[A] Dall'Agorà di ClubDante

Javier Cercas
Spagna

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Un colloquio con Bruno Arpaia

"Che allegria tornare alla fiction"

Esce in Italia "Le leggi della frontiera"


29/07/2013

 

Le leggi della frontiera è un libro che, almeno di primo acchito, sembra molto diverso dai tuoi precedenti. Sembra, infatti, non “appoggiarsi” sulla Storia con la maiuscola e dà l’impressione di un romanzo di formazione, di una storia di adolescenti nei quartieri più poveri di Gerona alla fine del franchismo. E lo è, anche, almeno nella prima parte; eppure, via via che ci addentriamo in quei quartieri e nelle vicende de El Zarco e della sua banda di giovani delinquenti (nella quale entra, per amore di Tere, anche il protagonista e narratore, Cañas, il Gafitas, il Quattrocchi, proveniente invece da una famiglia piccoloborghese), a mano a mano che la storia procede, con i protagonisti ormai quarantenni e con destini molto diversi, i grandi temi della tua letteratura si affacciano a poco a poco, fino al climax del finale, che, come tutti i tuoi finali, è estremamente denso e commovente, senza mai cadere nel sentimentalismo. E possiamo dire che, con questo romanzo, sei tornato pienamente nel territorio della fiction?

 

«Sì. Per me, è stata un’allegria indispensabile tornare alla fiction. Ne avevo urgente bisogno. Perché la non fiction ti schiavizza terribilmente; mi attrae molto, però la fiction è una meraviglia. Lo sforzo, il sacrificio, l’antinaturalità che presuppone la non fiction è terribile. Per me scrivere Anatomia di un istante è stato come scrivere con un braccio legato dietro la schiena, visto che dovevo rispettare le regole che quel libro imponeva.»

 

Eppure in altre occasioni hai sostenuto che ogni libro, di fiction o di non fiction,ti impone le proprie regole…

 

«Sì, però la non fiction deve rispondere non solo alle regole che ogni libro impone, ma anche a quelle imposte dalla realtà, mentre la fiction risponde solo a se stessa (o in parte solo a se stessa, perché è costruita su una realtà), ma comunque la sua libertà è maggiore, hai un margine di movimento più ampio. E recuperare questa libertà è stato fantastico, stupendo. La fiction ti permette cose che non ti permette la non fiction. Credo che dipenda dalle domande che ti poni. Le domande che mi facevo in Anatomia o in Soldati erano domande molto legate alla storia, che richiedevano risposte molto legate alla storia e alla realtà…»

 

E stavolta, quali erano le tue domande?

 

«Be’, alle origini del libro ci sono molte immagini, molti avvenimenti e molte domande. Quella più remota è un’immagine di quando avevo dieci o dodici anni. Abitavo esattamente dove vive Cañas, il protagonista del libro, a Gerona, in un quartiere di classe media accanto al fiume. Oggi Gerona è un piccolo gioiello urbano impeccabilmente restaurato, che ospita ogni anno migliaia di turisti, ma ai tempi in cui inizia la narrazione, nel primo postfranchismo, era una città di provincia scalcinata, con quartieri, come lo stesso centro storico in cui si poteva entrare solo a proprio rischio e pericolo. Un giorno, il portiere del mio palazzo ci portò dall’altra parte del fiume Ter, dove viveva la sua famiglia. E allora vidi un agglomerato di baracche, una miseria nera in cui sprofondavano migliaia di persone, con animali nelle case e strade come fiumi di fango. Erano baracche costruite alla bell’e meglio per ospitare le migliaia di emigranti arrivati lì dagli anni Cinquanta. Com’era possibile che così vicino a casa mia ci fosse un mondo tanto diverso e miserabile? Questa è la prima immagine, che mi è rimasta in mente e che mi ha accompagnato per tutti questi anni. Poi, per scrivere Anatomia di un istante, mi ero immerso a fondo negli anni della Transizione. E mi aveva sorpreso constatare che, mentre nelle prime pagine dei giornali dell’epoca si parlava sempre di grandi temi politici, nelle pagine meno nobili avevano un ruolo enorme i quinquis, i balordi, i delinquenti giovanili. Leggevo di moltissime bande che erano di gran moda e i cui capi diventarono delle star: si giravano film su di loro, venivano continuamente intervistati, erano ammirati e rispettati. Un argomento che venne sfruttato fino alla sazietà e che poi si esaurì di colpo. L’immensa maggioranza di quei ragazzi è morta: l’eroina, la violenza… Tutti morti. In Spagna nella mia generazione c’è stata la guerra dell’eroina, che provocò migliaia di vittime, un olocausto silenzioso. Poco dopo la pubblicazione di Anatomia di un istante, lessi il libro di un mio amico, Carles Monguilod, intitolato Vint-i-cinc anys i un dia, nel quale ricorda la sua esperienza come avvocato di Juan Moreno Cuenca, el Vaquilla, un delinquente che da giovane aveva vissuto in quel quartiere di Gerona. L’immagine di quel ragazzo ormai diventato un sopravvissuto, con alle spalle una leggenda di delinquenza, di droga, ma in una Spagna che non era più la stessa, mi colpì davvero molto. Per di più, la lettura di quel libro coincise con una mostra al CCCB di Barcellona sui Quinquis de los 80. Quando andai a vederla, mi accaddero due cose: la prima, fu che mi vidi trasformato in argomento della mostra. Lì si parlava di me, della mia esperienza, perché la mostra rifletteva gli anni della mia adolescenza, con i flipper con cui avevo giocato, i dischi che avevo ascoltato, i film di quegli anni, compresi quelli sui quinquis. La seconda cosa, è che alla fine della mostra c’era una grande sala con decine di foto in bianco e nero di ragazzi di quell’epoca, di adolescenti come me, che avevano la faccia che avevo io in quegli anni: tutti morti. Non ne era sopravvissuto nessuno. Mi commossi letteralmente fino alle lacrime. E allora mi chiesi: “Perché loro sì e io no? Com’è che non sono uno di loro, che non c’è il mio ritratto fra queste foto?”. Ecco, è questa la vera domanda che è all’origine del mio romanzo.»

 

E, come in tutti i tuoi libri, la risposta è la domanda stessa, il libro stesso. Però stavolta mi pare ci sia ancora di più: un alone di indeterminazione quasi heisenberghiana si sparge su tutta la storia, confondendone i contorni, mettendoci sull’avviso rispetto a qualunque interpretazione forte della Verità e sull’inafferrabilità della cosiddetta realtà. Tutto nel tuo romanzo è possibile, tutte le opzioni di ogni avvenimento sono possibili. Non è solo la stessa storia raccontata da diversi personaggi, ognuno con la loro versione. Qui l’ambiguità è assoluta, essenziale. Nessuno potrà mai sapere chi ha fatto la soffiata che fa arrestare El Zarco, nessuno saprà mai quali fossero i veri rapporti fra El Zarco e Tere, e via di questo passo…

 

«Mi interessa moltissimo l’ambiguità, tutti i miei libri la utilizzano. E qui, effettivamente, ce n’è in abbondanza. Tere dice la verità a Cañas? Li ha davvero traditi? Non lo sappiamo, nemmeno io lo so. E allora perché gli dice di averli traditi? Per liberarlo di una colpa che non è sua, oppure perché l’ha sempre amato, o ancora perché per lei Cañas rappresentava la possibilità di vivere una vita dignitosa dall’altro lato della frontiera? Chi lo sa. Il buco nero del mio romanzo (e ogni romanzo ne ha uno) è questo. Mi piacerebbe scrivere un saggio, che si dovrebbe intitolare Il punto cieco, in cui vorrei spiegare come tutti i romanzi ne abbiano uno, e come è proprio grazie a quel punto cieco che i romanzi ci illuminano: ci illuminano attraverso l’oscurità, ci parlano attraverso il silenzio, dicono attraverso ciò che non dicono. La narrativa ha una modalità di conoscenza ambigua, e pertanto completamente diversa da quella di un giudice o di un giornalista che cercano la verità. La chiave di volta del romanzo è l’ironia, per cui può essere portatore di due risposte allo stesso tempo. Come accade con Don Chisciotte, che è insieme sano di mente e folle. E che accidenti è la balena bianca? Non lo sappiamo. Di cosa è accusato Joseph K? Non lo sappiamo. Ne La città e i cani non sappiamo chi ha ucciso lo Schiavo, non lo sa nemmeno Vargas Llosa. Nessuno può saperlo davvero. È questo il modo in cui funzionano i romanzi. E così, anche alla fine del mio libro, non ci sono risposte, non siamo sicuri quasi di nulla… È pieno di punti ciechi.

 

Per quanto sia diverso dai precedenti, in questo libro affronti di nuovo i temi che ti sono cari: in primo luogo c’è quello dell’eroe, già al centro, in maniera diversa, di Soldati di Salamina, de La velocità della luce e di Anatomia di un istante. Qui l’eroe dovrebbe essere El Zarco, ma in realtà la sua figura da “Robin Hood della Transizione” è più che altro un mito costruito dai media. Stavolta, insomma, rifletti sui miti e sugli eroi della postmodernità. Nel libro definisci un mito come “una storia popolare che in parte è vera e in parte è falsa e che dice una verità che non si può dire solo con la verità”.

 

«Ho cercato di smitizzare la figura del delinquente giovanile, presente in canzoni, libri, giornali e film come una figura romantica alla ricerca della libertà. El Zarco diventa un mito della democrazia spagnola a causa dell’uso che fanno del suo personaggio i mezzi di comunicazione. Un mito di cartapesta che obbedisce a determinati interessi. La democrazia ha bisogno di miti, e quello di El Zarco, nella seconda parte del romanzo, crolla completamente. È un “mediopatico”, ha bisogno dei mezzi di comunicazione, i quali gli creano una maschera di cui finisce per essere vittima. Da parte sua, Cañas, l’avvocato che da ragazzino ha fatto parte della banda, gioca con la stampa, e nel romanzo c’è una riflessione su tutti questi meccanismi. Mi sono reso conto della potenza brutale che hanno i mezzi di comunicazione. Una potenza che implica una responsabilità enorme, e non tutti ne sono all’altezza. Colpisce il fatto che si critichi tanto la “spazzatura televisiva” e invece, su mezzi di comunicazione più seri, con maggior capacità di fare danni, non si abbia nessun senso critico.»

 

Anche questo romanzo si fonda, come sempre, su una questione etica.

 

«La frontiera tra il quartiere di immigrati piccoloborghesi in cui abita il giovane Cañas e la baraccopoli in cui vivono El Zarco e Tere non è solo una frontiera fisica e sociale, è anche una frontiera etica. Venti o trent’anni dopo l’epoca della banda giovanile, l’avvocato Cañas difende El Zarco e lo fa uscire di galera convinto, in fondo, che, se l’amico fosse nato al di qua di quella frontiera, non sarebbe finito così male. Ma poi, nell’ultimo colloquio tra i due, quando El Zarco sta ormai per morire nel carcere in cui si è ritrovato perché, appena rimesso in libertà, è tornato a delinquere, è proprio lui a smentire Cañas: “Mica ti sarai bevuto quella storia?”, gli dice, “mica crederai che, se ho fatto quello che ho fatto, è colpa della società o del posto in cui sono nato?”. El Zarco dice sul serio? Prende in giro Cañas? Ha qualche intento nascosto? Di nuovo, la verità è complessa e contraddittoria, estremamente sfuggente.»

 

E continuando a parlare di verità e di etica, mi è molto piaciuta una battuta di dialogo del romanzo, pronunciata da Cañas quando racconta di aver fatto credere a un El Zarco ormai vinto e prossimo alla fine di essere ancora un suo ammiratore, o addirittura un suo luogotenente. “Così ha lasciato che El Zarco si facesse un’idea falsa di ciò pensava di lui?”, gli chiede l’interlocutore. “Credevo che la verità le stesse a cuore…”. E Cañas risponde: “E mi sta a cuore, ma una virtù portata all’estremo è un vizio. Se non si capisce che ci sono cose più importanti della verità, non si capisce quanto sia importante la verità”. Quali sono le cose più importanti della verità?

 

«Questa è forse è la frase più importante del libro, il suo cuore. Ti rispondo con un esempio: una volta, a Milano, ho fatto un incontro pubblico con Coetzee. Lui lesse un racconto inedito in cui il figlio di Elizabeth Costello, la protagonista di un suo romanzo e una sorta di suo alter ego, sa che sua madre, malata, non ha più scampo. Ma quando Elizabeth gli chiede se morirà, lui le risponde di no. Probabilmente quella menzogna è più importante della verità. La cosa più emozionante del romanzo è che Cañas mente a El Zarco. Ci sono cose importanti come l’amore, la vita. Cañas non vuole smentire El Zarco, vuole continuare a fargli credere che è il suo ultimo luogotenente, che non è finito, che non è solo un sopravvissuto sul punto di morire. Vuole dirgli che ha ancora un amico che lo rispetta. È una bugia che va oltre la verità, e che allo stesso tempo ci fa capire quanto sia delicata e importante la verità stessa. Sono due cose contraddittorie? Be’, mi piacerebbe scrivere un libro che si intitolasse Libro delle contraddizioni, perché credo che proprio nelle contraddizioni ci sia la verità. Si fa molta fatica a capirlo, ma con l’età ci si arriva. Quando una verità si impone in maniera assoluta, non è un bene, perché, come dico in Las leyes de la frontera, una virtù condotta all’estremo diventa un vizio. È una cosa molto difficile da capire, e in realtà non si capisce mai fino in fondo. Perché aspiriamo all’assoluto. Arthur Kostler, che passò per tutti gli assoluti, alla fine della sua vita disse: “Io soffro di assolutite”. È una tendenza naturale dell’essere umano quella di cercare di avere tutto chiaro, o di raccontare a se stesso di avere tutto chiaro, per tranquillizzarsi. La complessità è complicata, perché devi adottare in continuazione prospettive diverse. Che è ciò che ci abitua a fare il romanzo come genere.»

 

Infine, il tuo romanzo è anche una storia d’amore: forse è la prima volta che ne racconti una così a fondo …

 

«Sì, è vero. Sicuramente il libro è anche il racconto dei trent’anni in cui Cañas è rimasto innamorato di Tere, la ragazzina conosciuta nella banda di El Zarco e che lui ritiene la “donna del capo”. È Cañas stesso a raccontarcelo e a parlarci della loro relazione strana, episodica, con accessi impetuosi o lunghi periodi di distanza. Ma Tere, per lui e per noi, rimane un enorme mistero: è o è stata mai davvero innamorata di Cañas, come gli dice alla fine del romanzo? Anche stavolta, non lo sappiamo, non possiamo saperlo. Ma stiamo parlando d’amore, e l’amore in fondo è sempre un mistero.»

 

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Le leggi della frontiera - Guanda (2013)
Le leggi della frontiera
Javier Cercas
Guanda
2013
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