[A] Dall'Agorà di ClubDante

Nicola Lagioia
Italia

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Letteratura e crisi economica


18/05/2012

«Fa sorridere sentir parlare del debito greco. Tutto il genere umano è debitore verso la Grecia!», ha scritto giustamente Guido Ceronetti nel 2011. E oggi, con la Grecia travolta dalla crisi e l'intero progetto europeo minacciato dallo tsunami finanziario, ci si può chiedere tra le altre cose come la letteratura reagirà in un simile contesto.
La domanda nasconde più di un'insidia. Non credo infatti sia mai una buona idea, seppure dall'orlo di un cambiamento epocale, fare previsioni su come la letteratura cambierà di conseguenza, o peggio su quali strade avrà il dovere di imboccare. Le strade gli scrittori se le ricavano da sé in itinere, e la letteratura ha spesso il merito di coglierci alle spalle, brevettando soluzioni che non avremmo immaginato prima di trovarci a tu per tu con Gatsby o madame Bovary.
Sono quindi poco interessato a sapere in anticipo su ciò che veramente conta (i libri) quale sarà il miglior tipo di narrativa prodotta da una crisi che sembra sempre più generalizzata e sistemica. Si può invece auspicare che la crisi spazzi via tutta una serie di atteggiamenti pre- o paraletterari alimentati dalla sua lunga e variopinta (dunque grigissima) incubazione nonché anticamera (in Italia il trentennio 1980/2011); i quali atteggiamenti, proliferando prima e dopo la pagina scritta, hanno finito spesso per contaminarla con conseguenze nefaste. Sarebbe auspicabile ad esempio che la crisi travolga con sé:
1) la convinzione che la letteratura sia con l'editoria in un rapporto di mezzo a fine, e non il contrario. Man mano che la figura dello scrittore perdeva il proprio peso sia sociale che antisociale (la forza istituzionale dei Thomas Mann o quella eretica dei Céline) se ne è gonfiato pneumaticamente lo status. Lo scrittore ha cominciato a esercitare sugli ordinari alfabetizzati di ogni età (il mostruoso uomo medio del monologo di Orson Welles nella Ricotta pasoliniana) una sorta di fascino da star di serie B rispetto a quelle del cinema e della musica, in un contesto che o era editoriale – editoria cartacea e televisiva – o non era. Scrivere un libro è diventato a un certo punto non una (spesso gratuita) questione di vita o di morte ma – piuttosto miseramente – la chiave d'accesso a un mondo a lungo desiderato, cioè quello editoriale, se non il sistema per spingersene dalla periferia sempre più verso il centro. Mai, come negli ultimi anni, due scrittori chiusi in una stanza hanno parlato così tanto di contratti, case editrici, uffici stampa, premi letterari, diritti secondari, recensioni, royalties, editor, passaggi televisivi, presentazioni, reading ecc. e così poco di letteratura o della propria vita.
2) la convinzione che si abbia sempre tutto da perdere e nulla da scoprire. Se William Burroughs fosse andato a Tangeri con una fellowship o una borsa di studio, sarebbe stato Dave Eggers e non avrebbe scritto Il pasto nudo.
3) la convinzione che non si esiste veramente come scrittori mentre si scrive un libro ma quando si firmano copie in libreria o editoriali sulle prime terze ventesime centesime pagine dei quotidiani. La ritrosia di un Cormac McCharty diventa un esempio etico oltre i suoi meriti per chi è distrutto dall'ossessione che non si esiste se non si è onnipresenti.
4) la convinzione che nella vita e nel mestiere di uno scrittore editori, colleghi, agenti letterari, direttori di giornale, professori universitari, critici, presidenti di fondazione debbano sempre essere più importanti di amici, mogli, amanti, mariti, albergatori, portieri d'albergo, compagni di strada, compagni di sbronze, venditori di coni gelato, prostitute, assassini, drogati, piccoli ladri in attività, grandi ladri in disgrazia, uomini politici in disgrazia.
5) la convinzione, l'illusione, la vera e propria follia in base alla quale consenso e popolarità siano termometri letterariamente fedeli. Ma vale anche il contrario per chi è così ferocemente ostile a ogni fortuna altrui da fare di quella (speculare) ostilità la propria maschera.
6) la convinzione che la postumità non sia tra gli obiettivi di un libro; non postumità rispetto all'autore, ma perlomeno relativamente al contesto in cui il libro esce. Un libro non è un quotidiano. Se si ritiene che un libro debba nascere e morire nel sistema produttivo, comunicativo, relazionale che lo produce, gli si tarpano le ali e si nega la piccola ma preziosa forma di trascendenza che restituisce alla letteratura il suo valore.
7) la convinzione che fare pubbliche relazioni sia più utile che perdere tempo.

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