[A] Dall'Agorà di ClubDante

Juan Gabriel Vásquez
Colombia

FacebookTwitterLinkedInMail-To

La reinvenzione del mondo


20/05/2012

Di pochissimi si potrà dire: è morto a 83 anni e la sua morte ci ha colti di sorpresa.
Quelli di noi che l’avevano conosciuto negli ultimi tempi vivevano, credo, con l’illusione che sarebbe durato per sempre, perché l’idea della morte non era compatibile con la sua straripante energia. L’ultima volta che l’ho visto, Fuentes correva intorno a una piscina: nelle pause dei suoi esercizi si avvicinava ai bordi e ricordava un racconto di John Cheever, recitava un dialogo di John Huston, chiedeva se si dovesse leggere Ricardo Piglia. Il suo corpo, ma soprattutto la sua intelligenza, si erano dichiarati in aperta ribellione contro il tempo. La vecchiaia lo ossessionava; in Aura, una giovane donna è in realtà una vecchia in preda a un maleficio; ne La morte di Artemio Cruz, un moribondo contempla la sua stessa disgregazione negli specchietti di una borsa da donna; e in un passo di Gringo viejo assistiamo a questo monologo rivelatore: «Nessuno mi vedrà decrepito. Sarò sempre giovane perché oggi oso essere di nuovo giovane. Sarò sempre ricordato come sono stato».
Com’è stato Carlos Fuentes? È stato giovane perché ha sempre osato esserlo: ha ricevuto tutti gli onori del mondo letterario e tuttavia ha affrontato la letteratura con lo stesso entusiasmo di chi è appena agli inizi. È stato un modello di intellettuale che non è più frequente (e in certa misura non lo è mai stato: per gli argentini, educati sul modello di Borges, questo modo di essere scrittore risulta incomprensibile). È stato un uomo pubblico che ha vissuto in tensione con il proprio paese: credo sia stato Solzhenitsyn a dire che avere un grande scrittore è come avere due governi, ed è per questo che a nessun regime sono mai piaciuti i grandi scrittori. È stato generoso ma incorruttibile, è stato inesaurubilmente curioso, autore di almeno tre capolavori: nella sua vasta e diseguale produzione, libri come L’ombelico della luna o Terra nostra basteranno ad assicurare la sopravvivenza del suo nome.
Gli scrittori di altre lingue non capiscono facilmente il rapporto che noi latinoamericani abbiamo con quello che viene definito Boom. Io ricorro, per spiegarlo, a un’idea ascoltata una volta da Jorge Volpi: ciò che ci differenzia, la strana circostanza che è il nostro peso e la nostra ricompensa, è che i nostri classici sono vivi. «Per noi», diceva Volpi, «poter parlare con Fuentes, con García Márquez, con Vargas Llosa, corrisponde al fatto che uno scrittore francese del XIX secolo poteva incontrare Balzac o Flaubert, raccomandare loro un paio di letture e ascoltare i loro consigli». Fuentes non vive più, ma è e sarà sempre uno dei nostri classici. Come facciamo a saperlo? Perché i suoi libri, o almeno molti dei suoi libri, non sono soltanto notevoli: sono necessari.
Qualche anno fa, parlando di lui al pubblico della Fiera del libro di Guadalajara, in Messico, dissi: «Più di qualunque altro romanziere della nostra lingua, Fuentes ha indagato nel curioso matrimonio tra gli avvenimenti del passato collettivo (quella che chiamiamo Storia) e il linguaggio intensamente individuale del miglior strumento creato dagli esseri umani per esplorare sé stessi (quello che chiamiamo romanzo). Ha capito che il romanzo che ci parla del nostro passato non riproduce il mondo, ma lo reinventa». Passerà il tempo e mi renderò conto (come altri) dell’immenso privilegio che è stato condividere con lui questo mondo, presenziare a questa reinvenzione.

Da www.elespectador.com


 

Copyright 2012 by Empower Consulting Srl. Tutti i diritti sono riservati.
ClubDante S.r.l. è una società del Gruppo Empower Consulting S.r.l..
Tutti i servizi di comunicazione digitale del Portale sono forniti per mezzo della piattaforma Mail-Maker.