i pianti disperati e le recriminazioni dei parenti delle vittime. Inoltre, il Presidente sta per far visita a questo sperduto luogo di pietra, morte e desolazione. Una delle tante  bieche forme di propaganda in cui si elargirà qualcosa a chi non ha niente.
 Il protagonista, allora, viene inviato dal giornale per il quale lavora ad andare a vedere da vicino di cosa si tratta. Ma ad Oreja de perro ci arriva con un animo pieno, quasi intasato, perché anche la sua vita è un cimitero, e ogni parte del suo corpo un pezzo che vorrebbe abbandonarlo a ogni passo. È ancora giovane, ma è un uomo finito. Ha avuto una moglie che ha amato molto, somiglia a Mia Farrow, ma non quella “devastata” da Woody Allen, quella più giovane, dei tempi di Sinatra. Ha un po’ lottato per averla, tante cose di lei non le ha nemmeno mai capite davvero perché è sempre stata una donna sfuggente e poco sincera. Ma poi hanno avuto un bambino, Paulo. Purtroppo la storia è durata poco, Paulo è morto a quattro anni e dal quel momento la loro vita si è rovesciata come un guanto che viene tolto in fretta. Quando lui parte per Oreja de perro, sua moglie gli ha lasciato una lettera di addio sopra la valigia. Ci deve essere di certo un altro uomo nella sua vita, suo marito lo sospetta da tempo, c’è un certo Paco che le ronza intorno, e lei è una donna sfinita, la mamma di un bambino che è morto all’improvviso. Sarà con questa lettera che il protagonista partirà per Oreja de perro, con l’intenzione di risponderle, anche se ancora non sa cosa e come. Per tutto il suo soggiorno in quel maledetto e gelido luogo, dove i pavimenti sono tutti in terra battuta, dove regna l’umidità e i cani vengono presi  a calci e torturati, le sue giornate saranno scandite dalle idee su quello che potrebbe scrivere nella lettera alla moglie e dai ricordi di una paternità struggente, quasi al limite della maternità, dove l’amore, insieme al senso di inadempienza, nasce fin dal primo momento, le cure vengono condivise e il senso di colpa, bruciante, per non aver capito la gravità di alcuni sintomi, fanno sì che nel cuore di questo padre si spenga poco a poco il fuoco della vita.
Tra sbronze, donne che lo corteggiano e che amerà distrattamente, proprio da straniero, un collega fotografo maestro del cinismo, eserciti schierati, un sergente ammazzato in una resa dei conti, e un’india veggente che gli vede l’aura e il figlio morto sempre accanto, il protagonista scenderà negli abissi del suo dolore, cercando, come un londoniano Martin Eden, qualche volta di andare ancora più giù per perdere completamente il fiato, altre di riemergere nella speranza di poter trovare un nuovo senso alla sua vita.
Con una lingua colta, ma allo stesso tempo molto dinamica negli improvvisi cambiamenti di stile, Thays ci regala una  commovente avventura dell’anima. Le sue parole veloci, da autentico lanciatore di coltelli, qualche volta sembra ci sfiorino e basta, altre, invece, ci fanno sanguinare. E pure molto.

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Iván Thays
Un posto chiamato Oreja de perro
Traduzione di Anna Mioni
Fandango, Roma 2012
Pagg. 224, € 16,00

 

Un posto chiamato Oreja de Perro - Fandango Libri (2012)
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Iván Thays
Fandango Libri
2012
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