[A] Le recensioni di ClubDante

Marina Bisogno
Italia

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Il ballo


 

Riflessi di solitudine

 

Parigi 1928. Irène Némirovsky, scrittrice di Kiev ma cresciuta nella ville lumière, firma a soli a 25 anni Il ballo, un racconto già alla XIV edizione (Adelphi editore). Un libro che, lo dico francamente, ho scelto a scatola chiusa, irretita più che altro dal fulgore di quegli anni speciali, così avvezzi all’arte e alla letteratura. Gli anni del charleston, dei boa rosa, degli abiti lamé puntellati di pietre preziose. Gli anni di una Parigi rutilante, dove la caligine era squarciata dalle insegne luminose dei cafè, sempre ingombri di intellettuali. Un contesto che la Némirovsky conosceva bene e in cui ha scelto di ambientare il suo scritto. Antoinette, la protagonista, vive un rapporto conflittuale con sua madre. Quest’ultima pare poco incline all’affetto. Di umili origini, ha scalato la piramide sociale con un buon matrimonio. Nonostante gli sforzi, però, percepisce chiaro lo scetticismo degli amici del marito. Il disagio la irrigidisce e soffoca  quegli empiti che rendono più umane le persone. Antoinette assiste inerme alle sfuriate della madre, incapace, nel quotidiano, di qualsiasi gesto amorevole. A prendersi cura di lei senza conquistarne le simpatie, una bambinaia inglese. I rimbrotti accendono in Antoinette un senso di ribellione che traligna nel sabotaggio del ballo che la famiglia stava organizzando con dovizia di particolari. Una sfilata di merletti, piume e collane a doppio giro che si risolve in un dramma, tra le risate della servitù e il pentimento della dolce figliola. È Il copione perfetto per una pièce teatrale, da giocare tutta sull’ironia e la beffa. Un gioco di incastri perfetti durante il quale, precisiamo, l’autrice non si cala mai dall’alto. La sua penna sveste i protagonisti, olia i gangli di un motore narrativo che lascia poco spazio alla spiegazione e molto alla deduzione. In questo libricino di neanche cento pagine, la Némirovsky si rivela una scrittrice essenziale. Non ricorre a parole roboanti, non imbastisce periodi complessi. Le pagine si snodano in una narrazione serrata, che riluce di dettagli immaginifici. I gesti, le frasi (le parole, mai corrive le parole), sono il presagio di un’analisi intima dei personaggi. Un’analisi taciuta dall’autrice e riservata all’elaborazione del lettore che si troverà, sul finale, a ragionare di esistenza, spinto da un testo apparentemente banale. Periodo dopo periodo, la lucidità di alcune battute e parole provvederà a rimestare i pensieri, astrazioni banalissime, eppure universali, sui rapporti interpersonali, che gira e rigira, si incagliano ancora sugli stessi scogli. A emergere dal fondo del tempo è una vera e propria caricatura: pare, infatti, che basti proprio poco ad affossare le convinzioni di certe personcine imbellettate.  Così,sul finale, la madre-matrigna, sola nella stanza addobbata a festa, si scioglie in un pianto liberatorio, mentre lo specchio, enorme, restituisce una figura dai riflessi opachi. I riflessi della solitudine.

 

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Traduzione di M. Belardetti

 

 

Il ballo - Adelphi (2005)
Il ballo
Irène Némirovsky
Adelphi
2005
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