[A] Dall'Agorà di ClubDante

Diego Zandel
Italia

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Schernitau, l’ultimo comunista


12/12/2012

 

Se vivesse ancora oggi, e assistesse alla deriva di un capitalismo che sempre più allarga la forbice tra i pochi ricchi e il numero, progressivamente sempre maggiore, di meno abbienti e poveri, un capitalismo tra l’altro meno produttivo e più finanziario, Ronald M. Schernitau, scrittore della ex Germania dell’est, morto per AIDS a 31 anni nel 1991, avrebbe molte più ragioni di ieri nella sua critica, di comunista, al sistema. Lo si può supporre  già nel corso della lettura stessa del libro a lui dedicato da un altro scrittore tedesco Matthias Frings, L’ultimo comunista, edito in Italia da Voland, nel quale si racconta  la sua vita, da quando i due scrittori si sono conosciuti, e con spezzoni di flashback che riportano a quando, nel 1966, con sua madre, Ellen, Ronald Schernikau, bambino di sei anni, fuggì nascosto nel bagagliaio di una macchina dalla Berlino est a quella ovest.

Com’è possibile che un transfuga del comunismo inneggi proprio a quest’ultimo e, appena nell’età della ragione si iscriva alla SEW , il partito socialista (comunista) di Berlino ovest? E non solo lui: anche sua madre, che, iscritta al Partito Comunista Tedesco della Germania dell’est, mai abiurò la sua fede, sostenendola, anzi, sempre e sempre difendendo la Repubblica Democratica Tedesca. Il fatto è questo: che sua madre era fuggita all’ovest, a Berlino ovest, per amore: perché li era andato a vivere,  facendosi un’altra famiglia, il padre di Ronald e lei, che amava quell’uomo, voleva che vedesse quel figlio, lo aiutasse a crescere, anche se poi, le cose non andarono proprio così e madre e figlio furono costretti a cavarsela da soli. Soltanto un piccolo inciso per capire il senso della fuga da Berlino est: Ellen, come tutti i fuggiaschi, fu accolta in un campo profughi e interrogata dai servizi segreti, ai quali con una spontaneità e ingenuità sbalorditiva per gli agenti, fece loro capire che lei era comunista e che la sua non doveva intendersi come una fuga ma un semplice “trasferimento”.  La donna poi si rese conto di persona delle difficoltà che incontrò nel cercare un lavoro, che di là era garantito a tutti, arrivando infine a fare l’infermiera. E così Ronald crebbe con le idee della madre e, crescendo, prese a incarnare uno spirito libero e trasgressivo che, negli anni Ottanta, si rivelò rivoluzionario. A parte lo stile di vita da artista, con poche lire in tasca, l’alloggio in comune con altri amici, la divisione della spesa, i lavori precari (faceva il babysitter),  la cosa più importante fu che si scoprì scrittore esordendo con un libro che gli procurò un notevole successo, Romanzo di una piccola città, in cui fece coming out della sua omosessualità, scandalosa anche per la sinistra.

In questo contesto, conobbe Matthias Frings, anche lui omosessuale, allora esordiente scrittore che assunse Ronald un po’ come suo modello, non solo per la straordinarietà della sua scrittura e disciplina lavorativa. Entrambi  antagonisti della stessa socialdemocrazia, soprattutto dopo che Willy Brandt aveva approvato il Berufsverbot,  la legge che vietava di assumere incarichi pubblici a chi apparteneva ad associazioni di sinistra, avevano comunque, nella prassi quotidiana, un atteggiamento diverso rispetto quelli che erano i canoni ufficiali  dei partiti comunisti, anche della Sew. Per Ronald la parola comunista assumeva marxisticamente un sapore eversore nei confronti di un capitalismo che, con i suoi strumenti sofisticati di coercizione basati su una libertà tutta apparente, piegava le coscienze degli uomini omologandone i consumi, le idee, la moda, l’etica e quant’altro attraverso i media detenuti da un potere che perseguiva solo i propri interessi economici, ai quali la politica intera si piegava dietro una parvenza di concorrenza (valga per tutti la sua derisoria critica alla povera cameriera che aveva il suo modello di vita nella soap opera “Dallas”).

Da qui la partecipazione a manifestazioni popolari non solo di studenti, ma della “massa di lavoratori”, che fecero epoca. Alle quali manifestazioni si aggiunsero le lotte che diventarono loro proprie di omosessuali quando i raggruppamenti socialisti definirono la loro tendenza sessuale come una “contraddizione secondaria”, in considerazione di una teoria per cui la “personalità socialista evoluta non è omosessuale”, così escludendo dalle loro fila gay e lesbiche. Il che portò, nelle lotte, a due categorie “i gay rivoluzionari e i rivoluzionari gay”. Su questo fronte era concesso tutto, comprese le notti brave, estreme, discoteche, cabaret, spettacoli en travesti.  Una vicenda esistenziale segnata per Ronald da diversi libri e, da ultimo, alla vigilia della caduta del muro di Berlino, dalla sua richiesta, dopo quella della madre, di tornare a vivere nella Germania dell’est, a Magdeburgo dov’era nato, e riprendersi quella cittadinanza, per arrivare poi ai capitoli finali della sua morte per Aids, non senza prima aver lasciato il suo compagno per un infermiere conosciuto proprio nell’ospedale dove si stava inutilmente curando.

Matthias Frings ha scritto tutto ciò con il tono alto di un memoir, in cui trovano spazio le parti più “romanzesche”,  come quelle di quando Ronald – soprannominato affettuosamente Rolo -  era bambino, facendo uso, in maniera diretta e indiretta, di tutto il notevole materiale lasciato dallo scrittore. Frings, insieme ai suoi personali ricordi, ci ha aggiunto  il senso forte della riflessione su cosa sono stati quegli anni che hanno accompagnata la vicenda esistenziale, e metaforica, di Schernikau.  Un libro  che vale assolutamente la pena di leggere.

 

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Traduzione di Chiara Marmugi

 

L'ultimo comunista - Voland (2012)
L'ultimo comunista
Matthias Frings
Voland
2012
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