[A] Dall'Agorà di ClubDante

Marco Ferrari
Italia

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La ragazza di Ipanema compie 50 anni


03/09/2012

Compie 50 anni, anzi 68. Un equivoco che si può subito chiarire: la canzone “La ragazza di Ipanema” è stata scritta mezzo secolo fa, mentre la giovane che la ha ispirata ha raggiunto la bella età di 68 anni. Certo il tempo passa, ma la regina della bossa nova sembra non sentirne il peso essendo ancora oggi uno dei brani più ascoltati, cantati e fischiati. “Garota de Ipanema” è il simbolo della canzone brasiliana, forse dell’intero paese latino-americano, il brano che ha aperto le porte alla mondializzazione della musica carioca con il suo sapore di mare, sole, pelle dorata, maracuja e cachaça.

Le cose andarono così. Fu composta nel 1962 da Antonio Carlos Jobim e dal poeta Vinicius de Moraes grazie alla folgorante apparizione di una ragazza - individuata poi come la brasiliana Heloisa Pinheiro - dalla bellezza irresistibile. I due stavano seduti al solito bar, il “Veloso”, in Rua Montenegro, davanti a cui passava regolarmente una giovane e bella fanciulla nel tragitto da scuola a casa. “Guarda che cosa bellissima e piena di grazia è la ragazza che viene e che passa con una dolce andatura in direzione del mare” disse Jobim all’amico.

Vinicius disse che le avrebbe dedicato un testo che poi scrisse a Petropolis, vicino a Rio. Tom Jobim compose la musica nella sua casa vicino a Ipanema, in Rua Barão da Torre. Mettendo insieme parole e musica nacque quella che all’inizio venne chiamata “Menina que passa” (La ragazza che passa) che doveva far parte di una commedia musicale, “Dirigível”, che non fu mai realizzata. Il brano fu quasi una consacrazione dell’amicizia e del sodalizio tra Vinicius e Antonio che, allo stesso tema delle bellezze di Ipanema, dedicarono anche “ Ela é Carioca” lanciando così la località che fa da contraltare a Copacabana.

“La ragazza di Ipanema” fu eseguita dal vivo per la prima volta nell'agosto del 1962 in un fumoso club di Copacabana: sul palco c'erano Tom Jobim al piano, Vinicius de Moraes eccezionalmente alla voce, Joao Gilberto alla chitarra e il gruppo de Os Cariocas. Allora la samba era la musica brasiliana più conosciuta, ma dopo quella performance nel locale “Au Bon Gourmet” esplose un nuovo genere, la bossa nova. La canzone fu lanciata in versione inglese nel 1964 nell'album “Getz/Gilberto” da Stan Getz con Astrud Gilberto. La sua adattabilità ai diversi generi le diede l’eternità che meritava.

“Garota de Ipanema” affascinò anche i grandi del jazz come Miles Davis, Dizzy Gillespie e Ella Fitzgerald che ne fornirono delle versioni molto originali. Le interpretazioni delle voci delle canzone internazionale non si contano: da Stevie Wonder a Mina, da Frank Sinatra a Sasha Distel, da Cher a Amy Winehouse.

Ci volle molto a capire che fosse stata la musa della coppia Vinicius-Jobim ma alla fine le ricerche furono fruttuose: il suo nome completo è Heloisa Eneida Menezes Pais Pinto, detta confidenzialmente Helô. All’epoca abitava poco distante dal “Veloso”, al numero 22 di Rua Montenegro. Aveva 15 o 16 anni e spesso si fermava in quel locale per comprare le sigarette per la madre. Era alta, mora, aveva occhi azzurri, era sempre abbronzata. Insomma, per de Moraes era il perfetto esempio della bellezza brasiliana. Vinicius ha rivelato la storia dell’ispirazione femminea solo nel 1965 in “Revelação: a verdadeira Garota de Ipanema” quando il brano era diventato un successo nazionale e internazionale ed era la canzone brasiliana più famosa al mondo. Ed ecco rispuntare la bella e formosa sagoma di Helô.

«Lei fu ed è per noi l'esempio di un bocciolo carioca; una ragazza con l'abbronzatura dorata, un misto di un fiore e di una sirena, piena di splendore e di grazia, ma con lo sguardo anche triste, che si porta con sé, sulla strada verso il mare, il sentimento della giovinezza che passa, della bellezza che non è solo nostra - dono della vita nel suo incessante meraviglioso e melanconico fluire e rifluire» scrisse di lei il sommo poeta della bossa nova.

In seguito Helô iniziò a sfruttare la sua storia di ispiratrice della canzone, partecipando a eventi commemorativi, apparendo in televisione e lanciando il marchio “Garota de Ipanema” nel campo della moda. Per questo nel 2001 gli eredi degli autori citarono Helô Pinheiro con l'ipotesi di sfruttamento indebito del marchio. In sua difesa si schierò però gran parte dell'opinione pubblica e della stampa brasiliana. In effetti lei era stata inconsapevolmente sfruttata dai due compositori, quindi, secondo l'opinione espressa dai suoi difensori, aveva tutti i diritti di definirsi la vera "Garota de Ipanema". Oggi la "ragazza de Ipanema" ha 68 anni, è ancora una donna di grande fascino, alta, bella e bionda, lavora tra televisione e spettacolo e firmerà presto un libro sul suo passato da musa della bossa nova.

Anche il Bar “Veloso” ha sfruttato l’onda lunga delle canzone e ora si chiama – non poteva essere altrimenti – Bar Garota de Ipanema. E proprio vicino all’ex ritrovo del “Veloso”, in Rua Vinicius de Moraes, adesso ha sede il centro Espaço Cultural Toca do Vinicius interamente dedicato al maestro della bossa nova.

Se la canzone aprì le porte del Brasile al turismo, purtroppo aprì una fase cruente per il paese latino americano che nel 1964 subì un colpo di stato militare che portò al potere il maresciallo Castelo Branco e quindi Emilio Medici. Un tunnel oscuro che terminò solo a metà degli anni ottanta.

Il fulcro di quel periodo e quella corrente fu senza ombra di dubbio Vinicius de Moraes, nato a Rio de Janeiro nel 1913 da una famiglia di nobili origini tedesche e scomparso nel 1980. Era un “poetinho” non ancora vagabondo quando nel 1936 a San Paolo conobbe Giuseppe Ungaretti, in quel periodo insegnante nella metropoli più italiana del mondo. Si ritrovarono poi nel dopoguerra quando Ungaretti lo inserì in una antologia di poesia brasiliana. Anni dopo, siamo nel 1969, a Roma, città di rifugiati brasiliani antiregime, Vinicius incise un disco oggi introvabile (“La vita è l’arte dell’incontro”) ricambiando il favore e inserendo la voce del poeta italiano.

Attorno a Vinicius in quel momento cresceva una generazione di artisti che finì col cambiare l’identità del paese latino americano. Ma fu una generazione sfortunata che incappò in una serie di governi militari che cercarono con ogni mezzo di tagliare le ali creative di quegli artisti che passarono dell’era populista di Goulart al colpo di stato di Castelo Branco, dalla dittatura militare di Costa y Silva a quella di Emilio Medici. Una tortuoso cammino in cui Vinicius transitò indenne grazie alla sua carriera di diplomatico (ebbe incarichi a Los Angeles, Roma e Parigi), alla sua capacità di distinguere tra arte e politica e alla sua calma serafica con la quale invitava gli amici a guardare alla speranza, a diventare avanguardia e disegnare il futuro. Già negli anni cinquanta Vinicius aveva fatto scoperte incredibili per un uomo nato in un ambiente allora marginale: la poesia (da “Cammino verso la distanza” del 1933 a “Il libro dei sonetti” del 1957), la cultura europea (Ungaretti, Rimbaud e gli studi a Oxford), il cinema (A Los Angeles frequentava Orson Welles) e la musica (suonava la chitarra). Gli mancava il romanzo. Difatti scrisse una storia di 300 pagine ma poi, insoddisfatto, la stracciò. La svolta avvenne nel 1956 quando ideò un’opera teatrale, “Orfeo negro” invitando un pianista sconosciuto, appunto Jobim, a comporgli le musiche. Da quella rivisitazione nel mito di Orfeo e Euridice in salsa carioca, uscirà poi nel 1959 uno dei capolavori del cinema, il film omonimo portato sullo schermo dal maestro Marcel Camus (“La donna di Saigon” del 1957, “Rio Negro” del 1961, “Ossessione nuda” del 1969). Con “Orfeo negro” amore e morte, mito e realtà entrano a pieno titolo nella canzone brasiliana. Scoperti Jobim e Joao Gilberto, alla corte di Vinicius entrano a pieno titolo altri interpreti della magica stagione brasiliana come Baden Powell (insieme creano “Berimbao” e “Canto di Oshanna”) e Toquinho, al secolo Antonio Pecci, con cui compone “L’apprendista poeta” e “Fiore della notte”. Il poeta vagabondo, mecenate protettivo della allegra banda carioca, ha oramai completato il suo mosaico culturale. Alla visione carioca dell’esistenza aggiunge la musica afro-samba di Bahia e quella metropolitana paolista.

In un vecchio filmato in bianco e nero girato in un locale a Rio negli anni sessanta – che ogni tanto passa a “Fuori Orario” – in una rapidità di immagini si vedono Toquinho, Jobim, Powell, Glauber Rocha, Leon Hirszman, Pedro De Andrade, Odete Lara, Gilberto Gil. D’improvviso uno di loro fa tamburellare le dita sul tavolo, un altro batte il cucchiaio sulla tazzina, un altro ancora tira fuori una chitarra e tutti insieme cantano “La ragazza di Ipanema”.

La presenza di registi come Rocha, De Andrade e Hirszman ci fa intuire che Vinicius ha allargato il giro al mondo del cinema. Nel 1965 quel funambolico di Glauber Rocha definisce il concetto di “estetica della fame” e quindi le linee tematiche del Cinema Novo brasiliano, già annunciate con un testo del 1962, “Revisione critica del cinema brasiliano”. La breve e intensa stagione del Cinema Novo, consumata soprattutto nelle dolorose strade dell’esilio, dimostrò che il cinema poteva essere usato come arma di liberazione. Rocha, De Andrade, Hirszman, Guerra, Farias, dos Santos, Sganzerla, Saraceni, Neves, Dahl trasformarono la cinepresa in un mezzo di liberazione. Sono gli anni di Antonio das Mortes, del terzomondismo, delle lotta anticolonialista, della solidarietà internazionale. Le maggiori opere d’impatto furono “Terra em trance” di Rocha nel cinema, “Tropicalia” di Caetano Veloso nella musica; i quadri di Hélio Oiticica con le sue forme geometriche e voluminose; testi teatrali come “Roda Viva” di Chico Buarque de Hollanda, interrotto dagli squadristi armati nel luglio del ’68 a San Paolo. Poi venne la deflagrazione finale del tropicalismo.

Con il V° atto costituzionale del 13 dicembre 1968 e la legge preventiva sulla censura del 1970 quel processo artistico si interruppe, si trasferì all’estero, su annientato e svilito, rimandando l’emancipazione culturale del Brasile di qualche decennio. Vinicius nulla poté contro l’ondata repressione e neppure protestò come invece fecero Jorge Amado, Nelson Rodrigues ed Erico Verissimo. Ma anche lui finì col patire la censura e scrivere lettere accorate agli amici che erano riparati all’estero: Chico Buarque a Roma, Caetano e Gil, dopo la prigionia, fuggiti a Londra. Li invitava a resistere e a battersi con l’arma della creatività. I cineasti finirono col diventare zingari della pellicola. Quando Rocha uscì dal Brasile in auto riuscì a portarsi via una copia di “Antonio das Mortes” che vinse il Festival di Cannes nel 1969. Ma il Cinema Novo si decompose nella distanza e si differenziò in maniera sistematica dal Cinema Marginal che condusse l’opposizione interna al paese latino americano. Glauber ne soffrì e cercò nel nuovo Portogallo dei garofani la salvezza che non venne, anzi morì prematuramente nel 1981 dopo una chiassosa protesta per l’insuccesso a Venezia del suo ultimo film, “A Idade da Terra”.

A parte un lungo periodo a cavallo tra anni sessanta e settanta che visse a Roma, ma non da esiliato politico, Vinicius restò ancorato al tempo lento di Rio de Janeiro, grande vecchio della bossa nova. Dalla sua bella casa si poteva godere la vista del Pan di Zucchero e passavano a trovarlo artisti brasiliani e internazionali. Transitavano anche diverse mogli: nove per la precisione che gli garantirono un numero imprecisato di figli che ancora vivono con i diritti d’autore del brano dedicato della bella ragazza scovata a Ipanema. La sua personale battaglia non fu contro la dittatura ma contro l’angoscia del vivere: «Io muoio ieri, nasco domani, vado ov’è spazio, mio tempo è quando». Il più negro dei bianchi del continente latino americano, ricco bohémien di Rio, voca rauca, denti macchiati dal fumo, maestro panciuto con i capelli lunghi e incanutiti, ozioso e pigro, lo stomaco segnato dall’alcool, morì a soli 66 anni per un edema polmonare. La sua musica testimoniava il desiderio di libertà che risbocciò solo nel 1984 quando Vinicius era già seppellito da quattro anni, pace all’anima sua.

 

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