[A] Dall'Agorà di ClubDante

Gianfranco Manfredi
Italia

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Scrivere il paesaggio

Riflessioni a partire da una mostra su Rousseau


20/09/2012

Nel contesto delle celebrazioni del tricentenario dalla nascita di Jean Jacques Rousseau, la mostra ginevrina Enchantement du paysage au temps de Rousseau che si è chiusa lo scorso 16 settembre riveste un interesse del tutto particolare. Al centro, il nuovo modo di considerare il paesaggio che emerge nella prima metà del XVIII secolo sotto l'influenza delle descrizioni paesaggistiche roussoiane e della sua visione della natura. Si esprime negli scritti più letterari del filosofo ginevrino (Les Confessions, La Nouvelle Héloise) una sensibilità pre-romantica che influenzerà profondamente sia il nascente romanzo moderno, sia la pittura dell'epoca. La mostra è dedicata specificamente alle incisioni, stampe e illustrazioni, che in tutta Europa diffusero largamente un'idea del paesaggio radicalmente diversa da quella dei secoli precedenti. Da sfondo o contesto allegorico in cui incorniciare eventi storici o religiosi, il paesaggio si emancipa a protagonista, non solo e non tanto perché rappresentato "dal vero" e in autonomia rispetto alle presenze umane, ma in quanto visto con nuovi occhi, cioè attraverso una percezione fortemente emotiva, paesaggio dunque più "sensibile" che "oggettivo". La mostra ginevrina allinea, suddividendole in otto sezioni tematiche, 320 opere su carta, stampe, disegni e libri che sarebbe limitativo definire "illustrati" in quanto sovente si tratta di pure raccolte di immagini. Ecco una breve sintesi delle singole sezioni: Rêves d'Italie è dedicata al fascino suscitato sui viaggiatori europei dell'epoca dall'Italia e dai suoi scenari di natura selvaggia, incontaminata o costellata di rovine; Petite histoire du paysage esemplifica la svolta di gusto cui accennavo, confrontando il paesaggio decorativo, idealizzato, simbolico del secolo precedente, a quello realistico e insieme suggestivo post-Rousseau; Méthodes et fragments è una sezione più tecnica, ma non meno interessante, che approfondisce i metodi di rappresentazione, dai trattati teorici sull'arte del disegno alle raccolte di modelli grafici; Au jardin de la campagne offre significativi esempi di come il paesaggio, tra realismo e poesia, venga messo al servizio di una vera e propria visione del mondo; Ethers et atmosphère è dedicata agli effetti di profondità, luminosità, prospettiva fino (potremmo dire) al tridimensionale; Au fil de l'eau segnala il rilievo dato all'elemento acquatico nel paesaggio; Cimes sublimes ha per tema il nuovo modo (in questo caso più gotico che romantico) di "sentire" la montagna; e infine Dans l'atelier du graveur ci documenta l'organizzazione del lavoro nelle stamperie, in modo particolare in quelle ginevrine, dove la divisione delle mansioni era assai più pronunciata che nel resto d'Europa. È da queste due ultime sezioni che nascono le seguenti riflessioni, collaterali rispetto alla Mostra, ma non così fuori tema come potrebbe sembrare.

Le sezione Cime sublimi illustra in modo lampante la nascita di quella sensibilità gotica cui si dovranno i romanzi non poco roussoiani di Ann Radcliffe. Chi avesse l'animo di leggere in versione integrale i suoi "smisurati" capolavori I misteri di Uldolpho e L'Italiano, potrebbe rendersi conto, senza alcun bisogno di prefazioni critiche, che si tratta di una narrativa eminentemente paesaggistica. Le lunghissime e accuratissime descrizioni di panorami a perdita d'occhio, montagne inaccessibili, erte scoscese e abissi spaventosi, intricate foreste e serenità campestri, sono state spesso tagliate nelle edizioni sunteggiate, con il risultato di alterare profondamente i codici espressivi della scrittrice inglese e lo stesso senso delle sue opere. (Per dirne una: la veduta paesaggistica "aerea" che fa da incipit ai Promessi Sposi di Manzoni, sarebbe stata impensabile senza il precedente della Radcliffe). Ridotta e ingiustamente immiserita a tessitrice di plot densi di intrighi e di fremiti, lungo labirintici corridoi di foschi castelli, la Radcliffe pare, alla sensibilità contemporanea, come un'ideatrice di stereotipi divenuti con il tempo di abusata maniera. Ma ancor più inattuale dev'essere parsa a molti editor, nelle sue digressioni paesaggistiche che ne costituiscono invece la più smagliante cifra stilistica. Il romanzo contemporaneo, così poco descrittivo, tutto incentrato sul plot e sul dominio dei protagonisti, pare ormai considerare un inutile orpello l'esplorazione del contesto ambientale, quello paesaggistico soprattutto, spesso espulso persino dalla narrativa di viaggio. La natura e il nostro "senso" della natura si direbbero dispersi, inaccessibili, come una sorta di "totalmente altro da noi", al limite del "non narrabile" quasi avessimo smarrito i termini per farlo. Le stampe dell'esposizione ginevrina ci riportano a questa percezione perduta della "natura sensibile", sottolineando in modo, oggi non poco sconcertante, l'insignificanza degli esseri umani nella vastità del paesaggio e insieme il primato dello sguardo umano nella rappresentazione della natura come specchio dell'anima.

L'atelier du graveur, nella sua puntuale ricognizione dei metodi di lavoro propri delle botteghe di stampe, rende evidente un'altra e forse ancor più grave perdita contemporanea: il legame, consapevolmente critico, con la tradizione. Dalle avanguardie storiche in poi, si è diffusa la falsa idea che del passato ereditato si possa fare a meno, lo si debba anzi cancellare, e che a ciascuno tocchi ricominciare da sé o da zero (e sovente lo "zero" e il "sé" sono, ahimé, la stessa cosa). Per offrire un esempio in tema: abbiamo accolto acriticamente l'assioma (del tutto destituito di fondamento storico) secondo cui l'idea della riproducibilità in serie dell'opera d'arte sarebbe nata con la Pop Art. L'esposizione documenta come gli artigiani ginevrini non solo producessero opere in serie, ma avessero ideato una nuova divisione del lavoro, in virtù della quale l'autore della stampa non ne era più il depositario unico, responsabile ed esecutore dell'intero processo creativo dal principio alla fine. Ogni singola fase del lavoro (disegno, incisione, inchiostrazione, stampa ed eventuale colorazione) veniva suddivisa e demandata a specialisti. Inattuale? Tutt'altro. Si trova qui già la tipica divisione del lavoro del Fumetto, dove l'ideatore, il disegnatore, l'autore del ripasso a china, il colorista non coincidono, se non assai raramente, con la stessa persona, ma sono mansioni specialistiche ben distinte, anche se coordinate. A Ginevra, dalla stessa incisione, potevano nascere ricchissime varianti a seconda del tipo di inchiostrazione usata, del modo di enfatizzare ombre, sfumature, riflessi, profondità, del tipo di carta su cui si sceglieva di stampare. E altrettante varianti venivano impiegate nella colorazione. Modello davvero affascinante di come il "riproducibile" possa essere ben altra cosa dall'identico moltiplicato, e dar luogo invece, da un unico modello, a una varietà stupefacente di prodotti finali, esteticamente diversi e persino divergenti. L'originale, di fatto, non esiste in sé, se non come matrice di un lavoro collettivo nel quale si esprimono talenti diversi e differenti sensibilità, cioè originali molteplici. Insegnamento ancor più difficile da ri-trasmettere a un oggi in cui la ricerca narcistica di pretesa unicità d'autore produce in realtà omologazione (cioè: la bottega sono io e tutti gli io-bottega producono le stesse cose). Modesta (e forse ingenua) considerazione finale, dedicata in particolare ai colleghi scrittori: maturerà una svolta, in direzione di una maggiore consapevolezza, non solo del nostro lavoro individuale, ma del lavoro creativo collettivo di cui ciascuno di noi, che lo voglia o no, è "parte in bottega"? Non lo so, e temo che nessuno possa dirlo nell'impredicabilità del tempo attuale, ma tutti dovremmo sapere che i salti in avanti si preparano con qualche passo indietro, non certo per nostalgia di un passato-rifugio, per per prendere la necessaria rincorsa prima dello slancio. La tradizione (ben considerata) è uno stimolo, non un freno. È la matrice perduta di un'infinità di libere variazioni sul tema.

 

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Enchantement du paysage au temps de Rousseau

(Genève, Musée Rath 28 giugno-16 settembre 2012)

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