[A] Dall'Agorà di ClubDante

José Ovejero
Spagna

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Scrivere racconti


20/05/2012

La vita è un imbuto. Anche un romanzo. Inizi a camminare nella parte più larga, lì dove la possibilità sembrano illimitate. A poco a poco ti inoltri nell’imbuto, vedi, al principio senza preoccuparti, che le pareti si stringono sempre più, anche se puoi ancora permetterti il lusso di spostarti facilmente da un lato all’altro. Ma il percorso continua a stringersi, le possibilità sono sempre di meno, non ci sono più vie di fuga, tutto è definito, previsto, il finale è – come in un buon romanzo – ineludibile.
In una vita, puoi saltare un paio di volte da un imbuto all’altro. In una vita puoi scrivere diversi romanzi; ma una volta che conosci il meccanismo, non è possibile iniziare a vivere o a scrivere come se non sapessi qual è il finale del percorso. E i racconti? Sono un sotterfugio che rende più sopportabili la vita e la scrittura. Come avventure amorose fugaci, ti consentono di fantasticare che, se volessi, potresti accumulare diverse esistenze.
Io mi metto a scrivere racconti e mi sento libero. Mi infilo nei panni di una povera obesa che suda in un appartamento di Lavapiés sognando che arriverà qualcuno a redimerla dalla sua angoscia, e mi metto a sudare e quasi mi manca l’aria. Sono quel principe di Mantova che uccide il suo miglior amico perché sa che ad altri, che odia, quella morte farà ancora più male; e sono io a morire pugnalato, a portarmi la mano al cuore e a pensare ancora che si tratta soltanto di un malinteso. Sono anche il marito di quella donna che, il giorno in cui sua figlia se ne va di casa, si siede su una sedia, si rinchiude nel mutismo, si va coprendo di polvere e di pelucchi, e non capisco perché mi faccia questo, perché mi abbandoni proprio ora che abbiamo tempo di goderci la nostra solitudine; e io, che sono anche quella donna, mi vendico silenziosamente di lui, mi rendo irraggiungibile sotto uno strato di sporcizia, di ricordi, di nostalgie.
Che libertà, indossare via via tutte queste vite, cambiare stile, umore, passare dal delirio alla tristezza, dall’oscenità al raccoglimento, dal panico al riso. Perché scrivere racconti è come cambiare continuamente partner, luogo, lavoro, coscienza. Un romanzo, un buon romanzo, esige dedizione, costanza, convinzione, un progetto solido: come un matrimonio, come un buon matrimonio. Ma dai racconti entro ed esco quasi quando voglio, faccio dell’incostanza virtù, invento di continuo le leggi, interrompo a sorpresa lo scioglimento e mi metto a fare altro, a vivere un’altra vita.
Scrivere racconti è cercare di raggiungere ciò che tanto desiderava Pessoa: essere tutti gli uomini e dovunque. Scrivere racconti non mi fa diventare immortale, ma mi rende molteplice, ubicuo. È già qualcosa.

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