[A] Dall'Agorà di ClubDante

Enrico Martino
Italia

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Un altro 11 settembre


11/09/2012

Il duetto tra El Tucan e La Tucanesa va in scena velato da un muro di pioggia che trasfigura la selva amazzonica in una stampa giapponese. I due battelli si sfiorano a colpi di sirena e manovre apparentemente insensate, poi ognuno riparte per la sua strada lungo le anse lattiginose del rio Ucayali, un gigantesco anaconda d’acqua che dalle Ande si srotola a valle fino a impastarsi con le acque del Marañon per creare il fiume più lungo del mondo, il Rio delle Amazzoni.

Una terra di nessuno di anse, spiagge, fango e alberi morti, indifferente al resto del mondo ipnotizzato davanti ai teleschermi a guardare e riguardare una scena che un paio di giorni fa non ha smosso più di tanto i pochi clienti di un bar di Aguaytia, uno dei tanti paesi perduti lungo la strada che da Lima scavalca le Ande fino a Pucallpa, porta d’ingresso all’Amazzonia peruviana. Grattacieli in fiamme, la skyline di Manhattan avvolta dal fumo, le immagini senza audio di un piccolo televisore appeso al muro di un salone desolatamente vuoto non hanno interrotto il letargo di qualche camionista cullato dal mantra di una cumbia sparata da due sgarrupatissimi altoparlanti. Sarà un vecchio film di fantascienza devono aver ruminato, e io con loro, fino a quando qualcuno mi ha raccontato con aria svagata che avevano tirato giù con un paio di aerei le Torri Gemelle di New York. D’altronde che quell’undici settembre promettesse male me ne ero accorto dalle prime ore dell’alba, un paio di curve dopo Tingo Maria, quando dei ragazzi incappucciati aveva fermato il 4x4 su cui viaggiavo ostentando carabine improbabili ma assolutamente sufficienti a bucarti la testa. Ultimi epigoni di Sendero Luminoso o giovanissimi banditi in carriera, il dubbio deve essere venuto anche al colonnello di un vicino posto militare. «Hay que averiguar, bisognerà controllare - aveva mormorato davanti a un M16 elegantemente posato su un tavolino di bambù – in genere gli assalti qui sono di sabato, non di mercoledì».

A Pucallpa l’undici settembre è solo una delle tante storie da gringos ricchi raccontata da un altoparlante della radio del porto, tra interminabili litanie di stupri, omicidi e rapine quotidiane. Notizie che non fermano neanche per un’istante gli indecifrabili commerci che continuano come sempre davanti ai placidi sguardi degli ufficiali della capitaneria. Decine di pelli di coccodrillo, proibite dalle convenzioni a protezione della fauna, seccano sul tetto di un battello, da una vicina stiva provengono i lamenti laceranti di qualche animale esotico preda del commercio illegale mentre carovane di scaricatori dribblano bulldozers che potrebbero precipitare da un momento all’altro giù dal ripido pendio di fango. Altro che undici settembre come spartiacque della storia, qui sono le piene a cambiare i connotati di un porto che si muove, sale e scende da un anno all’altro.

Nel ventre di ferro del Tucàn una folla rassegnata aspetta da giorni in un unico spazio pieno di amache partenze continuamente annunciate e rinviate, perchè nel prezzo del biglietto è compreso anche il cibo e nessuno si può permettere un letto in una casa de huespedes. Il segreto è appendere l’amaca nel punto giusto, per sopravvivere a giorni di caldo e di insetti, sospesi qualche decina di centimetri sopra vecchi, bambini, polli rassegnati al loro destino e radio che si illuminano come alberi di Natale. Una comunità di estranei costretta a convivere in questa arca di Noé dove si mangia, si commercia, nascono e muoiono improbabili amori, aspettando di arrivare a Iquitos. Quando nessuno lo sa, neanche l’equipaggio perchè “si arriva quando si arriva” ti rispondono vagamente infastiditi da una domanda così inutile. Nel frattempo ognuno racconta le proprie storie nello spagnolo cantilenato della selva, «se non trovo in fretta 100 soles non posso iscrivermi a scuola – Lucio è un indigeno shipivo che per meno di 25 euro affronta settimane di viaggio per raggiungere sua sorella - a scuola dobbiamo mendicare anche il cibo ma mi vergogno di doverle chiedere questi soldi». Fuori è buio pesto e il Tucàn avanza in una nebbia di ovatta nera mentre il precario faro del capitàn cerca gli invisibili banchi di sabbia che possono farci affondare da un momento all’altro e il ron-ron del diesel è interrotto solo dal tonfo sordo di un tronco sommerso o di qualche coccodrillo disturbato dal passaggio del battello. Forse è proprio per esorcizzare queste notti gommose che il Tucàn di giorno si trasforma in una surreale discoteca dove cumbias e technosalsas hanno sostituito la gracchiante voce di Caruso che Fitzcarraldo-Klaus Kinskji riversava su piroghe cariche di indios attoniti. Un Rex in versione tropicale per le ragazzine dei pueblos perduti lungo il fiume che aspettano di vederlo passare sotto la pioggia, sognando di andare almeno una volta nella vita a Iquitos.

Il Tucàn avanza al rallentatore e quando esala gemiti da moribondo la più preoccupata è “doña Dolly”, l’armatrice, perché se il battello va veloce lei risparmia sul cibo. «La concorrenza è spietata ma ci vuole altro per fermarci. Con mio marito abbiamo cominciato trasportando a spalle per anni banane, riso, mais, sacchi e sacchi di mercanzia. Spesso siamo stati assaltati dai pirati del fiume però siamo andati avanti». Su che cosa potessero contenere questi sacchi forse è meglio sorvolare, su questa via d’acqua che collega le coltivazioni di droga peruviane lungo il rio Huallaga a Leticia, per anni una Tangeri colombiana sul Rio delle Amazzoni. «El Tucàn carica di tutto per battere una concorrenza di rateros, di ladri» puntualizza con calvinistica integrità el capitan Damaso Rios Padilla tra chicchirichì dei galli e urla disperate dei chanchos, i maiali impilati nella stiva che competono con trilli di sveglie cinesi e languide canzoni cubane. Iquitos, che dopo una settimana cominci a chiederti se esiste sul serio, si materializza dopo un’ultima ansa del fiume con le palafitte del quartiere di Belèm, sgangherata Venezia amazzonica dove riaffiora il mondo degli altri, con il suo delirio mediatico di pulpiti televisivi affollato da esperti dell’undici settembre. Che a vederlo da qui, in un tempo sospeso tra un casco di banane e un pappagallo in vendita, più che l’inizio di un apocalittico scontro di civiltà sembra una variante impazzita della Belèm di Pantaleon e le visitatrici di Vargas Llosa.

 

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