[A] Dall'Agorà di ClubDante

Alessandro Leogrande
Italia

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Brindisi, la perdita dell’innocenza


20/05/2012

Ieri mattina sono stato a Brindisi, davanti alla scuola intitolata a Francesca Laura Morvillo Falcone. Sono arrivato alle 11,00. Ho parcheggiato la macchina a qualche isolato di distanza, e ho raggiunto a piedi il luogo dell’attentato, avvenuto poco più di tre ore prima.
Un’oscena macchia nera copriva il muro accanto all’ingresso della scuola. Per terra, sparse qua e là, anche a decine di metri di distanza, le tracce dell’esplosione: brandelli di carne, pezzi di cassonetto esploso insieme alle bombole del gas azionate con un timer, quaderni fitti di appunti, libri…
C’era un silenzio surreale, in quel tratto di grigia periferia spazzata dal vento. C’era un silenzio surreale davanti alla scuola intitolata alla moglie di Giovanni Falcone. L’attentato è avvenuto a pochi giorni dal ventennale del loro assassinio (e dei tre uomini della scorta insieme a loro); a meno di cento passi di distanza dal tribunale di Brindisi, quel tribunale che negli ultimi quindici anni è stato teatro di importanti processi contro i vertici della Sacra corona unita…
Tutto, fin dalla mattina, ha fatto pensare alla pista mafiosa, a una possibile recrudescenza dei “mesagnesi” (diciamo così: l’ala corleonese della mafia pugliese) a seguito degli ultimi arresti, come se con un attentato disperato e altamente simbolico, in cui peraltro è morta una ragazzina del loro paese, volessero riprendere terreno o affermare chissà che cosa. Ma poi, nel corso della giornata, questa pista è stata più volte messa in discussione. Gli inquirenti (e soprattutto chiunque finisse a vario titolo davanti a un microfono) hanno aperto altre strade e altre ipotesi. Strategia della tensione? Eversione? Un pazzo isolato? E per quale motivo?
Non credo che a organizzare un attentato del genere contro ragazzine indifese sia stato un “pazzo isolato”. Credo comunque che ad agire sia stato un gruppo (più o meno esteso) di persone, e che lo abbia fatto in modo accurato. Siamo di fronte a un atto terroristico che non ha precedenti nella storia della mafia e dello stragismo in questo paese. Sono state colpite indiscriminatamente delle studentesse. È stata colpita deliberatamente una scuola. Questo nuovo (e allo stesso tempo vecchissimo) stragismo sembra aver superato un limite, essersi liberato di ogni remora, di ogni freno. Comunque le si voglia interpretare, le bombe di Brindisi costituiscono uno spartiacque. Fanno da architrave a questo fosco presente.
«A chi giova?», ha detto il procuratore Cataldo Motta ai giornalisti. Già: a chi giova? Chi può averlo fatto? E per ottenere cosa, poi?
Le domande si inseguono. Un uomo di mezza età che abita davanti alla scuola, e che in passato è stato vigile del fuoco, mi ha detto che dallo spostamento d’aria ha capito subito che si trattava di bombole del gas. Alcuni vetri si erano rotti anche nel suo palazzo, non solo quelli della scuola. Poi, quando è sceso in strada, si è trovato di fronte una scena di guerra. Due ragazzine dilaniate, riverse per terra, inermi (una, Melissa, sarebbe morta poco dopo). Altre che urlavano. Le prime ambulanze sono sopraggiunte poco dopo.
Quando sono arrivato, davanti alla scuola c’erano ancora alcuni studenti. Erano attoniti, impietriti, qualcuno piangeva. Non ho potuto fare a meno di pensare all’espressione “perdita dell’innocenza”. A tutte le volte che è stata pronunciata. Per Piazza Fontana, per Capaci, per via d’Amelio…
Vale anche per questa strage, vale anche per questi ragazzi, mi sono detto. E l’odore aspro dell’esplosione, che ad alcune ore di distanza il vento spazzava ancora di qua e di là, stava lì a testimoniarlo. Un nuovo stragismo che colpisce nel mucchio, e aggredisce (per la prima volta nella nostra storia) una scuola e i suoi studenti, bussa alle porte.

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