[A] Le recensioni di ClubDante

Massimo Vaggi
Italia

FacebookTwitterLinkedInMail-To

Il fumo della savana


La linea ferroviaria parte da Dakar, arriva alla periferia di Thiès e da lì, rovente nella paglia di una savana sempre più sterminata e arida, giunge a Bamako. Sono i binari leggendari dell’African Express, che molti viaggiatori hanno sognato di percorrere almeno una volta nella vita, sino alle porte del grande nulla del deserto. Anch’io, in altri tempi, ho progettato di imbarcare sul treno una 4x4 a Dakar e da Bamako ritornare in Senegal attraverso la Mauritania. Alcune guide turistiche spiegano che la ferrovia fu costruita dai francesi, ma è un’informazione errata perché troppo sintetica. Francesi furono gli ingeneri, i capitali e i capi squadra, francesi i soldati del genio, ma la ferrovia fu costruita dai Bambara e dai  Wolof e dai Fulbe e dai Toucouleur, e alle loro mani e teste è stata affidata con il tempo anche la conduzione dei convogli. Ousmane Sembène, quando ventenne partì con i fucilieri senegalesi per il fronte italiano, probabilmente osservò gli stessi baobab che ancora oggi spezzano la linea piatta dell’orizzonte e ne ebbe nostalgia, quel giorno in cui fu raggiunto dalla notizia dello sciopero  dei ferrovieri e degli operai della manutenzione che iniziò il 10 ottobre del 1947 e terminò il 19 marzo del 1948. Subito dopo Sembène emigrò in Francia, fece l’operaio a Parigi e lo scaricatore al porto di Marsiglia, e iniziò a scrivere. Se non fosse stato per quel mio progetto giovanile probabilmente non avrei letto Les bouts de bois de Dieu, fatto questo che prova che un sogno produce sempre effetti positivi, anche quando non si realizza. D’altronde, di Sembène conoscevo, poco e male, la sua attività di regista (Camp de Thiaroye vinse nel 1987 un premio a Venezia, e Moolaadé nel 2004 a Cannes, nella sezione “un certain regard”), non invece quella di narratore.

La dedica che precede la narrazione mi colpì a tal punto che regalai una copia del libro all’allora segretario della CGIL bolognese, un poco per simpatia e un poco per sollecitare il bisogno di un pensiero semplice: “a voi, banty mam yall, ai miei fratelli del sindacato, a tutti i sindacalisti e alle loro compagne nel vasto mondo”. Banty mam yall. Pezzi di legno di Dio. Una credenza wolof vuole che gli uomini non si contino, per evitare di abbreviarne la vita, ma che si debbano nominare sempre come fossero una parte di un collettivo.  Lessi il romanzo e trovai la prima ragione per farlo proprio nel titolo originale - sostituito nella traduzione italiana da un più prosaico “Il fumo della savana” - che anticipava ciò che la narrazione avrebbe poi confermato, e cioè che Sembène vuole raccontare della coscienza perfetta di ogni pezzo di legno di Dio dell’appartenere al procedere collettivo della comunità all’interno della quale ha la ventura di vivere. Così che il destino e il dolore di ognuno diventa dolore di tutti, e la vergogna di uno solo è la vergogna di tutti.

Un pensiero semplice, dicevo, ma in fondo di quel pensiero è semplice solo la premessa, riassunta nello striscione che addobba la sede del sindacato di Bamako: “tratta da amico chi ti tratta da amico. Tratta il padrone da nemico.” Perché al contrario poco semplice e poco “europea” è la forza straordinaria del legame con la comunità che porta i dirigenti del sindacato a provare  umiliazione  per aver umiliato il traditore che dopo aver votato per lo sciopero ha ripreso il lavoro, oppure il capo di quello che potrebbe essere definito solo per approssimazione “servizio d’ordine” ad andare a trovare i due crumiri che la sera precedente ha bastonato senza particolare benevolenza.

Però siamo in Africa, amici, siamo nel 1947 e il conflitto di classe è conflitto razziale, ogni uomo nero che si affida ai bianchi, o che con i bianchi fa affari, o che al volere dei bianchi si piega, è pur sempre un fratello, un altro pezzo di quello stesso legno.

I bianchi, già. Nel romanzo sono percorsi da un’inossidabile sensazione di essere superiori in tutto e per tutto e per nulla disposti a comprendere e concedere una chance (“gli assegni familiari a questi poligami?” si chiede Dejan, il direttore degli uffici di Thiès, “quando hanno dei soldi li usano per comperare altre mogli”). Gli operai bianchi che lavorano sulle stesse carrozze li hanno, gli assegni familiari, e hanno una retribuzione molto più alta, e un trattamento di malattia a avranno una pensione, mentre il vecchio Bakary, tisico e moribondo, deve continuare a lavorare per vivere – se la sua è vita.

La prosa di Sembène è cruda ed essenziale, e racconta con identica passione ma contemporaneamente con un distacco formale, quasi algido, capace di sottolineare la partecipazione trasfigurandola in dolore per una condizione umana durissima. Narra le storie dei “pezzi legno” Bakayoko, leader indiscusso  dello sciopero, Dauda il bello, Penda che morirà alle porte di Dakar uccisa dalla polizia, Adjibidij piccola e visionaria, Fa Keita suo nonno, e soprattutto delle donne, tante donne, che marciano lungo gli ottanta chilometri che separano Thiès a Dakar. E se a ognuno di loro riserva simpatia e attenzione non la nega nemmeno al guardiano e crumiro Sunkaré, che voleva mangiare i topi e dai topi è finito divorato. Obbediente alla forza del proprio pensiero semplice, Sembène riconosce lo sfruttato dallo sfruttatore e solo a quest’ultimo non è capace di offrire comprensione. Perché sa che Aziz è un mercante e affamatore quando non concede più credito agli scioperanti che non hanno niente da mangiare (“è la guerra delle uova contro i sassi”) e che l’Imam El Hadij Mabigué confonde la volontà divina con quella dei francesi.

Sa però che anche nella contraddizione e nella disperazione dello sfruttato che solo le circostanze portano a essere nemico cresce e si consolida la consapevolezza di essere tutti loro e tutti insieme quel legno di Dio di cui ciascuno è pezzo.

Il romanzo, che è organizzato per quadri, è molto poco “trionfale”, pur nel racconto di un evento eccezionale dal punto di vista sindacale e politico quale fu uno sciopero di oltre cinque mesi, perché se da un lato disegna le linee e abbozza i ragionamenti a partire dai quali cresce tra gli operai e le loro famiglia la coscienza di essere classe, e non solo comunità etnica, dall’altro sottolinea le contraddizioni del percorso, e con uno sguardo totalmente estraneo alla cultura europea prefigura scenari di oggi. Come nella Bamako del 1947 la divisione tra bianchi e neri attraversa longitudinalmente la classe operaia, dividendola in privilegiati e paria, nel mondo contemporaneo il benessere, o meglio il livello di consumo che si definisce benessere, non solo del borghese ma dell’operaio tedesco o di quello italiano, passa necessariamente attraverso meccanismi di sottomissione e sfruttamento dei lavoratori cinesi piuttosto che di quelli nigeriani.

Sembène racconta tutto questo. Racconta dei morti e della fame e di una vittoria che tuttavia nella realtà storica e dal punto di vista del raggiungimento degli obiettivi non fu così eclatante. Ma la vittoria, per Sembène, è la crescita di una coscienza, insieme di classe e di razza e di cultura. E’ la consapevolezza di una trasformazione inevitabile, con il bagaglio di sconcerto e di timore che conseguono dalle contraddizioni che, per un africano, questo comporta. Il fumo della savana (la locomotiva) per molti scioperanti è una macchina magnifica, una potente rappresentazione della forza del progresso, una speranza e forse una promessa, tanto che nei lunghi mesi dello sciopero “un’assenza gravava su tutti: l’assenza della macchina”. Gli uomini “sentivano confusamente che la macchina era il bene comune e che la frustrazione di quei giorni cupi era ugualmente comune”.  Ma per Fa Keita, il vecchio, il conservatore, l’indimenticabile Fa Keita che partecipa allo sciopero intuendone le ragioni ma spaventato dall’estraneità dell’evento rispetto alla sua storia e alla sua memoria, il treno è una confusa minaccia: “tanto tempo fa, molto prima della vostra nascita, le cose avvenivano in un ordine che era il nostro e questo ordine era molto importante per la vita di ciascuno. Oggi tutto è mescolato. Non ci sono più né caste né cantastorie, non ci sono più fabbri, né calzolai, né territori. Credo che tutto questo sia opera della macchina che mescola tutto”. La macchina, che ha decretato la fine dell’epoca in cui l’Africa era un giardino, e “adesso regnava sulla loro terra. In verità, la macchina li stava trasformando in uomini nuovi. Essa non apparteneva a loro, erano piuttosto loro ad appartenerle: quando la macchina si arrestò, fu questa la lezione che impartì”. 

 

 

Les bouts de bois de Dieu fu scritto nel 1960, ed è considerato un classico della letteratura africana. Nel 1961 vinse il Grand Prix Littéraire de l’Afrique noire. In Italia è stato pubblicato nel 1990 dalle Edizioni Il Lavoro, con prefazione di Dacia Maraini, nella collana di narrativa africana e caraibica 

Il fumo della savana - Edizioni Lavoro (1991)
Il fumo della savana
Sembène Ousmane
Edizioni Lavoro
1991
Acquistando questo libro sul tuo sito di vendita abituale,
potrai sostenere ClubDante senza alcun costo aggiuntivo:
la Feltrinellibol.itfnacamazonibs.it
Copyright 2012 by Empower Consulting Srl. Tutti i diritti sono riservati.
ClubDante S.r.l. è una società del Gruppo Empower Consulting S.r.l..
Tutti i servizi di comunicazione digitale del Portale sono forniti per mezzo della piattaforma Mail-Maker.