[A] Dall'Agorà di ClubDante

Massimo Vaggi
Italia

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La Città e la Storia nelle pagine di alcuni scrittori haitiani

L’isola che ci sarebbe


30/08/2012

La prima terra d’oltre Atlantico calpestata da un europeo fu l’isola che si chiamò per lungo tempo Hispaniola, e quell’europeo era un genovese, Cristoforo Colombo. La verità del fatto è stata più volte messa in discussione, ma non dagli abitanti di Haiti e di Santo Domingo, come se, incuranti del dubbio, volessero rivendicare il ruolo di indigeni apripista nella storia della conquista e della sottomissione. "Un vecchio bianco, chiamato Cristoforo Colombo, venendo da non so dove, alla testa di una banda di spagnoli, si scagliò contro quei poverini e rubò tutto l'oro, nei fiumi e sottoterra" (Félix Morisseau-Leroy, Il torrente dei diavoli, Sinnos, 1997). Né peraltro sembra che la questione abbia mai appassionato gli apologeti nostrani, fortemente disposti a considerare esclusivamente l’aspetto scientifico della “scoperta”. Tanto che alla domanda: fu davvero l’Isola il primo approdo di Colombo nelle Americhe? si potrebbe rispondere che la cosa non interessa a nessuno se non a uno storico inchiodato al proprio rigore, perché ciò che importa è solo che intorno alla figura del bianco esploratore\conquistatore per eccellenza si possa costruire una dimensione mitologica.

Ecco: da subito il rapporto tra “noi” e “loro” – dove il “loro”  prescinde dai confini di Haiti sino a comprendere l’universo caribico – si è caratterizzato nell’incertezza e nell’inesattezza, nel torbido che confonde il dato storico con il dato mitologico, in quella sorta di regno dell’opacità che l’intellettuale e scrittore franco\martinicano Édouard Glissant ha ritenuto elemento imprescindibile, e in qualche modo fecondo, della relazione di “non” conoscenza delle rispettive culture. D’altronde, contrariamente a quanto avviene per i paesi europei che hanno avuto colonie in quella zona, proprio la scarsa conoscenza avrebbe avuto un ruolo importante nel preservare la mitizzazione di un rapporto tanto radicato nell’immaginario quanto in concreto inesistente.

Questa riflessione – non certo proposta per la prima volta in questa sede – contribuisce a spiegare perché Haiti prima del 11 gennaio del 2010 altro non rappresentava che la terra del fantastico, del gotico, del voodoo e del meticciato, dell’uomo magico-religioso, terra d’Africa e di tamburi, della prima repubblica di schiavi liberati e della lingua creola. Haiti terra\non terra e isola che non c’è.

E tuttavia il 12 gennaio del 2010 è accaduto qualcosa che impedirà per sempre di pensare all’Isola come a un luogo che appartiene a un innocuo territorio della fantasia, perché le nostre case e forse le nostre coscienze sono state riempite dalle immagini terrificanti dei palazzi crollati e delle strade piene di cadaveri e di feriti e, dopo qualche giorno, da quelle selezionate, fuorvianti e voyeuristiche degli episodi di sciacallaggio, dei lanci dagli elicotteri dell’approvvigionamento alimentare, dei marines che occupavano l’aeroporto e la città.

Haiti, improvvisamente e per poco tempo, precisamente quello concesso dai ritmi della nostra informazione più che imperfetta e sensazionalistica, è diventato un luogo reale, fino a farsi scoprire tanto drammaticamente e storicamente segnato dal dolore, da sempre segnato dal dolore e dal sopruso, da far scrivere a un’autrice contemporanea, Yanick Lahens, che quella terra altro non è che “l’Isola dove la disgrazia ha logorato le anime”. Piuttosto impietosa, la definizione, così come impietoso e duro è l’auspicio conseguente che la stessa Lahens pone ad esordio di un capitolo del suo Il colore dell’alba (Barbès editore, 2010): “se è vero che Dio ha creato questo mondo, gli auguro di essere torturato dai rimorsi”.

Yanick Lahens nel gennaio del 2010 si trovava a Port-au-Prince, dove viveva e vive, al contrario di un buon numero di altri autori haitiani che scrivono in francese, ed è scampata in modo fortunoso al sisma. Da allora la sua domanda ricorrente, che ha ripetuto anche al festival di Internazionale  tenutosi  a Ferrara  nell’ottobre del 2010, è: “come tradurre il terremoto con le parole?” Come raccontare il terremoto? Domanda secca e impegnativa, la cui risposta - qualunque sia - incatena per sempre l’autore alla sua terra e alla storia della sua terra, e che giustifica un rinnovato bisogno di raccontare come obbligazione sociale e morale: Kettly Mars, nel corso dell’intervista rilasciata nell’ambito dello stesso Festival, ha affermato che, dopo numerosi anni di attività di scrittrice, solo a partire dal 12 gennaio aveva pienamente compreso da un lato il significato di utilità sociale della parola, e dall’altro la pienezza del ruolo politico dell’intellettuale, volente o nolente “intrappolato” nella storia del proprio paese. E’ curiosa e significativa, questa affermazione. Di Kettly Mars è stato tradotto in Italia L’ora ibrida (Epoché, 2007), che l’anno precedente aveva vinto il premio Senghor come  miglior romanzo d’esordio di autore francofono: la storia di un gigolò compiaciuto, indolente, pigramente disincantato, in cui la tragedia che accompagna le giornate degli “uomini buoni” di Port-au-Prince è solo lambita dalle sue avventure erotiche e dai giudizi che, come in negativo, restituiscono una visione del potere e delle relazioni sociali fortemente critica ma non per questo essenziale al racconto. Qualcosa, in sostanza, che c’è ma dal quale si potrebbe prescindere. Il protagonista parla con sufficienza e distacco di un giornalista assassinato come di un individuo che, “illuminato, uomo arso da una febbre perenne, tormentato da tutta la sofferenza del mondo, non aveva capito niente, poveretto. Qui non si parla. Non si indaga sulla miseria. Non si denuncia”. Ben altra intenzione sembra muovere la stessa Mars quando, dopo il sisma,   afferma che, facendo letteratura, non “dare voce a chi non ha voce” vorrebbe dire rassegnarsi al fatto che la disgrazia ha distrutto anche la capacità di continuare a vivere. Come se in qualche misura il terremoto avesse segnato – chissà per quanto? - un passaggio inevitabile dall’eventualità della riflessione sociale e politica alla necessità della riflessione sociale e politica. Rispondeva Yanick Lahens, a chi domandava: cosa lascia il terremoto? Lascia l’oscenità della povertà, quella stessa povertà infinita che ancor prima del 2010 la faceva scrivere che “in quest’isola la miseria non ha mai fine. Più scavi e più ti trovi in una miseria più grande della tua”  e che oggi esibisce la sua maschera nel fumo dell’incendio delle montagne di immondizie che bruciano nelle tendopoli e bidonvilles di Port-au-Prince dove ancora sopravvivono più di settecentomila persone rapinate di tutto, anche di ogni speranza di un futuro qualsiasi.

Yanick Lahens sostiene che ciò che ha ucciso non è stato il terremoto, ma la povertà. Affermazione che – anche tecnicamente, a prescindere dal suo significato evocativo  – ha una sua ragion d’essere: il terremoto ha trovato un’isola completamente impreparata ad affrontare un evento simile, tanto dal punto di vista urbanistico (Port-au-Prince contava circa 3.000.000 di persone, a fronte di una concreta capacità recettiva di non più di 500.000, per tacere della forza strutturale delle abitazioni), che dal punto di vista sociale e amministrativo. E la povertà, ribadisce l’autrice, ha una storia e delle ragioni, per cui parlare del terremoto non può prescindere dal parlare delle ragioni della miseria.

Già, la storia. Sterminata completamente la popolazione indigena, sono stati gli schiavi neri di Haiti, che venivano per la maggior parte dal Golfo di Guinea, a cacciare nel 1804 i coloni francesi. E’ stato un generale nero, Toussaint l’Ouverture, a riunire la ribellione sotto vessilli piuttosto macabri ma significativi (un bambino bianco trafitto da una baionetta, ad esempio, perché “c’è di che diventare cattivi quando ci troviamo asserviti”) e a iniziare forse troppo presto e comunque per primo una rivoluzione anti-schiavista contro quelli che rappresentavano gli eredi recenti della rivoluzione francese, delle sue idee e anche del suo tradimento. Di quella straordinaria epopea (“la sola rivoluzione seria compiuta dagli haitiani fino ad oggi”, dice Félix Morisseau-Leroy, Il torrente dei diavoli) ha scritto in una notevole trilogia, qualcosa come 2.500 pagine, un autore del Tennessee, Madison Smart Bell (Quando le anime si sollevano, Il signore dei crocevia, il Napoleone nero, ed. Alet). Una lettura imponente, significativa, approfondita, seppure vista con gli occhi di uno straniero. Ma alla raggiunta indipendenza politica gli haitiani hanno ben presto pagato – nel 1824, al titolo disarmante di “indennizzo per i coloni” - un costo altissimo, comperando il silenzio dei cannoni delle navi da guerra francesi al largo della costa con un debito di 150 milioni di luigi d’oro, approssimativamente 21 miliardi di dollari attuali, debito che ha costituito l’alfa (e forse l’omega) della loro parabola di vittime di ogni possibile saccheggio. In poco più di 200 anni sull’isola si sono succeduti i marines (la prima volta nel 1914 quando ritennero prudente garantire un debito del governo haitiano prelevando due casseforti della Banque National d’Haiti, la seconda dal 1915 al 1934, la terza dal 1959 al 1963) e l’ombra dei marines, nelle persone dei vari dittatori che in forme sempre più creative hanno depredato l’isola, da Lescort a Magloire brache di ferro ai Duvalier padre e figlio a Cédras. Senza considerare quei Presidenti che, dopo aver rappresentato la speranza di un popolo intero, sono passati dal coraggio rivoluzionario di sciogliere l’esercito (Aristide del primo mandato, terminato guarda caso con un colpo di stato dopo sette mesi) alla militarizzazione di bande criminali che hanno rispolverato le violenze e la ferocia dei tonton macoutes duvalieristi, a loro volta affrancati e cooptati al governo. Un paese che è il peana dell’assenza dello Stato, che ha rappresentato il trionfo della dottrina Monroe del cortile di casa, dove prima del terremoto una popolazione analfabeta al 70% (il fratello dello studente protagonista di Bicentenario di Lyonel Trouillot – Edizioni Lavoro, 2005 - getta la pistola sul tavolo e afferma: “questa qui si chiama Glock ed è la mia laurea”)  aveva accumulato senza rendersene conto un debito estero di 1.9 miliardi di dollari ulteriori ai debito dell’indipendenza, onorato sino allo stremo. Un paese tropicale ormai senza più foreste e senza più coltivazioni, dove si importano anche il riso e le banane.

Una storia potente e feroce, dunque, che entra a pieno titolo e a piene mani nel vissuto e di conseguenza nel racconto di ogni scrittore haitiano. Così che, anche prima dello spartiacque costituito dal terremoto, si manifestava evidentissima una caratteristica peculiare della letteratura haitiana, o almeno di quella che si ha occasione di leggere nelle traduzioni italiane: il racconto, ogni racconto, è profondamente radicato nella storia del paese, non ne prescinde mai, anche quando sembra voler suggerire che altro sia il tema, perché “il passo dell’uomo appartiene alla terra che calpesta” (come ricorda Lyonel Trouillot in Teresa in mille pezzi, Epoché, 2005). Questo vale in primo luogo nella letteratura in lingua creola più legata allo studio e alla valorizzazione della tradizione orale, una produzione che, anche solo per tale ragione, non può che essere più attenta ai temi della matrice africana come fondatrice della coscienza nazionale e dell’identità linguistica.  Morisseau-Leroy scrive in creolo di mambo e di santi e di morti e degli eredi della popolazione indigena – i vyinvyin - che vivono in un luogo nascosto sotto la roccia rimbombante di suoni misteriosi sulla quale sorge un quartiere rurale della città di Grand-Gosier dal nome quanto meno curioso: Vaso da Notte. Eppure, all’interno di questo mondo fantastico e pieno di significati religiosi e spirituali, così estraneo ad ogni modello di narrazione per noi tradizionale, l’autore non dimentica – perché non vuole e perché non può dimenticare – di raccontare, seppure in termini fantastici e “magici” (nelle forme di quel realismo magico che è ritenuto cifra stilistica peculiare della produzione letteraria haitiana) la storia del riscatto di Eminans, contadino caparbio, analfabeta e innamoratissimo, che viene catturato e torturato dalla polizia che nella sua casa ha trovato alcuni giornali vietati, nascosti dalla “sua” Maryéta.

La presenza costante di temi sociali legati alla storia e alla politica costituisce in altri termini un’eredità inevitabile, tanto da caratterizzare anche gli autori che scrivono in francese o in inglese, anche quelli che più di altri propongono temi e strutture narrative a noi vicini e abituali. La scrittrice più conosciuta e meglio distribuita in Italia è Edvige Danticat (premio Flaiano nel 1999 con Annabelle della canna da zucchero - ed. Piemme). In un delicato e intenso omaggio ai due padri che le hanno segnato la vita (il padre biologico emigrato negli Stati Uniti, e lo zio al quale era stata affidata da bambina e che per lungo tempo le fece da genitore) la Danticat insegna come anche un’epopea familiare può magnificamente sposarsi con l’affresco che consapevolmente rappresenta le dinamiche e i movimenti sociali, senza dover cambiare registro narrativo e conservando unità stilistica e intensità emotiva.  Così in Fratello sto morendo (Piemme, 2008) i genitori e i fratelli e le numerose zie e gli zii entrano ed escono continuamente dal percorso alluvionale della storia dell’isola ben rappresentando tutte le contraddizioni esplosive che la segnano (è un caso che il movimento rivoluzionario che sosteneva il primo Aristide si chiamasse Lavalas, cioè, in creolo, qualcosa come “torrente in piena”?). Dello zio Joseph viene raccontata la parabola che lo porta senza soluzione di continuità, e nemmeno di principi, dal sostegno armato al fondatore del Partito degli operai e dei contadini, Daniel Fignolé, alla predicazione pacifica nella sua chiesa, sino ad arrivare alla fuga, ricercato dalle bande criminali (le chimères) che, dopo essere state al soldo della  polizia ed essere state loro braccio armato contro l’opposizione in rivolta, continuano a vivere di vita ed armi autonome dopo la partenza di Aristide  nel febbraio del 2004, dettando legge in alcuni quartieri di Port-au-Prince e lasciando per le strade cadaveri decapitati. Interessante peraltro è considerare che, se lo zio Joseph come ogni maschio rappresenta la dimensione pubblica della storia di un popolo, sua moglie Tante Denise, al pari di altre figure femminili come la madre del protagonista di Bicentenario, incarna quella storia minore e nascosta, ma così potente, che nella lingua creola e nella dimensione orale traduce la memoria, il mito e la cultura di un’Africa perduta. Di Tante Denise, che è rispettosa dei santi cristiani ma anche dei loas della tradizione, viene ricordata la saggezza antica, confusa e disperata, che le fa raccontare ad esempio – a lei così devota e moglie di un predicatore - la storia di Dio e dell’Angelo della morte, che si trovano in rue Tirremasse e si sfidano a chi è più benvoluto dalla gente del quartiere. Bussano a una porta, e chiedono alla vecchia che li accoglie un bicchiere d’acqua, che a Dio viene rifiutato, non invece all’Angelo della Morte. “Perché l’Angelo della Morte non fa preferenze. Ci prende tutti, magri e grassi, giovani e vecchi, ricchi e poveri, brutti e belli. Tu, invece, dai la pace ad alcuni e la guerra ad altri, come a noi di Bel Air. Alcuni li fai rimpinzare di cibo e altri morire di fame. Dai potere a certuni e rendi indifesi altri. Dispensi la salute a qualcuno e la malattia a qualcun altro. Concedi a taluni tutta l’acqua di cui hanno bisogno e a noi appena un goccio.”

Quest’invadenza del ricco patrimonio di Storia e di storie nel territorio della narrazione, che nell’isola non ha lasciato indenne alcuna voce, trova d’altronde fertile humus nella malinconia propria di una produzione letteraria di autori a vario titolo “de-localizzati”, come lo sono in buona parte quelli dell’ultima leva, ad esempio Louis-Philippe Dalembert (“La matita del buon Dio non ha la gomma” Edizioni lavoro, 1997) che enfatizza la ricognizione dei luoghi dell’infanzia in un romanzo che si può definire di formazione. Perché questa è un’ulteriore e interessante caratteristica della letteratura haitiana: si presenta in molti casi come espressione di una diaspora del tutto particolare, esplosa ma legata indissolubilmente alla tradizione culturale della terra d’origine, ai suoi destini, alla sua forza e al suo incertissimo futuro. Non solo Louis-Philippe Dalembert, che ha vissuto anche in Italia, ma la Danticat, che vive a Miami, e la più volte citata Yanick Lahens, “colei che vive nell’andare tra”, o lo stesso Morisseau-Leroy che alla dittatura di Duvalier preferì l’Africa e poi gli Stati Uniti. Molti sono gli autori che hanno studiato all’estero (in Francia particolarmente) o che all’estero hanno formato la propria capacità creativa. Ma che all’estero hanno portato intatta la memoria della propria cultura o i temi della propria storia, come - e prima di ogni altro - la relazione conflittuale e irrisolta con l’uomo bianco. Dany Laferrière è scappato da Duvalier negli Stati Uniti a soli ventitre anni.  Quando una rivista americana gli commissionò un reportage sulla vita e le abitudini dell’società statunitense contemporanea, Laferrière decise di proporre in una serie di brevi racconti, a volte poco più che semplici immagini, il punto di vista del nero consapevole dell’appartenenza a una razza nei secoli dominata, di un individuo irrimediabilmente outsider anche quando si tratta di persona di straordinario talento e grande successo come Jean-Michel Basquiat (curiosamente un artista di origini haitiane)  che “fa fatica a trovare un taxi quando è appena sceso dal Concorde” (Cette grenade dans la main du jeune nègre est-elle une arme ou un fruit?, titolo orrendamente tradotto in Come diventare famosi senza far fatica, Baldini Castoldi – Dalai Editore, 2004).

In Fratello, sto morendo la storia recente dell’isola irrompe inesorabilmente anche quando le vicende si svolgono negli Stati Uniti, dove la Danticat raggiunge il padre, e dove lo zio ormai anzianissimo tenta inutilmente di entrare, morendo infine a causa di una vergognosa incuria medica da parte dei sanitari della polizia di frontiera che lo aveva rinchiuso in un centro di accoglienza temporanea perché privo di visto di ingresso. Il “terzo dell’isola” e il suo ingombrante patrimonio di vicende non smettono mai di bussare delicatamente ma con insistenza alla porta del racconto, con l’intento esplicito di acquisire il lettore allo status di cittadino caribico onorario. Tanto che anche i suoi elementi più repellenti (colpisce in modo particolare l’ossessione ricorrente per la decapitazione del cadavere del nemico – eco più o meno lontana del culto dei morti e delle credenze relative al ritorno nell’Africa promessa) o quelli più ingenuamente meticci (la costante compromissione della forte religiosità cristiana con riti e spiriti voodoo), o infine quelli tipici e “folkloristici” (i tamburi guerrieri, le storie africane della tradizione orale che si dice viaggino portate dai colpi di vento dei caraibi) ci accompagnano come elementi che con il tempo non mostrano più un volto al quale pensiamo come irrimediabilmente estraneo, ma invogliano e coinvolgono, rendono partecipi sino ad “abituare” non solo a quell’universo così distante ma anche alla lingua che lo rappresenta, e il cui uso, ai nostri occhi quantomeno inusuale nella costruzione sintattica, è sovente specchio di una poetica che esalta l’imagerie di strada, i suoi colori violenti e la fantasia sfrenata.

La strada e i suoi abitanti, dunque, più che le campagne, perché nelle strade si consumano le forze e i movimenti e si frantumano le altrimenti solide convinzioni culturali e religiose. E’ il romanzo “urbano” che si impone, tanto da far parlare Trouillot di un “viaggio permanente nella città, una sorta di road movie nella cloaca di Port-au-Prince”. Così che ciò che ci viene restituito sono elementi che si mescolano e non danno nulla per definitivo, e concorrono a rappresentare un movimento continuo e (spesso) collettivo: da René Philoctète (autore di Ces iles qui marchent, Editions Mémoires, Port-au-Prince) a Jaques Stephen Alexis (Compére Géneral Soleil, Gallimard, 1955), per finire a Lyonel Trouillot di Bicentenario, è il muoversi nella città il protagonista del racconto. In quest’ultima opera d’altronde il riferimento è ben più che metaforico: la storia è quella delle ultime due ore di vita di un giovane che partecipa alla marcia di protesta disarmata, indetta dagli studenti per una domenica mattina della fine del 2003 e repressa nel sangue dalle incursioni delle bande criminali e della polizia.

E come nei duecento anni della storia dell’indipendenza si agita una quantità di fatti che difficilmente può trovare un paragone possibile con quella di altri stati o territori (nel suo piccolo, l’Isola potrebbe rivendicare la definizione che Churchill diede dei Balcani, come terra capace di produrre più storia di quanta non sia in grado di digerire) in altrettante pagine di un romanzo, al quale non è consentito trattenersi dal guardare alla società, la caratteristica spesso prevalente che ne determina la qualità non è la linearità dell’intreccio, ma la sovrabbondanza degli elementi poetici (e lato sensu pittorici). D’altronde, come ha ricordato in un’intervista Lyonel Trouillot, “l’armonia tra la proposta tematica e la forma è la condizione essenziale affinché il libro si avvicini a una certa verità”.

 

 

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