[A] Dall'Agorà di ClubDante

Santiago Gamboa
Colombia

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Colombia, Cechov contro Shakespeare


11/09/2012

Qualche anno fa, quando rappresentavo il mio Paese all'Unesco, ho sentito dire al delegato della Palestina quanto segue: «È più facile fare la guerra che la pace, perché facendo la guerra si esercita la violenza contro il nemico, mentre costruendo la pace la si deve esercitare contro sé stessi».
In effetti è violento darsi la mano e dialogare con chi ha martoriato e ferito a morte i nostri, è violento fare concessioni a questo altro e riconoscerlo come uguale. È molto violento, però va fatto. L'hanno fatto i bosniaci e i serbi, l'hanno fatto in diversi momenti i palestinesi e gli israeliani: l'essere umano, in fin dei conti, lo fa da secoli. Non c'è una pedagogia specifica. Va fatto e in Colombia dobbiamo correre il rischio e farlo nuovamente, sebbene altre volte non sia andata bene e oggi non tutti siano disposti a farlo.
L'ex presidente Álvaro Uribe, ad esempio, non lo concepisce. La sua unica pace è quella della sottomissione militare definitiva della guerriglia, un qualcosa che in teoria non è impossibile, ma che è abbastanza improbabile nella pratica, come dimostra l'esperienza della maggior parte delle dinamiche legate alle guerriglie del XX secolo. Nonostante non sia d'accordo, in fondo lo capisco. Suo padre è stato assassinato e suo fratello ferito dalle FARC, e per questo agisce e pensa come una vittima. Sente come una vittima. E poche volte una vittima vuole o accetta che qualcuno stringa la mano al suo carnefice.
Certo, Álvaro Uribe non è né un monaco buddista né Gesù Cristo per potersi aspettare da lui un atteggiamento di perdono e di riconciliazione che, naturalmente, non è nemmeno obbligato ad avere. Però il desiderio di vendetta, che senza dubbio influisce sulla sua opinione rispetto al processo di pace, dovrebbe rimanere nella sua sfera privata. Potrebbe perlomeno dichiararsi impossibilitato a esprimere pubblicamente la propria opinione sul tema. Per non dire, poi, che, forse a causa del suo dramma familiare, si sente più incline al dialogo – come effettivamente ha fatto nel suo governo – con i paramilitari.
Altri settori meno radicali della destra tollerano il principio del dialogo, però fanno tali richieste al governo di Santos che, nella pratica, equivalgono a mettergli il bastone tra le ruote: intransigenza su ogni punto dell'agenda politica e accordo di pace soltanto in cambio della smobilitazione completa, della consegna delle armi e della sottomissione alla giustizia senza aspirazioni politiche. Molto bene, proposito lodevole, salvo che ciò non sarebbe più un «processo di pace con le FARC», ma una «una capitolazione delle FARC». Ricordiamo Shimon Peres: ottenere tutto, sul tavolo dei negoziati, è sterile quanto non ottenere nulla.
Molti anni fa, in un'intervista, Amos Oz diceva che nei conflitti come quelli del Medio Oriente (e qui aggiungo quello della Colombia) solitamente convergono due visioni letterarie: da un lato la giustizia poetica in stile Shakespeare, in cui nessuno transige, i principi e l'onore prevalgono su tutto, persino sulla vita, però lo scenario rimane cosparso di sangue; e dall'altro la triste giustizia umana di Cechov, con personaggi che discutono dei loro disaccordi, li risolvono e alla fine ritornano nelle loro case abbastanza frustrati. Però vi ritornano vivi.
Per fortuna, secondo i sondaggi, noi colombiani preferiamo l'atteggiamento cechoviano di Santos – con tutti i rischi, i dolori e le frustrazionii che questo può comportare – a quello amletico di Álvaro Uribe, forse perché la giustizia poetica, con tutta la sua forza espressiva, vive meglio negli implacabili versi di Shakespeare che nella realtà.

 

Questo articolo è stato pubblicato da El País.

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