[A] Dall'Agorà di ClubDante

Héctor Abad Faciolince
Colombia

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Due strade per gli scrittori


28/08/2012

Lo scrittore ha a disposizione due strade per scrivere le sue storie; due strade che non sono contraddittorie, ma complementari, ed entrambe, probabilmente, indispensabili: ripiegarsi su se stesso e alienarsi.Vale a dire, esplorare la sua interiorità, le profondità dell'io, o immergersi nella vita di altri, reali o inventati che siano, e tentare di vedere in profondità come sarebbero la vita, il pensiero e i sentimenti di questa persona, se è esistita, o come sarebbero se quel personaggio immaginario arrivasse a esistere. Soltanto attraverso questo processo mentale coloro che hanno vissuto resuscitano e coloro che non hanno mai vissuto prendono vita.

Di questo – anche se non soltanto di questo – è fatto questo mestiere e faccio alcuni esempi celebri. Il Funes dalla straordinaria memoria, lo stupendo personaggio di Borges, non è mai esistito nel mondo reale, né potrebbe esistere: le sue qualità mentali sono rare quanto lo sarebbe un personaggio con le ali al posto delle braccia. Borges ha trovato Funes in qualche zona oscura della sua stessa mente, concentrandosi su se stesso e portando al limite una delle facoltà più sorprendenti del suo animo: la memoria prodigiosa. Mediante l'espediente dell'esagerazione, Borges ha trovato quanto sarebbe assurda una memoria perfetta, incapace di stabilire categorie, per cui ogni foglia d'albero sarebbe così diversa da un'altra foglia d'albero, al punto che ognuna dovrebbe avere un nome diverso.

Tutti noi lettori parliamo di Funes come di un conoscente, come di qualcuno tangibile e comprensibile, sebbene non sia esistito, perché la sua creazione è stata potente. Tanto potente quanto la creazione di Ricardo Reis che, dopo essere nato nella testa di Pessoa, ha avuto una vita talmente dettagliata a Lisbona che ieri sera Pilar del Río mi ha portato nella casa in cui ha vissuto, secondo l'immaginazione di don José Saramago. E questa casa dove ha vissuto (in un libro) Ricardo Reis non era altro che la casa in cui sarebbe piaciuto vivere a Saramago, se avesse avuto i soldi per comprarla. È molto strano: nella città dove io sono stato professore di spagnolo per diversi anni, Verona, la gente visita la “Casa di Giulietta”, che ovviamente non è la casa di Giulietta. È anche possibile che un giorno venga aperta qui la casa di Ricardo Reis, che sarà tanto reale quanto la casa di Fernando Pessoa, nella quale sono stato durante il mio ultimo soggiorno a Lisbona, una casa che naturalmente mi è sembrata irreale quanto un sogno.

Neanche Don Chisciotte è stato un pazzo reale che girava per le strade della Mancia e di cui un notaio e giornalista chiamato Miguel de Cervantes Saavedra ha raccontato le imprese: Don Chisciotte era rinchiuso nella mente di Cervantes senza che lui lo sapesse. Borges l'ha detto con parole più belle e fondate:

Sospechándose indigno de otra hazaña
como aquella en el mar, este soldado,
a sórdidos oficios resignado,
erraba oscuro por su dura España.
Para borrar o mitigar la saña
de lo real, buscaba lo soñado
y le dieron un mágico pasado
los ciclos de Rolando y de Bretaña.
Contemplaría, hundido el sol, el ancho
campo en que dura un resplandor de cobre;
se creía acabado, solo y pobre,
sin saber de qué música era dueño;
atravesando el fondo de algún sueño,
por él ya andaban don Quijote y Sancho.

Sospettandosi indegno di altre gesta
come quelle in mare, questo soldato,
rassegnato a sordidi mestieri,
errava oscuro nella sua dura Spagna.
Per cancellare o mitigare il furore
della realtà, cercava quanto sognato
e gli diedero un magico passato
i cicli di Rolando e di Bretagna.
Contemplerebbe, affondato il sole, l'ampio
campo in cui dura il bagliore del rame;
si credeva finito, solo e povero,
senza sapere di che musica era padrone;
attraversando il fondo di qualche sogno,
in lui già andavano Don Chisciotte e Sancio.

Che Don Chisciotte stesse in fondo a un sogno di Cervantes è qualcosa che io non metto in dubbio. Piuttosto dubito che Sancio, così contundente, così naturale, così attaccato alla terra, non avesse un modello nel mondo dell'esperienza di Cervantes. Sostengo che così come Borges ha trovato Funes ripiegandosi su se stesso, mediante lo stesso esercizio spirituale usato da Cervantes per trovare Don Chisciotte in fondo ai suoi sogni, il ritrovamento di Sancho l'ha fatto alienandosi, affondando nel corpo, nel pensiero e nell'atteggiamento di molti contadini spagnoli decantati nel concentrato di un solo contadino. E Pessoa ha trovato Ricardo Reis ripiegandosi su se stesso, però Saramago l'ha trovato alienandosi nella lettura della sua poesia e dei pochi dati biografici forniti da Pessoa. Don Chisciotte è stato definito pazzo perché credeva che i personaggi dei libri di cavalieri fossero reali; a Saramago è stato dato dato il premio Nobel perché credeva nella realtà di Ricardo Reis.

Anch’io ho usato, in modo modesto, molto modesto, questi procedimenti di ripiegarmi su me stesso e di alienarmi. Nel ripiegamento su me stesso ho trovato, soprattutto, gli io che non sono stato, ma che sarei potuto essere. In numerose occasioni ho provato a dare vita a quei nostri alter ego che don Miguel de Unamumo chiamava i suoi “io ex futuri”. Userò le sue stesse parole per definire ciò che essi sono:
«Mi ha sempre preoccupato il problema di ciò che chiamerei “io ex futuri”, ciò che sarei potuto essere e che non sono stato, le possibilità che ho disseminato lungo il cammino della mia vita. […] È il nocciolo della questione del libero arbitrio. Quando un uomo si pone la questione di cosa sarebbe stato di lui se in un certo momento avesse preso una decisione diversa da quella che ha preso, è cosa da folli. Rabbrividisco dovendo mettermi a pensare a ciò che sarei potuto essere, nell'ex futuro chiamato Unamuno, che anni fa ho lasciato indifeso e solo...». E in un'altra occasione Unamuno aggiunge la suggestiva tesi secondo cui uno dei possibili Goethe sia stato Werther. Lo dice così: «Werther è l'ex futuro suicida di Goethe». Forse Ricardo Reis è stato l'ex futuro con casa di Saramago, il quale viveva in una casa che non gli piaceva.
Nell'esplorazione di coloro che non siamo stati, di coloro che potevamo essere ma che non si sono incarnati in noi - per fortuna, per coraggio o codardia, o persino per casualità - c'è un interessante vivaio letterario che deve essere esplorato attraverso il cammino del ripiegamento su se stessi. Una volta, in un saggio, ho esposto questa teoria di Unamumo per spiegare certi fenomeni letterari. Leggendola, due amici diversi e attraverso strade diverse (Dasso Saldívar ed Enrique López Aparicio), mi hanno segnalato un poeta che si era occupato con bellezza e ossessione di questo stesso problema. Quel poeta si chiamava Álvaro de Campos, che una volta ha scritto quanto segue:

Se in una certa occasione
avessi girato a sinistra invece che a destra;
se in un certo momento
avessi detto di sì invece che no, o no invece che sì;
se in una certa conversazione
avessi avuto le frasi che soltanto adesso, in
dormiveglia, elaboro -
se tutto ciò fosse stato così,
sarei un altro oggi...

A noi scrittori piace molto esplorare, ripiegandoci su noi stessi, gli uomini più felici o più infelici che potevamo diventare. Però esiste anche un’altra strada, quella dell'alienarsi, che non è necessariamente impazzire, ma semplicemente uscire da sé stessi. I miei dubbi più assillanti, recentemente, hanno a che vedere con la questione se devo cercare storie dentro di me, facendo ricorso all'arma fantastica della fiction, o se devo cercare storie al di fuori di me, impiegando lo strumento meraviglioso dell'osservazione, della descrizione fedele di qualcosa vista o conosciuta o suscettibile di essere indagata diligentemente. Lo strumento, diciamo, di Javier Cercas in Anatomia di un istante: trasformarsi nella mente di Adolfo Suárez, un uomo tuttora in vita, ma ormai senza anima, perché la sua mente vaga persa nelle nebulose dell'assoluta non memoria. È il procedimento dell'alienazione: essere un altro, ma un altro reale, un altro che effettivamente esiste o è esistito.
È stato questo il procedimento che anch'io ho usato per scrivere L'oblio che saremo. Così come la mia faccia, senza volerlo, si è andata trasformandosi nella faccia di mio padre, nello stesso modo, ma volontariamente, io ho voluto che la mia memoria e la mia mente fossero, per un certo periodo, la mente di mio padre. Ho voluto alienarmi in lui, cosa che non è stata tanto difficile, perché lo conoscevo intimamente. La questione è che quando ho visto che la sua memoria a poco a poco svaniva nella mia mente, quando ho visto che il suo ricordo si era quasi cancellato dalla mente di quanti l'avevano conosciuto, ho pensato che io avevo l'obbligo, per il mio mestiere, di farlo passare un'altra volta attraverso il filtro del mio cuore, evocandolo con le parole, con tutta l'intensità di cui fosse capace la mia fragile memoria. Ricordare un altro, far passare un altro attraverso il filtro del nostro stesso cuore, è la maniera più intima di alienarsi.
La forma più alta del sacrificio umano, e persino del sacrificio animale, è dare la vita per un proprio simile. I meno buoni sono capaci di farlo solo per i propri figli e forse per nessun altro. Noi padri siamo capaci, credo, di frapporre il nostro corpo per fare da scudo alla spada o ai proiettili che vogliono ferire i nostri figli. Non siamo capaci di farlo, o è improbabile che lo facciamo, per i nostri genitori. Io so che avrei avuto il coraggio di frapporre il mio corpo davanti ai proiettili che avrebbero ucciso mio padre. Inoltre lui non l'avrebbe mai voluto, né permesso, così come io giammai vorrei che uno dei miei figli si sacrificasse per me.

Quando il sacrificio ci è negato, a noi scrittori non restano che le parole. Ci resta la risorsa di ripiegarci su noi stessi e alienarci per poi tradurre le parole esatte che abbiamo vissuto, sentito e pensato nella nostra immaginazione. Io ho tentato in questo libro, almeno per un periodo, di trasferirmi nella mente e nel corpo di questa persona che fa del bene per tutta la vita e che ciononostante alla fine è ricompensato con dei proiettili. Io non ho sentito quei proiettili nel mio corpo, né ho sentito dolore, né mi è fuoriuscito del sangue, però li ho quasi sentiti e ho quasi sentito dolore e mi è quasi fuoriuscito del sangue. Ho tradotto con le parole ciò che ho sentito, che ho ricordato, ripiegato su me stesso e alienato.
Questo è il merito, ma anche il limite di questo libro. Non è un atto eroico, non è stato un sacrificio, è un esercizio della memoria e dell'immaginazione. Essendo stato un esercizio di immaginazione e di empatia (dell'alienazione), sebbene si tratti di una persona reale, è anche un romanzo. Perché non sono romanzo soltanto i Funes, i Don Chisciotte e i Ricardo Reis. Sono romanzi anche le vite dei santi reali che si scrivevano ai tempi di Cervantes. E sono romanzi le storie di questi non-santi reali dei quali a molti di noi scrittori contemporanei piace scrivere.

 

Articolo tratto dal blog Quitapesares.

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