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Franco Pezzini
Italia

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L'ultimo cranio del marchese di Sade


 

Un horror con stile

 

All’uscita del film The Skull di Freddie Francis, nel 1965, con la mitologica coppia Peter Cushing & Christopher Lee per la casa britannica Amicus, il conte Xavier de Sade erede del Divin Marchese riuscì a impedire che la versione francese si intitolasse, con disonore del casato, Les forfaits du Marquis de Sade:ma il ripiegamento sul più neutro Le Crâne Maléfique non cambiava la storia, una fantasia intessuta dal maestro dell’horror Robert Bloch sulle bizzarre voci riguardanti quell’antico reperto anatomico. Che spingerebbe i detentori a invincibili e degradanti pulsioni sessuali di carattere violento, come quelle suppurate dall’immaginario dell’antico libertino: una storia ormai parte del mito di un personaggio entrato di diritto nella teratologia popolare.

Il fatto che Jacques Chessex, memore di tutta una tradizione dell’avanguardia (per esempio) francese di celebrare figure storiche dell’abbandono all’eccesso – erotico e non solo –, la faccia traghettare alla buona letteratura non è strano. Del resto le precedenti opere dell’autore, premio Goncourt 1973, già esploravano le vie dell’inquieto e dell’orrido: si pensi solo al precipizio di sospetto e necrofilia di Il vampiro di Ropraz (in Italia per Fazi 2009), alla discesa agli inferi personale e familiare de L’Orco (Fazi, 2010) e all’atrocità di Un ebreo come esempio (sempre Fazi, 2011). Ma certo il risultato è bizzarro, a partire dal sapore testamentario del romanzo poi in effetti pubblicato un paio di mesi dopo la scomparsa di Chessex: un itinerario che dall’ultimo periodo di ricovero/detenzione del Marchese a Charenton dipana la storia del suo teschio tra cronaca, leggenda urbana e libera (e nerissima) fantasia fino a una sorta di memoria dell’autore.

Occhieggiato con diversi tipi di perplessità da medici e reverendi, il ringhiante Sade è fisicamente allo sfascio ma riesce a perpetuare le proprie eccitazioni grazie alle sottomissioni prezzolate della figlia di una portinaia. Da lui, si afferma con superstizioso timore, promanano luci sulfuree; e si resta interdetti al suo farfugliare del proprio “ultimo cranio”, quasi un essere umano possa averne più d’uno. Ma proprio quell’antireliquia illusionistica, paradossalmente una e plurima, gli garantirà una qualche forma di sopravvivenza tutta terrena in pulsioni e pratiche altrui: i calchi infatti del cranio si sveleranno trattenere le sue stesse calamitose facoltà, fino all’ultimo di essi – o a ciò che di volta in volta verrà inteso per tale nella vita del singolo detentore.

Più ancora delle descrizioni esplicite di deriva sessuale che faranno censurare il romanzo come pornografico nella patria Svizzera, a colpire il lettore è il tessuto narrativo: dove il ribollire torbido e magmatico dello stile asseconda una pluralità di declinazioni del tema del teschio vero/falso. Anzitutto in riferimento allo stesso Sade, dall’ambiguo nesso tra compulsività e libertà del suo magistero, a quello del posto del vecchio libertino nella cultura moderna. C’è poi un tema più generale, sul rapporto tra reale e virtuale dell’oggetto-cranio e della stessa narrazione che lo riguarda: un labirinto che conduce dai documenti storici di Charenton al linguaggio del fantastico e a tutte le tinte intermedie, per esempio attraverso voci e miti del mondo di internet. Ma anche e più radicalmente c’è il rapporto tra quel reperto invasato di rabbiosa volontà e la scrittura in quanto tale, fino a questo memoriale di congedo di Chessex: ad avvicinare cranio e manoscritto nel segno di una riproducibilità (i calchi, le copie edite) che fa circolare sogni e pulsioni. E fino a dover riconoscere, come dalla mascella di quell’osso: “Come siamo stanchi di errare! È forse già la morte?”

 

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Traduzione di Maurizio Ferrara

 

L'ultimo cranio del marchese di Sade - Fazi (2012)
L'ultimo cranio del marchese di Sade
Jacques Chessex
Fazi
2012
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