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Pietro Greco
Italia

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E se lavorassimo troppo? Lo stomaco di Menenio Agrippa gli spilli di Adam Smith e i baffetti di Charlie Chaplin


 

E se lavorassimo troppo?

 

Non c’è dubbio, ha un marcato carattere retorico il titolo del libro, snello ma corposo, che Nicola Costantino, rettore del Politecnico di Bari e ingegnere esperto di economia gestionale, ha scritto insieme al figlio, Marco, economista che si occupa di problemi globali, e pubblicato di recente con l’editore Donzelli. I due pensano non solo che lavoriamo troppo. Ma anche che la soluzione a molti dei problemi con cui si confronta l’umanità siano risolvibili lavorando meno. E meglio.

L’economia classica fa riferimento ad Adam Smith e al suo famoso fornaio, che non ci rifornisce di pane per il suo buon cuore ma per la sua convenienza. In tutti i modelli elaborati dagli economisti il fornaio – ma anche il macellaio, il birraio, il contadino – sono considerati “attori razionali” se lasciano da parte il cuore e prendono in considerazione solo la convenienza.

Adam Smith, tuttavia, non si occupa solo del mercato minore a scala locale ma anche e soprattutto del mercato a scala globale e delle grandi opportunità aperte l’economia industriale. Se un artigiano si mette a fabbricare spilli, si chiede, quando ne può produrre da solo in giorno? Adam Smith, conoscendo l’abilità dei fabbri del suo tempo, calcola che anche il migliore degli artigiani non arriverebbe a produrre più di 8 spilli al giorno. Quei piccoli manufatti costerebbero tantissimo e non avrebbero mercato. L’industria, con la sua specializzazione del lavoro e le sue macchine, consente di produrre migliaia di spilli per addetto al giorno. La grande produzione abbatte i costi e consente di incrementare la domanda di mercato. L’industria chiede (e ottiene) innovazione continua. E l’innovazione tecnologica consente di fare sempre più, con sempre meno. Oggi in un’officina industriale d’avanguardia si possono produrre migliaia di spilli per addetto, a costi unitari irrisori. Tutti possono comprare a bassissimo prezzo tutti gli spilli che vogliono. L’economia industriale consente un formidabile aumento sia dell’offerta sia della domanda di beni di consumo. Consente un formidabile ampliamento del mercato.

Ma aumenta anche l’offerta di lavoro. Avendo spilli da produrre, l’industria assume. E poiché paga un buon salario, i suoi operai possono comprare spille contribuendo ad aumentare la domanda e a reggere il sistema. Quello industriale è un gioco in cui tutti, potenzialmente, guadagnano.

Ma i matematici e gli scienziati naturali sanno che non esistono né il moto perpetuo né le macchine perfette. Ogni sistema fisico ha dei limiti entropici. Ogni costruzione umana ha dei limiti antropici. Ed è bene che anche gli economisti li riconoscano e vi si confrontino.

Bertrand Russell, grande logico e premio Nobel per la letteratura, era molto bravo nel trovare le contraddizioni interne ineliminabili anche nelle più rigorose e astratte costruzioni logiche, aprendo la strada a Kurt Gödel e ai suoi teoremi che dimostrano l’incompletezza e la presenza di larghe aree di indecidibilità in ogni sistema formale, matematica compresa.

Ebbene, si chiedeva Bertrand Russell parlando di economia, di quanti spilli ha realmente bisogno una persona? Non è che noi possiamo riempirci la casa (e la vita) di spilli. Soddisfatto il bisogno reale – cento spilli in casa ? – la domanda cessa. Se l’industria innova le sue tecnologie e continua ad aumentare la sua produttività, si ritroverà a riempire inutilmente i suoi magazzini. Va in crisi di sovrapproduzione.

È un po’ quello che sta succedendo in Italia con le automobili: più di tanto nelle nostre strade non ce ne vanno. Siamo al limite dell’ingorgo perfetto. Inutile sperare che il numero di auto vendute aumenti. Il mercato è saturo. I produttori di auto possono sperare in un più limitato mercato di sostituzione.

Ma torniamo ai nostri spille e aggiungiamo un ulteriore elemento. Se la produzione di spilli cresce e tende all’infinito, la materia prima per costruirli, il ferro di cui è per la gran parte costituito l’acciaio, tende a esaurirsi. Così il prezzo aumenta. Gli operai non avranno più la possibilità di comprarli e il sistema entra in crisi. Più in generale: lo sviluppo industriale crea problemi di depletion, di esaurimento delle risorse, come aveva intuito Malthus e come hanno ribadito, nel 1972, i coniugi Meadows per conto del Club di Roma.

Aggiungiamo anche che una crescita illimitata dell’industria – ipotesi implicita di ogni modello classico dell’economia – crea anche problemi illimitati di inquinamento. Gli spilli sono fatti di acciaio e l’industria dell’acciaio – ne sanno qualcosa a Taranto – inquina. Infinite fabbriche di acciaio che producessero infinite quantità di spilli creerebbero problemi illimitati di pollution. Che alla lunga costituirebbero – per l’ambiente naturale, per l’uomo e persino per gli “attori razionali” dell’economia classica – un problema inaccettabile.

Non c’è dubbio, sostengono Nicola e Marco Costantino, anche in termini astratti la crescita illimitata preconizzata dall’economia classica è sia impossibile sia inaccettabile.

Ma dagli schemi astratti occorre venire al concreto. E il concreto è che oggi viviamo nel pieno di una crisi. Che è finanziaria, certo. Ma anche economica, nel senso dell’economia reale. Quella che produce beni e servizi. Il mercato stenta ad ampliarsi. La domanda di beni langue e il sistema produttivo entra in crisi.

Come stanno reagendo i manager delle industrie? In maniera irragionevole, anche nell’ambito di un’economia liberista. Cercano di abbattere il costo del lavoro – de localizzando, pagando meno, creando precarietà – per produrre sempre più merci (che tendono a essere invendute). Ma se i manager industriali abbattono i costi ((ed erodono i diritti) degli operai che producono spilli, questi non avranno più i soldi per comprarli. E a chi li venderanno, quei manager i loro spilli?

La ricetta con cui il capitalismo occidentale sta reagendo alla nuova globalizzazione e alla crisi finanziaria è cieca, anche un un’ottica meramente liberista.

E allora cosa fare? Cambiare radicalmente modello economico. In due modi. Da un lato producendo di meno e meglio: meno spilli (e più in generale beni di consumo individuale), più beni comuni, possibilmente immateriali. Dall’altro lavorando meno a parità di salario (è bene sottolinearlo, sostengono Costantino papà e figlio). In modo tale che l’economia si trasformi, ma non crolli.

Come sta succedendo adesso.

 

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E se lavorassimo troppo? Lo stomaco di Menenio Agrippa gli spilli di Adam Smith e i baffetti di Charlie Chaplin
Marco Costantino, Nicola Costantino
Donzelli
2012
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