[A] Dall'Agorà di ClubDante

Diego Zandel
Italia

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Petros Markaris: occhi puntati sulla Grecia di oggi


18/02/2013

 

Probabilmente entro l’anno avremo il terzo romanzo di Petros Markaris, con il quale lo scrittore greco completerà la trilogia sulla crisi economica composta finora dei romanzi Prestiti scaduti e L’esattore. Intanto, Bompiani, il suo editore italiano, manda in libreria, sotto il titolo di Tempi bui, una raccolta di articoli e conferenze sullo stesso argomento scritti in diverse occasioni direttamente in tedesco, lingua che Markaris conosce perfettamente, per i pubblici  della Germania, dell’Austria e della Svizzera.

Èun’analisi spietata, la sua, ma per chi conosce la Grecia nel suo profondo, esatta, tanto che i primi a doverne trarre le conseguenze dovrebbero essere i politici stessi, incapaci, e più ancora, culturalmente inadatti, a trarsi fuori dalla palude che loro stessi,  nel corso di tutti gli anni del dopoguerra, hanno creato.

In questo quadro, sostanzialmente unitario tra destra e sinistra nella modalità di intendere la politica, Markaris si limita a mettere un solo spartiacque nell’anno 1981, quello che ha segnato l’entrata della Grecia nell’Unione Europea che allora si chiamava ancora CEE.

“Fino a quel momento” scrive Markaris “la Grecia era stato un Paese povero che viveva la sua povertà in modo dignitoso:  dopo aver sperimentato per anni l’arte della parsimonia, aveva sviluppato addirittura una specie di ‘cultura della povertà’. Poi venne il 1981 e i soldi  (con l’Europa, n.d.r.) cominciarono a scorrere a fiumi. I greci non avevano più bisogno della ‘cultura della povertà’, ma non riuscirono neanche a sviluppare una ‘cultura della ricchezza’. Il consumo divenne la forza trainante della società”.

Senza nessuna nostalgia, beninteso, per gli anni precedenti, cosa accadde dopo il 1981? Il Pasok, ovvero il Partito Socialista Panellenico, una formazione politica di sinistra nata dopo la caduta della giunta dei colonnelli nel 1974, vinse le elezioni e Andreas Papandreou, che aveva fondato e guidava il partito, si trovò nella necessità, in quel momento imprescindibile, di innestare nell’apparato dello Stato e delle istituzioni pubbliche in genere persone  di sinistra, che fino allora, dal dopoguerra in poi, con la destra sempre al potere, erano stati estromessi da tutti gli uffici pubblici. Persone, annota Markaris “che non potevano sperare nemmeno in un posto della nettezza pubblica”. Conseguenza, questa, della guerra civile che aveva insanguinato la Grecia dal 1946 al 1949 e che aveva portato all’estromissione dal paese del Partito Comunista, il KKE, che era stato protagonista della guerra civile, e con la sua sconfitta diventato illegale,  al punto che neppure i parenti o gli amici di quei militanti – molti all’estero, nei paesi dell’Europa dell’Est, altri in galera o internati - potevano accedere a un posto pubblico. Una condizione che, naturalmente, si aggravò durante la dittatura dei colonnelli e non venne meno nei sei anni successivi con il premier Kostantino Karamanlis.  “Andreas Papandreou  fu costretto a far occupare le poltrone più importanti da persone di fiducia, perché altrimenti la sua politica sarebbe stata compromessa da un’amministrazione pubblica di stampo nazionalista”. A quel punto, i posti di rilievo si duplicarono. Inoltre, per aumentare il consenso nel paese Andreas aumentò, raddoppiandole, le pensioni e diede forti contributi alla gran massa di contadini.  E lo fece ricorrendo ai crediti, indebitando cioè lo Stato. Una manovra analoga a quello che avrebbe fatto poi la destra di Nuova Democrazia quando anni dopo sarebbe tornata al potere, perpetuando così debiti, clientele, corruzione.

“Non è vero che dieci milioni di greci siano corrotti, come sostengono molti stranieri, soprattutto i tedeschi” scrive Markaris “Èvero, invece, che i due partiti di governo  negli ultimi trent’anni hanno creato un colossale sistema clientelare” che non ha mandato in rovina solo lo Stato, ma anche quella parte dell’economia più produttiva del piccolo commercio e delle piccole imprese. Lo si nota, oggi, dalle saracinesche abbassate lungo le strade che un tempo pullulavano di affari e che si moltiplicano via via che la crisi avanza, provocando altri gravi rischi al paese come quello rappresentato dal ritorno sulla scena, per la prima volta dopo la caduta dei colonnelli, di una destra estrema che si richiama addirittura al nazismo, come quella di Alba dorata. Una destra che pesca nel torbido,  approfittando di ogni occasione per scatenare tumulti con aggressioni, soprattutto nei confronti degli immigrati,  nei quartieri  a più alta densità di questi ultimi, che a loro volta non esitano a farsi la guerra, combattendo nelle strade. “Molte delle persone anziane che abitano in questi quartieri considerano gli estremisti di destra come i loro protettori” scrive Markaris, paventando una deriva della quale naturalmente sono responsabili  tutte quelle forze che, in nome dei propri particolari interessi e clientele, rinunciano al necessario cambio di cultura politica che la situazione richiede. Partiti, sindacati, “gli imprenditori che negli ultimi trent’anni hanno approfittato del sistema clientelare, primi fra tutti gli imprenditori edili” e, quindi, gli agricoltori  che non vogliono rinunciare ai sussidi loro assegnati  “arbitrariamente e senza controlli”, gli evasori fiscali. Ma anche i paesi dell’Unione Europea che hanno una colpa forse più grave: quella di aver trascurato i grandi valori sui quali i padri fondatori l’avevano creata per finire, dopo l’introduzione dell’euro, a identificarsi esclusivamente con la sua moneta, gettando a mare tutto ciò che ci accomuna. “L’Europa ha investito molto nell’economia, ma troppo poco nella cultura e nei suoi valori comuni” è il grande rammarico di Petros Markaris. E anche il nostro.

 

A cura di F. Gabelli

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