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Iaia Caputo
Italia

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Una storia chiusa


È un romanzo corale, questo ultimo di Clara Sereni, Una storia chiusa, e insieme una sorta di comédie humaine e di allegoria dell’Italia contemporanea: un paese di vecchi che, in questo caso, proprio dai vecchi viene raccontato. Una generazione arrivata al capolinea che porta con sé ferite non più rimarginabile, più di una colpa, alcune, fievoli speranze, ritratta in una casa di riposo che restituisce l’idea di un insieme e tuttavia anche quella di molteplici e irredimibili solitudini.
A fare gli onori di casa, nel senso che ci introduce al luogo dove si ambienta la storia e si svolge il racconto, è Giovanna, che invece vecchia non è, ma è stata costretta a rifugiarsi in un posto sicuro perché, magistrata che ha condotto indagini sulla mafia forse volando troppo alto, vive ormai sotto copertura: dunque, un personaggio dissonante con il resto del panorama circostante, un occhio esterno e però empatico, nel quale non è difficile immaginare si celi l’alter ego della stessa autrice. Subito dopo di lei, il lettore incontrerà una molteplicità di protagonisti, il cui più grande merito, letterariamente parlando, è di possedere ciascuno una propria voce, unica e inconfondibile: c’è Virginia, detta Vandaosiris, struggente quanto irritante nel suo non volerne sapere di invecchiare, con il suo Chanel n.5 e i vezzi di un’antica bellezza; e Carlo, l’ex partigiano; c’è Margherita, che lavora compulsivamente all’uncinetto, madre sfinita di un figlio tossico; e l’ex fascista Federico, con il volto solcato da un’inquietante cicatrice. C’è Dante, che ricama con fili di seta colorata gli articoli della Costituzione, e Olga che accende candele, una per ogni strage che si è consumata in Italia: da Portella della Ginestra all’Italicus, da Piazza Fontana ai Georgofili…
Ecco che allora questo mondo «chiuso», invece di tenere lontano il mondo, diventa esso stesso un mondo. Un mondo «alla fine», certamente, e tuttavia animato da desideri e sentimenti, anche i più violenti come possono esserlo l’odio e l’amore, invidie, gelosie, tenerezze e malinconie che lo rendono vitale e vibrante nonostante se stesso. Forse, proprio come il Paese che deve raccontare: in declino, stanco, offeso, ma che pure conserva un barlume di memoria, coltivata da qualcuno con religiosa sollecitudine, il coraggio di quanti non si arrendono mettendo a rischio anche le proprie vite, come Giovanna, la testarda fedeltà a una Storia, anche alta e bella.
Così, quando alla fine gli abitanti di questo universo che solo all’apparenza volge le spalle al passato e alla vita, intonano a voce bassissima, quasi sussurrata, quel brutto inno che è però il nostro, cioè Fratelli d’Italia di Mameli, come una preghiera laica, le solitudini molteplici diventano un coro, una comunità capace almeno di immaginare un’appartenenza. E allora, come dice Giovanna, che con Clara Sereni condivide l’idea del «dovere dell’ottimismo», si compone «Un’armonia che non reggerà, è fatta di niente. Ma intanto decido di starci dentro, di essere parte anch’io: per adesso, finché ce la faccio, con la disperata speranza che tempi migliori possano arrivare. Prima o poi».

 

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Una storia chiusa - Rizzoli (2012)
Una storia chiusa
Clara Sereni
Rizzoli
2012
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