[A] Dall'Agorà di ClubDante

Bruno Arpaia
Italia

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Intellettuale vecchio stampo


20/05/2012

Quando, nel 1958, apparve nelle librerie L’ombelico della luna (titolo originale: “La región más transparente”), Città del Messico aveva “solo” quattro milioni di abitanti e Carlos Fuentes appena trent’anni. Ma era già Carlos Fuentes. Infatti quel suo primo romanzo (a cui sarebbero seguiti, tra gli altri, Aura, La morte di Artemio Cruz, Cambio di pelle, Terra nostra, la sua opera più densa e sperimentale, e poi Gli anni con Laura Díaz, Gringo viejo o Cristóbal Nonato) segnò decisamente un punto di svolta. Fino ad allora, con le eccezioni di Roberto Arlt e Leopoldo Marechal, la narrativa latinoamericana era stato uno specchio nel quale si riflettevano i miti tellurici e l’onnipotenza di una geografia fatta di selve, boschi, pianure, cordigliere e fiumi. E le città, che ormai si avviavano a diventare sterminate megalopoli? Tutti a descrivere gauchos, amori nella pampa e caccia allo struzzo, si lamentava Juan Carlos Onetti, e nessuno che si preoccupasse di far esistere Montevideo… Ci pensò il giovane Fuentes a trasformare il paesaggio urbano in protagonista letterario, in uno spazio incerto in cui convivono diversi tempi e diverse culture, nel luogo per eccellenza in cui i latinoamericani vagano alla ricerca della propria identità. «Io sentivo», avrebbe confessato anni dopo lo scrittore messicano, «che la città mi gridava: ‘Scrivimi, per favore! Scrivimi! Perché nessuno mi scrive?».
Don Carlos, che ci ha lasciati martedì scorso poco prima di compiere ottantaquattro anni, era un uomo colto, ironico, elegante, poliglotta, cosmopolita, e soprattutto ancora curiosissimo, nonostante l’età avanzata. Non ho mai conosciuto nessun grande maestro attento come lui alla produzione letteraria delle generazioni successive, di cui si è fatto consigliere, mentore e propagandista. Fuentes, insomma, è stato un intellettuale vecchio stampo, che non ci ha lasciato soltanto una sterminata produzione narrativa, ma anche saggi di riflessione e di critica, in cui fin dall’inizio aveva nitidamente intravisto gli esiti futuri dei suoi colleghi latinoamericani. A suo agio in un brodo di coltura fatto di storia, letteratura e politica, ma attentissimo a evitare le contaminazioni indebite tra i suoi campi d’interesse, ripeteva spesso che la sua ricetta dell’eterna gioventù consisteva nel lavorare sodo, nell’avere sempre un progetto in testa. A questa consegna è stato fedele fino all’ultimo giorno di vita: aveva, infatti, appena pubblicato un volume di conversazioni con l’ex presidente cileno Ricardo Lagos sul futuro dell’America latina, messo il punto finale a un romanzo su Nietzsche e a un libro di memorie, mentre era già pronto a immergersi nella nuova opera narrativa, che doveva intitolarsi El baile del centenario. E in Italia, intanto, era appena uscito il suo romanzo Destino, pubblicato come sempre dal Saggiatore.
Sebbene fosse un giramondo, era davvero il più messicano degli scrittori, come lo ha definito Juan Goytisolo. Non solo perché nelle sue opere aveva tracciato un magnifico affresco sulla storia e le contraddizioni del suo paese, ma perché ne aveva sposato l’essenza: la grande confidenza e intimità con la morte. È da lì, dal punto di vista della morte, che molte delle sue storie vengono raccontate, come se solo da quella prospettiva, che deve molto al Barocco e al Siglo de Oro spagnolo, l’uomo potesse avere una coscienza più precisa delle proprie grandezze e delle proprie miserie. Come se solo la morte potesse farci apprezzare fino in fondo la vita. Lui, don Carlos, lo sapeva bene.

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