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Giuseppe Ciarallo
Italia

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Sarajevo novantadue. Un racconto dalla città assediata


 

Un romanzo "utile" su Sarajevo

 

Esistono libri che sono “semplicemente” belli, ben scritti e piacevoli da leggere; ve ne sono altri, invece, che aldilà di questi pregi possiedono anche il dono di essere utili. Sarajevo novantadue, di Massimo Vaggi, è un libro che appartiene a quest’ultima categoria. Ma quando un libro, oltre che dilettevole, diventa utile? Quando assume e racchiude in sé quella funzione, propria dell’arte, di creare un terremoto nell’animo del lettore, quando funge da sveglia contro il sopore delle coscienze, quando fissa il ricordo su persone e avvenimenti che è bene l’umanità non dimentichi mai, pena l’eterna ripetizione degli errori e, chiedo scusa per l’abusata locuzione, orrori del passato. Per rimanere soltanto al secolo scorso, utili sono stati nel tempo i libri che hanno raccontato la carneficina della prima guerra mondiale, lo strazio dei campi di concentramento e dell’annientamento dell’uomo fattosi scienza (da Primo Levi al più recente Ausmerzen di Marco Paolini), la seconda guerra mondiale e la resistenza al nazifascismo, ma utile è anche il racconto di episodi della storia d’Europa a noi cronologicamente più vicini, spesso in modo pericoloso e colpevole già messi nel dimenticatoio. La guerra nei Balcani, di cui recentemente è ricorso il ventennale, è uno di quelli. Della sanguinosa guerra civile che ha portato alla dissoluzione dell’ex Jugoslavia, e più in particolare dell’impietoso assedio di Sarajevo, città unanimemente riconosciuta come esempio di convivenza civile tra persone di etnia e credo religioso diverso, oggi non si parla più, i giovani ne ignorano addirittura l’esistenza e i vecchi ne hanno rimosso il ricordo. Per questo motivo il romanzo di Massimo Vaggi acquista un valore inestimabile. L’autore non è alla ricerca di una verità, impossibile da trovare nell’intricato ginepraio di violenza, colpa, crudeltà che nessuna delle parti in causa ha risparmiato all’avversario, piuttosto, attraverso le vicende dei suoi personaggi sottolinea la precarietà di alcuni equilibri che si pensano saldamente stabili e, dunque, immutabili.

Il racconto prende il via con lo stato di sospensione in cui Sarajevo vive nel momento in cui nulla di irreparabile è ancora accaduto, anche se nell’aria è già percepibile l’orrore incombente, quell’orrore che nessuno pensa o vuole credere possa palesarsi, magari sottoforma di un vicino di casa, armato fino ai denti, deciso a sterminare la tua famiglia. Lo scrittore, per raccontare l’obbrobrio, usa come cartina di tornasole l’esistenza sconvolta del piccolo protagonista del romanzo, Milo, un adolescente spensierato e sensibile il cui destino sembra essere quello di diventare una stella del gioco del calcio, che in un batter d’occhio vede sgretolarsi ogni speranza, con la perdita in breve tempo di ogni affetto e di ogni suo punto di riferimento: dal padre, giornalista, impazzito per l’orrore di cui è stato testimone e volontariamente arruolatosi nelle milizie, al suo professore di storia - che, incapace di sopportare la follia circostante, decide di porre fine alla sua sofferenza in un modo tutto particolare -, dal suo allenatore, agli amici, ai compagni di gioco, a tutto il suo mondo. Sarajevo novantadue è una preghiera di pace, laica, all’umanità, un invito al rifiuto dell’assurdità della guerra, e contiene in sé il tragico monito di Primo Levi: “È accaduto, quindi potrebbe accadere di nuovo”. E in qualsiasi luogo del mondo, anche qui da noi.

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Sarajevo novantadue. Un racconto dalla città assediata - PaginaUno (2012)
Sarajevo novantadue. Un racconto dalla città assediata
Massimo Vaggi
PaginaUno
2012
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