[A] Dall'Agorà di ClubDante

Pietro Spirito
Italia

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A piedi lungo la via Francigena

La viandanza


29/07/2013

Non vedo l’ora di rimettermi in cammino. Ero certo che sarei stramazzato dopo due chilometri, e invece, dopo una breve sosta,  sento nelle gambe il bisogno di camminare ancora. Ho agganciato la quarta tappa della via Francigena al contrario, da Ponte d’Arbia a Siena, per raggiungere il secondo Festival della Viandanza a Monteriggioni, “quel che di torri si corona” come dice Dante, comune della Montagnola Senese orgoglioso di essere un pezzo di medioevo praticamente intatto. Non potevano scegliere un posto migliore per fare sentire un pellegrino ancora più pellegrino: quando il borgo appare dopo l’ultima svolta del sentiero, cinto e turrito con i suoi guidoni sventolanti  sulle mura, ogni tempo s’annulla e fra te, peccatore postmoderno e interattivo, e il viandante penitente del milleduecento non c’è più alcuna differenza.

Siamo una decina tra blogger e giornalisti, tutti in marcia dietro la nostra guida Sabrina dell’associazione Movimentolento (movimentolento.it) verso quello che è ormai l’evento di riferimento (viandanzafestival.it) per - come dicono gli organizzatori - tutti gli appassionati del viaggio lento, a piedi e in bicicletta (ma i festival del cammino e della viandanza stanno spuntando come funghi un po’ ovunque). Il grosso della compagnia è partito tre giorni fa da Radicofani, io mi aggrego alla quarta e penultima tappa. Il percorso segue un piccolo tratto della via Francigena, storicamente parte del fascio delle vie Romee che conducevano alle tre grandi mete religiose cristiane dell’epoca medievale: Roma, Santiago de Compostela e Gerusalemme. La moderna via Francigena segue grossomodo il percorso che nel X secolo il vescovo Sigerico fece - naturalmente a piedi - da Canterbury fino a Roma. Oggi centinaia di viandanti lo imitano ogni anno.

L’ha fatto anche Raul Santiago - nomen omen - che sta camminando accanto a me con il suo zaino all'apparenza, chissà perché, tanto più leggero del mio. L’anno scorso Raul è partito da Canterbury e se l’è fatta a piedi fino a Roma. Sono, secondo Google Maps, più di mille e cento miglia, quasi duemila chilometri. Ha impiegato tre mesi per compiere l’intero tragitto, spendendo mille euro viaggio compreso (dalla Spagna) e trovando ospitalità con i contatti del Couchsurfing. Raul è un viandante dell’era contemporanea. Naturalmente si è fatto anche il Cammino di Santiago de Compostela, che oggi attira  duecentomila pellegrini all’anno. Erano 15.863 nel 1994, 179.944 nel 2004, 272.135 nel 2010. Il tratto italiano della Francigena non è a questi livelli di affollamento, ma è forse solo questione di tempo: quando stasera arriveremo a Siena suor Ginetta del Centro d’accoglienza San Vincenzo de’ Paoli - struttura deputata ad assistere per lo più senzatetto e indigenti - racconterà di aver accolto il primo vero pellegrino nel 1999. Nel 2000 sono saliti a 35, l’anno scorso gli ospiti sono stati 1350. La viandanza fa tendenza.

Arriviamo a Grangia di Cuna. Siamo partiti di buon passo stamattina alle 9  dall’Hotel Borgo Antico di Lucignano d’Arbia e contiamo di oltrepassare l’antemurale merlato di Porta Ovile di Siena a metà pomeriggio, percorrendo la Francigena da sud a nord solo per questioni di organizzative, visto che il festival è a Monteriggioni, cioè dalla parte opposta a Roma.

Grancia di Cuna, dove decidiamo una breve sosta, è uno degli esempi meglio conservati di fattoria fortificata medioevale, e fa mostra di sè là dove nel 1100 esisteva uno Spedale che dava ricovero e assistenza ai pellegrini e ai mercanti in transito. Piove che dio la manda. La fresca, dispettosa pioggia di maggio. In giro non c’è anima viva, è tutto chiuso, non c’è nemmeno un bar. Ci rifugiamo sotto un porticato di mattoni rossi meditando su quanto l’ospitalità moderna non ricalchi esattamente quella del XII secolo. Non appena l’acquazzone dà tregua ripartiamo.

Dopo tanti sentieri collinari e distese d’erba ondulata puntellata di papaveri ,imbocchiamo una piccola deviazione asfaltata verso Isola d’Arbia. L’obiettivo è un pranzo al sacco con l’appoggio di un bar. Ci sistemiamo nell’unico locale trovato aperto, al riparo dalla pioggia, sufficientemente comodi per twittare sgranocchiando panini. Poi via di nuovo, con le pedule in goretex orgogliosamente infangate e i poncho in poliestere che frusciano al vento.

La viandanza contemporanea offre al viaggiatore una varietà di panorami probabilmente maggiore rispetto a quella di cui poteva aver fatto esperienza il vescovo Sigerico. Mi riferisco al fatto che, come già detto tante volte, viviamo un’epoca dislessica, in cui i salti emozionali e temporali sono spesso repentini e vertiginosi.  Me ne rendo conto quando, dopo aver passato San Pietro a Paterno e Bucciano,  arriviamo a lambire la periferia di Siena, tra il Viadotto Tressa e la Cassia Sud. Qui, in mezzo a cantieri stradali interrotti e strade che portano al nulla, sorge una piccola area industriale adiacente al centro smaltimento rifiuti ingombranti.  L’Italia offre un catalogo pressoché infinito di come un intero popolo, con i suoi amministratori in testa, sia totalmente incapace di sviluppare un senso - uno qualsiasi - di accorta gestione del territorio. In Italia forse più che in altri Paesi pensiamo al territorio come qualcosa di accessorio, una materia da piegare ai bisogni e ai capricci del momento. Per noi l’ambiente non è un organismo vivo e complesso che nasce, cresce, vive e muta, ma è piuttosto materia inerte, terra e sassi da scavare, grattare, modificare a piacimento senza curarsi non solo del territorio in sé, ma dei rapporti, degli equilibri, della simbiosi con l’uomo che quel territorio lo vive. Storia vecchia, d’accordo,  ma non posso fare a meno di pensarci mentre - dopo aver lasciato sulla destra gli orridi piloni in calcestruzzo di un viadotto mai finito, abbandonati lì con le loro anime di tondini arrugginiti allungati verso il cielo come inutili crocifissi -, ci inoltriamo tra capannoni industriali, cancelli e reti di plastica rossa oltre i quali è tutto vietato.

Dal lontano medioevo a un futuro distopico, dal Nome della Rosa a Blade Runner, dalle foreste della Compagnia dell’Anello alla Strada post-apocalittica di Cormac McCarthy.  La via Francigena non è più quella delle origini, anzi i tratti genuini sono pochi. Ma il bello è proprio questo: un tracciato che mischia passato e presente, sacro e profano, in una geografia mai consolatoria e sempre aderente alla frammentarietà del quotidiano.

Non piove più, un sole caldo conforta l’ultimo tratto prima della città. In fila indiana entriamo a Siena attraverso Porta Ovile maledicendo l’asfalto, il vero nemico del viandante. L’asfalto non rappresenta solo un attentato alla muscolatura delle gambe - come se qualcuno prendesse a martellate talloni, calcagni, flessori e peronei - ma è la causa prima degli incidenti mortali tra i viandanti. In un anno in Italia (dati Istat riferiti al 2009) i pedoni investiti hanno rappresentato l’8,6% degli incidenti stradali, con 18.472 casi in cui hanno perso la vita 611 persone, il 15,7% del totale, con 20.887 feriti. Da quando agli albori del XX secolo le auto hanno cominciato a circolare, tra il pedone e l’automobile (ci sarebbero anche i ciclisti, ma è un discorso a parte) si è stabilito un rapporto di reciproca incompatibilità che ha spesso esiti fatali.  Un gruppo di viandanti in marcia lungo una provinciale o una statale rappresenta un bersaglio irresistibile soprattutto per i Suv. Si è scritto e parlato molto dei Suv, delle psicopatologie che portano una persona a spendere migliaia di euro per acquistare un veicolo che - considerati solo i rapporti volumetrici fra abitacolo e spazi urbani - semplicemente non dovrebbe circolare: qui ci interessa sottolineare come  un Suv lanciato a velocità nemmeno troppo elevata sia un pericolo concreto quando si abbandonano i sentieri per transitare nei pressi dei centri abitati. Per questo Sabrina segnala a ogni automobile di rallentare - con gesto cortese ma perentorio - quando la pattuglia dei viandanti imbocca le vie asfaltate.

Breve sosta nell’androna di Porta Ovile, prima di raggiungere il centro città e l’Hotel Minerva in via Garibaldi dove passeremo la notte. E' la prima volta che mi capita di trasferirmi a piedi da un albergo all'altro durante un viaggio, rifletto mentre raggiungiamo via dei Servi numero 4 per visitare il Centro di accoglienza di San Vincenzo de’ Paoli.

Ed è a quel punto, proprio all’incrocio con Santa Maria dei Servi, che la nostra variopinta compagnia di laici pellegrini  incrocia un gruppo di bikers austriaci dai giubbotti borchiati che ha appena parcheggiato le Harley Davidson scure e luccicanti all’ombra dalla basilica di San Clemente. Ci guardiamo. Noi e loro. Gli esegeti del movimento lento e i paladini della velocità.  Gli uni portatori di un’istanza ecologista, gli altri cavalieri di lande catramate. I primi alla ricerca di una libertà rispettosa dagli orizzonti indefiniti, i secondi all’inseguimento di una libertà ribelle dagli spazi organizzati. Entrambi viaggiatori, ma su fronti opposti e trasversali.

Improvvisamente ho un guizzo di nostalgia per la mia  Kawasaki ER-5 a sei marce. E’ rimasta a casa, sola soletta. Sto camminando da stamattina, ho percorso a piedi con lo zaino in spalla più di venti chilometri ora ammucchiati nelle gambe dense e pesanti, e la visione dei bikers risveglia in me il senso mai sopito per la moto. Cosa darei per sedermi adesso sul sellino in finta pelle nera, accendere il motore quattro tempi a due cilindri da 50.3 cv, abbassare la celata del casco come un duellante medioevale alla giostra, dare manetta e sfrecciare via con  leggerezza schivando il traffico. Osservo i bikers sciamare allegri a piedi verso Piazza del Campo, con l’andatura caracollante del cowboy che è stato a lungo in sella. Immagino di gettare via lo zaino e unirmi a loro, togliere pedule e poncho, indossare stivali e giubbotto e filare via su una di quelle moto dal rombo simile al ruggito di un leone. Ma la vita è fatta di scelte, c’è un tempo per la calma e uno per l’intemperanza, uno per la fretta e uno per la viandanza.

E poi, la lentezza è rivoluzionaria. Lo dice Luigi Nacci, amico e  poeta. E’ il direttore artistico del Festival della Viandanza, dove sto andando, e dove si esibirà un nutrito gruppo di artisti, poeti e scrittori, da Wu Ming 2 a Moni Ovadia, da Andrea Satta a Sergio Staino, da Giani Biondillo a Flippo Tuena, più una schiera di musicisti, artisti di strada, camminatori e pellegrini di varia estrazione. Sarà l’occasione per discutere il Manifesto della Lentezza, un vero e proprio programma civico e politico che le tante anime della viandanza stanno mettendo a punto. Il Manifesto della Lentezza, scrive Riccardo Carnovalini, “dovrebbe chiedere a ciascuna amministrazione comunale italiana di ripulire perlomeno un chilometro di antica viabilità pedonale. Non servono soldi, occorre la passione, il cuore, il desiderio di recuperare la nostra memoria. Ottomilanovantadue chilometri di sentieri tornerebbero alla luce e con le loro mille storie di vita e di cultura. Potendo sognare, sogno che ogni strada asfaltata d’Italia, dalle comunali alle statali, abbia un piccolo spazio protetto, o perlomeno segnato, per chi va a piedi e in bici. Di paese in paese, nella quotidianità”.

Questo l’assunto di base per un impegno politico-amministrativo concreto. Ma la filosofia della viandanza è molto più complessa, e raccoglie una serie variegata di istanze che si potrebbero grossomodo racchiudere sotto l’etichetta della decrescita, accompagnata da un spiritualismo di ritorno che oscilla in parte fra la consolidata tradizione cattolico-cristiana e rinnovate spinte new age. Camminare, ha scritto per esempio Adriano Labbucci sul blog del Manifesto della Lentezza (http://www.movimentolento.it/it/resource/blog/category/il-manifesto-della-lentezza/) è una risposta alla crisi che stiamo vivendo, che non è solo un devastante scompenso economico, ma il crollo di un sistema dove non funzionano più i meccanismi che regolano l'equazione produzione + consumo = felicità, e che impone quindi di rivedere parametri e coordinate di ogni sviluppo sociale. L'atto del camminare  costringe a ripensare e rivalutare alcuni di questi parametri, come la relazione con il tempo, le necessità legate ai consumi e l'interazione con l'altro e l'altrove. Senza contare il rapporto con l’ambiente. Per questo camminare è un atto politico, una via per cercare - come gli antichi pellegrini - la Perduta Patria Celeste.

“E c’è una viandanza di destra e una di sinistra”, sintetizzava l’altra sera Nacci  durante la cena al Borgo Antico. C’è differenza tra la camminata sportiva, che si pone un obiettivo come impresa - i trekking in quota ad esempio, o le traversate nei deserti  -  e il viaggiare a piedi  lungo percorsi  dove la meta è in fondo solo un pretesto. C’è differenza tra un camminare strutturato, associativo, che tende a eliminare ogni imprevisto, e un camminare  che fa dell’imprevisto, dell’inatteso, dell’epifania vitale e necessaria lo scopo stesso del viaggiare.

Al mio secondo giorno di cammino lasciamo l’Hotel Minerva alle 8.30, con un’ora e mezzo di ritardo sulla tabella di marcia. Dovremmo arrivare a Monteriggioni nel primo pomeriggio, dopo 25 chilometri in gran parte fra boschi e sterrati. Lasciata la periferia di Siena entriamo subito nel silenzio della campagna, e alle 11 sbuchiamo alla piana del Lago Scomparso. Ci fermiamo davanti alla Guglia, un obelisco situato all’inizio di una galleria sotterranea che dopo due chilometri porta le acque di deflusso di Pian del Lago nel torrente Rigo, lungo la strada che conduce a Lecceto.  Si tratta di un’area bonificata a partire dal 1764 a spese proprie da Francesco Bindi Segardi di Siena, un tipo che aveva molto a cuore la sua terra. La bonifica fu portata termine nel 1781 dal granduca Pietro Leopoldo di Lorena, cui si deve la stele che ricorda l’impresa. Ecco, questo è un esempio di quel rapporto con il territorio che abbiamo perduto. Tre secoli fa togliere la terra all’acqua “per farvi qualche sementa di fave”, come scrisse Bindi in una lettera di “ragguaglio dell’acqua del Pian del Lago”, era impresa che imponeva un rapporto paritario con l’ambiente. Nelle cronache di allora l’acqua viene menzionata sempre con la A maiuscola: è corpo e materia viva, obbligarla a spostarsi, ad andare da un’altra parte, avrà delle conseguenze, per cui è necessario il rispetto. E una volta piegato l’ambiente alle necessità dell’uomo erigere una stele come su un campo di battaglia è simbolo sì di vittoria, ma sempre nel segno dell'ossequio.

Ripartiamo alla volta di Monteriggioni. Poco dopo La Villa, in un tratto boschivo incrociamo un altro gruppetto di viandanti. Fra questi c’è Fabrizio Pepini, 50 anni, originario del Trasimeno ma accasato a Bruxelles. Fabrizio è partito il 6 maggio dal passo del Gran San Bernardo per scendere a piedi fino a Roma lungo la Francigena. E’ in cammino da tre settimane, ha il volto abbronzato e gli abiti sbiaditi dal sole. Fabrizio è affetto da linfonoma mantellare, uno dei tumori più aggressivi in cui i processi che regolano la sopravvivenza delle cellule sono molto alterati. Una malattia difficile da curare con le terapie convenzionali. Per sconfiggere il tumore Fabrizio ha provato di tutto, dai cicli di chemioterapia ai trapianti, ma senza esito. Di fronte all’ineluttabile, nel 2012 Fabrizio decise di compiere il pellegrinaggio alla volta di Santiago di Compostela. “La prima settimana fu durissima - racconta - pensavo di non farcela”. Poi, continua, la “mente ebbe la meglio sul corpo”. Raggiunse Finisterre, l’antico limite occidentale conosciuto della terra, quindi tornò indietro e ricominciò a camminare. Adesso percorre la Francigena dal San Gottardo a Roma. “Proprio ieri - racconta - ho avuto dall’ospedale gli esiti degli ultimi esami: i valori non sono cambiati, il tumore è ancora lì, ma io sto benissimo. Secondo i medici dovrei stare fermo a letto senza fare sforzi imbottito di medicine. E invece cammino, ovunque e con ogni tempo, e non mi sono mai sentito così bene. Sì, sono credente, il mio è un pellegrinaggio, ma qui i miracoli non c’entrano nulla: semplicemente funziona. Fatelo sapere, funziona davvero”.

Salutiamo Fabrizio e i suoi compagni, e proseguiamo in silenzio nel bosco. Poco dopo le 16, alla svolta del sentiero appaiono davanti a noi le mura turrite di Monteriggioni. Provenissero da sud o da nord, senza dubbio questo era lo stesso spettacolo che si presentava agli occhi dei viandanti del 1200.

Piove di nuovo mentre ci inerpichiamo verso il castello, e quando superate le mura entriamo nella piazza dove fervono i preparativi del Festival della Viandanza, in un allegro caos in cui si mischiamo musici e artisti, viandanti a piedi e in bicicletta, vecchi fricchettoni e giovani blogger, asini da basto e cani sciolti,  ripenso alle parole pronunciate poco fa da Fabrizio prima di riprendere il suo cammino così pieno di speranza: “Funziona”.

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