[A] Dall'Agorà di ClubDante

Andrea Cerroni
Italia

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Quale valore per la ricerca?


11/08/2012

In questi giorni dell’anno il pensiero mi corre spesso all’agosto 1945 e alle due atomiche esplose sul Giappone. Nagasaki, in particolare, mi sembra soffra dell’ombra tragica di Hiroshima. Eppure è un evento ancor più epocale. Con quel Disastro Mondiale la potenza distruttiva della conoscenza chiuse la Seconda Guerra Mondiale e avviò la Guerra Fredda, quale risposta americana all’invasione sovietica della Manciuria, avvenuta solo il giorno prima. A pensarci, concluse anche l’intera mondializzazione iniziata nel 1492, cui seguì presto un altro Disastro Mondiale. È dopo quell’agosto che il mondo si scoprì più piccolo, anche il benessere esplose, ma divenne più fragile e s’impose la logica nuova della knowledge society. Ma perché la conoscenza? Che cosa vale, oltre a benessere e distruzione che possono derivarne? La domanda è attuale perché in questi giorni c’è chi cerca di tagliare i fondi alla ricerca e finalizzarla all’innovazione. Dunque, non ne vede un valore, un fine in sé.

Abbiamo, in effetti, un’idea troppo astratta della conoscenza, ingenua e astorica, come se fosse ancora il segreto iniziatico di pochi adepti, la cui utilità si esaurisce nei benefici di pochissimi. Ma l’etimologia insegna che conoscenza vuol dire sapere condiviso e per condividerlo bisogna comunicarlo a molti. Non a caso la comunicazione è diventata vitale per una società in cui chi usa questo sapere non sono pochi saggi circondati da plebi incolte, ma masse di cittadini che reclamano il diritto a una libera scelta di vita. D’altra parte, insegna ancora l’etimologia, comunicazione è mutualità/mutamento, un reciproco cambiamento che lascia ciascuno con qualcosa di nuovo. Per questo il solo atto di comunicare è già un contenuto, un messaggio che si propaga da individuo a individuo attraverso lo spazio geografico e il tempo storico. Conoscere costituisce una comunità che si ricambia continuamente e che dura quanto il genere umano. Per questo la conoscenza è un’altra forma della nostra vita, né individuale né collettiva, ma sovra-collettiva. Vi hanno parte Omero ed Einstein, noi stessi e i nostri contemporanei, ma anche coloro che, non ancora nati, ci stimolano a proseguire la ricerca. La nostra specie è questo, oltre a quanto la rende simile ad altre.

Perché la conoscenza, dunque? Perché quel che ci fa umani, non è né un’origine né un destino, ma la destinazione che scegliamo, istante per istante. E per scegliere, per essere liberi dobbiamo conoscere il mondo in cui viviamo, che comincia dentro noi stessi. Il solo conoscerci, dunque, già ci cambia. Non ci si libera da soli, ma in comunità. E una comunità ignara del mondo è asfittica quanto la conoscenza di qualche tecnocrate che si arroga le scelte dell’umanità.

Non si ricerca, dunque, per pura curiosità. Ci sono domande del curioso alle quali non è ancora tempo di rispondere e che il ricercatore nemmeno si pone. In altre, invece, il ricercatore fiuta il tartufo del mutamento.

La ricerca, insomma, è la coltivazione dell’umanità. Rovescia il mondo e noi stessi, e in un giro di rovescio trova risposte alle domande del passato e pone domande che schiudono il futuro. Innoviamo, dunque, per cambiare questo mondo, che di esser cambiato ha bisogno. Da Nagasaki, però, arriva il monito a tenere accesa la fiammella della ricerca per cambiare anche il mondo cambiato. Perché sia l’ultimo Disastro Mondiale. Perché non cada quel che ci rende, giorno dopo giorno e mai una volta per sempre, esseri umani.

 

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