[A] Dall'Agorà di ClubDante

Santiago Gamboa
Colombia

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L'arte della generosità


20/05/2012

È stata una giornalista dell'agenzia di stampa Efe a scrivermi da Bogotà il 15 maggio, alle 21.02 ora di Roma: «È morto Fuentes e non è una bufala. Immagino che sarai shockato, ancor di più dopo la morte fittizia di Gabo ieri». Sono rimasto attonito, ho afferrato il telefono e ho chiamato Jorge Volpi a Madrid. «Confermi?», gli ho chiesto, e Jorge, con voce spenta, ha risposto: «Sì, disgraziatamente, sì». «Allora sono io a farti le condoglianze», gli ho detto. Ci siamo scambiati degli abbracci e ho messo giù, anche se poi sono rimasto a guardare il telefono per un momento, a fare il punto, cercando di capire cosa sarebbe successo, come era possibile immaginare un futuro dopo una simile assenza.
La vita è sempre più forte, è ovvio, e un attimo dopo ho pensato che chiunque dovrebbe invidiare il destino di Fuentes: vivere come lui, così intensamente, così impregnato del mondo, così vicino a tutte le cose importanti, uno scrittore di quelli di una volta, di quelli che erano percepiti come piccoli capi di Stato di paesi (non potrebbe dirsi meglio) immaginari, e soprattutto, nonostante questa enorme, elegante e chilometrica figura di scrittore, alla fin fine essere soltanto un uomo così appassionato dalla scrittura: uno per cui scrivere era molto più importante che essere scrittore.
Fuentes è morto, a quanto posso intuire, totalmente cosciente e in modo imprevisto, come ho sempre creduto che si debba morire (che privilegio!): senza deteriorarsi, senza dolori prolungati, senza soffrire. Si è alzato quel giorno ed è morto, come se avesse un appuntamento inamovibile con la Grande Mietitrice. L'aveva già detto Carmen Balcells: «Superati gli ottanta, è come se la polizia avvisasse qualcuno che da un momento all'altro verrà arrestato». A Fuentes è toccato il 15 maggio, e se ne è andato passando dalla porta principale.
Oltre alla sua opera, impregnata di un linguaggio teso e violento, che non avrà problemi a perdurare, uno degli aspetti del suo carattere che più mi impressiona (mi impressionava, sigh) è la sua generosità. In essa vi è qualcosa di misterioso. Prendiamo il caso di García Márquez, che giunse in Messico da New York intorno al 1963 su un’automobile malandata, senza lavoro, con la moglie e due bambini piccoli, senza un soldo, avendo pubblicato un paio di racconti sulla rivista che Fuentes dirigeva. «Come hai conosciuto Gabo?», gli chiesi una volta, e Fuentes mi rispose: «A una festa a casa di Álvaro Mutis. Da quel giorno siamo diventati amici». Fuentes era famoso, ricco, aristocratico, apparteneva al jet-set della capitale, era sposato con l'attrice di moda (Rita Macedo), era bello ed elegante, insomma, aveva tutto. Come aveva fatto a diventare così amico di un immigrato colombiano appena arrivato? García Márquez doveva sicuramente avere un'aura potente, però mi sforzo di immaginare oggi un giovane trentenne, coccolato dalla fama e dal denaro, poliglotta, amico di Arthur Miller e Buñuel, che aveva amori con attrici di Hollywood, e davvero mi colpisce la sua apertura mentale, il suo grande intuito.
Qualcosa di simile è successo con José Donoso, che negli stessi anni giunse a Città del Messico senza un soldo in tasca, con problemi di ogni tipo, e che Fuentes accolse a casa sua per diversi mesi, dandogli una specie di bungalow in fondo al suo giardino, dove Donoso (insieme a sua moglie, María Pilar) poté concludere il suo romanzo Il posto che non ha confini. Ed è stato lui, con i suoi contatti e le sue amicizie, a dare il primo impulso al Boom, a scrivere saggi che hanno fatto conoscere le virtù della letteratura dell'America Latina che stava per conquistare il mondo.
Per non parlare della sua generosità verso i più giovani: con i romanzieri del Crack, con autori latinoamericani del Cile, della Colombia o del Perù. Con me stesso, devo dire. Non ho dimenticato la vertigine che ho provato quando ho ricevuto l'inaspettato invito al suo ottantesimo compleanno, e poi, dopo essere atterrato a Città del Messico, il modo in cui mi ha salutato ed elogiato. Non ho dimenticato un viaggio in macchina da Città del Messico a Xalapa con una fermata a Cholula, come in Cambio di pelle, sulla “superstrada per Puebla”: il suo entusiasmo mentre parlava del mondo precolombiano, il suo desiderio di farlo rivivere al romanziere cileno Arturo Fontaine e a me.
Una volta gli chiesi se non fosse interessato a scrivere le sue memorie, e mi rispose: «No, perché? La mia vita ha smesso di essere interessante a ventidue anni. A partire da quel momento, potrei solo dire: mi sono seduto e ho scritto un libro».
In un’altra occasione pubblica, quando tornai sull’argomento, sentenziò: «Le memorie servono soltanto a infastidire tua moglie e a litigare con gli amici, no?». E tuttavia l’idea finì per sedurlo e stava scrivendo dei testi autobiografici che mi aveva proposto di leggere prima della pubblicazione. Un onore che non sono riuscito ad avere.

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