[A] Dall'Agorà di ClubDante

Alfredo Pita
Peru

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Lettera aperta al Presidente del Perù


29/08/2012

 

Signor Presidente, lo scorso 3 luglio, la Polizia nazionale e soldati dell’esercito peruviano hanno usato le loro armi da guerra contro semplici manifestanti a Celendín, nella provincia di Cajamarca, la mia città natale. La sparatoria criminale e selettiva ha lasciato un saldo di quattro morti, tra i quali un adolescente, e decine di feriti. Un quinto cajamarquino è stato assassinato lo stesso giorno, a Bambamarca, anch’egli a colpi di fucile, dalla polizia. E un mese dopo, il suo governo, comandante Humala, ha prorogato lo stato d’emergenza, o, per meglio dire, le condizioni per le quali bagni di sangue come questi si ripetano impunemente.

Con gli avvenimenti del 3 luglio, è giunta al suo culmine un’ondata di violenza e di aggressioni senza precedenti, contro la popolazione di Cajamarca, da parte della polizia e dell’esercito che il suo governo ha inviato nella regione per militarizzarla e intimidire gli abitanti che si oppongono al devastante sfruttamento minerario praticato dalla Yanacocha nella zona. “Perché ci trattano così?”, ha implorato un’umile madre cajamarquina in una manifestazione, in mezzo a una pioggia di proiettili, colpi con i calci dei fucili, calci e pugni della polizia. “Perché siete delle merde, figli di puttana!”, ha ululato con odio e rabbia il soldato che la stava aggredendo. Da quel momento, nel mio animo aleggiano domande che mi sarebbe piaciuto farle di persona, comandante Humala. È questa la considerazione in cui il suo governo tiene l’immensa maggioranza dei peruviani? Sono questi gli ordini che il potere ha dato ai nostri soldati e poliziotti sui rapporti con i loro fratelli? Chi ha ordinato loro di assalire e uccidere in questo modo?

Alla tragedia si aggiunge un’ironia crudele. Un anno prima, quei morti, feriti e picchiati, nella loro immensa maggioranza avevano votato per lei, per farla diventare presidente del Perù. Avevano votato per lei e per la speranza, per la sua promessa, lanciata in maniera libera e volontaria dai palchi e dalle piazze, di difenderli, di impedire che continuasse l’impero dello sfruttamento minerario selvaggio e delle sue macabre pratiche, che includono l’intimidazione sanguinaria, la violenza e la corruzione. Le vittime sono dunque state vittime di colui che ritenevano il loro salvatore.

Mi sarebbe piaciuto scriverle, signor Presidente, per salutarla e farle i complimenti per il primo anno di governo e per la realizzazione del programma che aveva promesso ai suoi elettori, al nostro paese, ma, lo vede, mi è impossibile. Devo confessarle di aver coltivato la speranza che nel suo recente Messaggio alla Nazione non solo ci avrebbe spiegato l’erratica, sbagliata e conservatrice politica che il suo goverrno sta applicando da quando è al potere, ma anche, e soprattutto, che avrebbe fornito una spiegazione coerente e che avrebbe chiesto scusa a Cajamarca – annunciando sanzioni – per i crimini di Celendín e Bambamarca, fatti barbari e inimmaginabili in qualunque società civilizzata. Per questo ho aspettato fino all’ultimo giorno di luglio e alla prima settimana di agosto, in attesa di una salutare rettifica. Non è arrivato nulla.

Se lei e il suo governo credete che Cajamarca sia un angolo sperduto del paese in cui si può umiliare e disprezzare impunemente, state commettendo un altro tragico errore. Al riguardo, devo forse ricordarle che in passato siamo già stati occupati militarmente in due occasioni: nel 1882, durante la guerra con il Cile, e nel 1932, dopo la rivoluzione di Trujillo. Nel primo caso, lei, da buon conoscitore della nostra storia, sa che Cajamarca lanciò l’ultima vittoriosa battaglia dei peruviani contro l’esercito invasore cileno, che i giovani studenti cajamarquinos, guidati da Gregorio Pita, José Manuel Quiroz ed Enrique Villanueva, diedero le loro vite a San Pablo in difesa della loro terra, dei loro ideali e della loro patria. Nulla di tutto questo è stato dimenticato. E nel 1932, rischiando molto, gli abitanti di Celendín protessero i rivoluzionari perseguitati e salvarono la vita, tra gli altri, allo scrittore Ciro Alegría, che stava per essere fucilato dagli sbirri della dittatura. Cajamarca, dunque, sa resistere e ha un passato a cui ispirarsi.

Ho esitato prima di inviarle questa lettera aperta, conscio che il genere espistolare ha perduto attualità. Le circostanze peruviane, e in particolare quelle di Cajamarca, per l’evidente volontà del suo governo di imporre il progetto minerario Conga, illegale fin dalle radici, rendono tuttavia questo invio urgente e irrimandabile. È ovvio che se non si verifica un cambiamento immediato nella politica del suo governo sull’attuale conflitto, i costi, a tutti i livelli, per il Perù e per Cajamarca, saranno elevati e terribili. La prego pertanto di riflettere sull’argomento e di tornare al suo programma di governo originario. È l’unica via d’uscita. Nessuno le chiede di fare la rivoluzione, soltanto di rispettare onestamente la parola data e di tornare al suo programma di vera trasformazione che un centinaio di scrittori e intellettuali ha avallato e sostenuto, offrendoci come garanti. Il popolo peruviano le ha affidato un mandato sacro che non deve essere tradito.

A questo punto, signor Presidente, non mi resta che chiederle di riflettere su ciò che comporterà per lei e per il suo governo la sua ostinazione a imporre un progetto che la maggioranza della popolazione di Cajamarca detesta in maniera intensa e documentata, non per odio ostinato nei confronti della modernità o dello sviluppo, come crede qualche malizioso e interessato, ma perché l’esperienza le ha fatto scoprire fino in fondo ciò che gli ecologisti di tutto il mondo adesso sanno: che lo sfruttamento ultraintensivo delle miniere devasta il pianeta e ammazza la vita. Lei si trova al centro di una pagina decisiva della Storia del Perù. Scelga lei come vorrà essere ricordato per sempre.

Attentamente

 

Alfredo Pita

 

Questa lettera è stata inviata lo scorso 7 agosto alla redazione di un importante giornale di Lima, La República. Il caporedattore della pagina dei commenti alla fine l’ha pubblicata, molto tagliata, nelle Lettere al direttore. Questa è la versione integrale. In certe circostanze, esprimere i propri punti di vista sulla politica del paese è una necessità; in questo caso, parlare con chiarezza al presidente Humala è, per me, un obbligo morale.

A.P.

 

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