[A] Dall'Agorà di ClubDante

Diego Zandel
Italia

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Onfray, la fiaccola dell'anarchia


05/07/2013

Ogni tanto si torna a parlare di anarchismo. A fare notizia sono: in Italia, i misteriosi militanti della FAI, intesa come Federazione Anarchica Informale, acronimo abusivamente preso pari pari da quello della federazione storica dell’anarchismo italiano, ovvero la Federazione Anarchica Italiana nata a Carrara nel 1945 dalle ceneri della Unione Anarchica Italiana di Errico Malatesta, Armando Borghi, Alfonso Failla,  e che con la vocazione insurrezionale  di quella non ha niente a che vedere; in Grecia, i gruppi che organizzano le proteste di piazza ad Atene e che hanno il loro epicentro nel quartiere libertario di Exarchia; mentre dalla Spagna, che ne è in qualche modo la patria  arrivano, o arrivavano,  più notizie degli “indignati” che di anarchici (do you remember “Les anarchistes” di Leo Ferrè? “Non sono l’uno per cento, ma credetemi esistono, in gran parte spagnoli, chissà perché…  sono gli anarchici”, ora non più quelli). Per il resto, a parte l’attività personale di qualcuno che, comunque, si rifà alla storia e al pensiero classico del movimento, l’anarchismo  è assente dal dibattito politico. E io credo che lo sia perché è rimasto fermo, appunto, alle idee del passato, privo di quel rinnovamento critico  “alto” che gli restituisca una qualche funzione all’interno di una società complessa come l’attuale.

Ci provano un po’  uomini come Noam Chomsky, negli Stati Uniti,  ed ecco che ora, in Francia, dopo l’interessante accostamento tra marxismo e anarchismo portato avanti da Daniel Guerin, emerge Michel Onfray con i suoi libri. L’ultimo, che vuole essere un po’ la summa divulgativa delle sue idee s’intitola “Il post-anarchismo spiegato a mia nonna”, edito in Italia dalla casa editrice libertaria “Elèuthera”.  E’ un libro che si legge d’un fiato, anche per la sua brevità oltre che per lo stile piano, ma che, a me pare, non faccia fare un passo avanti alle vecchie idee.

Che cosa sarebbe, infatti, il post-anarchismo evocato da Onfray? Sarebbe quello, da lui definito come nuovo e che chiama “socialismo libertario”. Un socialismo cioè che s’innesta  sul progetto di una Repubblica libertaria che si oppone al liberalismo e al liberismo, quali motori di un capitalismo che sta sempre più mostrando il suo volto criminale, e al comunismo, sulla base delle teorie ed esperienze maturate negli anni dei paesi a socialismo reale. Allo stesso modo respinge il riformismo socialdemocratico che  ha fatto ormai proprie le idee dell’economia di mercato tipica della società liberale, complici di un’alternanza “al governo secondo una logica di condivisione del territorio”. In buona sostanza, scrive Onfray “Il socialismo libertario mette l’economia al servizio degli uomini, riorganizza la produzione nel senso di una divisione più equa, più giusta, nella quale scomparirebbe completamente quello che Proudhon, in Che cos’è la proprietà?,  chiamava ‘albinaggio’, ovvero la spoliazione della forza lavoro da parte del proprietario. Il post-anarchismo è antiliberale, anticomunista e socialista libertario”.  E più avanti: “Aggiungiamo al rifiuto del liberalismo e del comunismo anche quello di qualsiasi teocrazia laica”.

 In pratica, quanto ad enunciazioni, siamo ancora a Turati, cioè agli anni Venti, a prima cioè che il riformismo scendesse a compromesso con i valori del capitalismo, ma, in una logica di fermezza alle idee socialiste, realizzasse queste – in contrapposizione alla rivoluzione di tipo comunista – attraverso l’uso della democrazia politica.

Ciò che manca alla tesi di Onfray, a questo punto, è cosa concretamente fare sul piano dei rapporti di lavoro tra capitale e produzione, in un sistema di potere che si deve esprimere come assenza di potere dell’uomo sull’uomo e di gerarchia (per evitare l’esperienza oligarchica del comunismo fondata sul partito), nella assunzione infinedei compiti e dei doveri di ciascuno  nella prospettiva della distribuzione di una ricchezza che si traduca non in denaro ovviamente ma in servizi e diritti uguali per tutti, a cominciare da quello del lavoro e della casa per finire ai classici della sanità e dell’istruzione. Onfray, a riguardo, oltre a evocare una banale, vecchio stampo “pratica solidale e fraterna”, parla di un “pragmatismo che volta le spalle ai sogni incapaci di cogliere la resistenza opposta dalla materia del mondo; il realismo dell’interazione permanente; la dialettica tra pensiero e azione, tra teoria e pratica, tra verbo e gesto, senza mai sacrificare l’uno all’altro”. Se non è fuffa poco ci manca. E alla fine rivendica “l’imperativo categorico, il punto verso il quale tutto deve tendere” contenuto nel Discorso sulla servitù volontaria di Etienne de La Boétie “Siate decisi a mai più servire e sarete liberi”.  Che poi, gira e rigira, è il principio del vecchio anarchismo ottocentesco. Quello che alla fine si è tradotto in  testimonianze di uomini straordinari (Errico Malatesta su tutti), apostoli laici di cui ai posteri restano solo le loro biografie esemplari che possono essere prese a modello da qualcuno, ma che sostanzialmente lasciano il mondo, nel contempo, uguale a se stesso nella sua ingiustizia sociale.

A questo punto, mi sembra che il suo socialismo libertario sia solo una bella suggestione, e che, per il resto, tutto resti come prima. Alla nonna di Onfray forse può bastare. Per noi è ancora troppo poco.

Il post-anarchismo spiegato a mia nonna - elèuthera (2013)
Il post-anarchismo spiegato a mia nonna
Michel Onfray
elèuthera
2013
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