[A] Le recensioni di ClubDante

Pietro Greco
Italia

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Il posto della scienza


 

Veblen e la scienza

 

In cento anni tutto è cambiato. All’inizio del secolo scorso gli scienziati nel mondo non superavano le 100.000 unità (uno ogni 20.000 abitanti del pianeta), vivevano quasi tutti in Europa e potevano contare su pochi spiccioli messi a disposizione dagli stati. La ricerca nelle università aveva ancora un carattere individuale. Pochissimi i ricercatori che avevano sperimentato il lavoro di gruppo.

         Oggi gli scienziati nel mondo sono oltre 7.100.000 (più di uno ogni 1.000 abitanti del pianeta), la maggior parte, ormai, vive in Asia e possono contare su oltre 1.200 miliardi di dollari l’anno (il 2% del Pil planetario). La ricerca è sempre più portata avanti da gruppi numerosi – alcuni costituiti da migliaia di scienziati e tecnici – con una composizione internazionale. Ma soprattutto la ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica sono diventate “la” leva per far crescere quella che Adam Smith ha definito la “ricchezza delle nazioni”.

         Potrebbe apparire dunque strano – come hanno fatto Lidia e Carlo Augusto Viano per conto della casa editrice Bollati Boringhieri – chiedere a una persona come Thorstein Veblen, economista americano di origine norvegese, vissuta quando tutto era diverso, nel secolo scorso (Veblen è nato nel 1857 e morto nel 1929), di rispondere alla più attuale delle domande sulla scienza: qual è il suo ruolo nella società?

         Eppure la domanda e la relativa risposta sono proposte in un agile libretto, Il posto della scienza (pagg. 126, euro 11,50) firmato da Veblen e curato dai due Viano che la Bollati Boringhieri ha appena pubblicato nella collana Celum Stellatum. Il libro è costituito da un’ampia (e profonda) introduzione di Lidia e Carlo Augusto Viano e da due saggi – Il posto della scienza nella civiltà moderna e L’evoluzione del punto di vista scientifico – scritti da Veblen rispettivamente nel 1906 e nel 1908.

          Thorstein Veblen è un economista di cultura socialista, che cerca di rileggere Marx alla luce di Darwin. Di trovare una terza via tra l’idealismo più astratto e il pragmatismo più deteriore. E i suoi due saggi sono un mix ben riuscito di storia della cultura, epistemologia e sociologia della scienza.

         Diciamo subito che la lettura che Veblen propone del ruolo della scienza nell’evoluzione della cultura umana appare datato. Troppe sono state, nell’ultimo secolo, le nuove scoperte dell’antropologia culturale e della storia della scienza per poter considerare ancora attuali le idee di Veblen.

         A maggior ragione datata appare anche l’epistemologia di Veblen, che tenta di coniugare materialismo e idealismo kantiano concentrandosi soprattutto sul rapporto tra causa ed effetto, un rapporto centrale nella fisica newtoniana, ma messo in crisi nella seconda parte del XIX secolo sia dallo sviluppo della fisica termodinamica sia, soprattutto, della biologia evoluzionistica. Veblen tratta il tema con profondità, ma prima che la meccanica quantistica, la sintesi neodarwiniana e la dinamica dei sistemi complessi siano giunte a rimescolare completamente le carte sui temi di fondo come il realismo, l’evoluzionismo e il determinismo. Da questo punto di vista Veblen può dire molto agli storici, ma poco a chi è interessato a sciogliere i moderni nodi della filosofia della scienza.   

         Per (apparente) paradosso la massima attualità di Veblen riguarda la natura dell’impresa scientifica. È in questo contesto alla frontiera tra la filosofia e la sociologia della scienza che il pensiero dell’economista americano – autore nel 1899 di un libro, La teoria della classe agiata, in cui affronta con largo anticipo i temi del consumismo e del valore simbolico delle merci – conserva intatta la sua attualità.

         Come ci ricordano Lidia e Carlo Augusto Viano, tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 si stava imponendo una visione diffusa, ma piuttosto unilaterale, della scienza come «sapere strumentale». C’era chi – come Max Weber – sosteneva che gli scienziati hanno una vocazione simile a quella degli artisti: «una devozione interiore alla causa, e questa sola». Ma che questa vocazione era limitata dal ruolo sociale assunto dalla scienza, che era quello strumentale di “controllo” della vita e del mondo naturale. Per questo la scienza si era distaccata dalla filosofia e dalla ricerca di «significato» del mondo. Per questo la scienza stava producendo il «disincanto del mondo».

         In Italia l’idealismo crociano dava della scienza un’interpretazione ancora più ristretta: di sapere tecnico, atto a risolvere problemi pratici, ma di nessun valore culturale.

         In maniera speculare, anche i pragmatisti, prevalenti in ambiente anglosassone, tendevano a valorizzare solo gli aspetti immediatamente utili del sapere scientifico.

         Thorstein Veblen, invece, sostiene che la scienza ha una duplice natura. Ha un valore culturale in sé che muove dall’ancestrale propensione dell’uomo alla curiosità fine a se stessa, senza scopo alcuno e senza utilità tangibile alcuna. Ma la scienza ha anche un valore pratico, perché le conoscenze che produce generano innovazione tecnologica.

         Nessuna di queste due diverse anime può essere dimenticata, altrimenti non si comprende la natura della scienza. E, di conseguenza non si comprende il ruolo che ha nella società. In particolare in quella società industriale che si fonda sempre più sulla conoscenza scientifica.

         In realtà Veblen non sottolinea come scienza e tecnologia siano l’una madre dell’altra, intimamente coniugate. Gli scienziati per soddisfare le proprie curiosità sono costretti a creare nuova tecnologia: classico l’esempio di Galileo, che per osservare il cielo innova la tecnologia del cannocchiale. Ma è anche vero il contrario: chi ha necessità di innovare la tecnologia ha necessità di sapere di più sul mondo naturale, ovvero di promuovere la scienza.

         È questa intimità tra scienza e tecnologia che rende le due nature della scienza non indipendenti l’una dall’altra.

         È questa combinazione tra scienza e tecnologia che funziona ancora oggi. Anzi, sempre di più oggi. Lo aveva capito Vannevar Bush, quando nel 1945 elaborò il rapporto Science. The Endless Frontier che è diventato il documento di base della politica della ricerca negli Stati Uniti. In quel documento il matematico già consigliere del presidente Roosevelt sosteneva la necessità di finanziare con fondi pubblici la ricerca di base – quella senza un fine pratico immediato – perché è quello il motore dello sviluppo scientifico e dell’innovazione tecnologica.

         Oggi preferiamo chiamare, proprio come fa Veblen, scienza curiosity-driven, guidata dalla curiosità, quel motore primo. E oggi è più che mai necessario dare sostegno a questa prima anima della scienza, se vogliamo mantenere in vita anche la seconda anima, quella che produce utilità. E che se governata in maniera saggia e democratica, produce utilità per tutti e non per pochi privilegiati.

         Purtroppo oggi tendiamo a dimenticare l’esistenza di quella prima anima. Nuovi pragmatismi (e anche nuovi idealismi) si vanno imponendo in Asia, in America e in Europa,  riproponendo un’idea della ricerca che si giustifica solo se è tutta e immediatamente utile. Dimenticando la spinta essenziale della curiosità gran generatrice di cultura. È già successo, nella storia dell’umanità, che il pragmatismo abbia avuto partita completamente vinta. Successe in epoca romana. E fu così che la scienza ellenistica divenne, per dirla con Lucio Russo, una «rivoluzione dimenticata», riducendo l’Europa al buio per un paio di millenni.

 

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A cura di Lidia e Carlo Augusto Viano

Traduzione di Barbara Del Mercato

Il posto della scienza - Bollati Boringhieri (2012)
Il posto della scienza
Thorstein Veblen
Bollati Boringhieri
2012
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