[A] Dall'Agorà di ClubDante

Manuel Moya
Spagna

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Le tombe fenicie


10/08/2012

Mi sono innamorato di Tangeri quando due giovani malviventi mi hanno, prima, circondato e, poi, puntandomi un pugnale, rapinato proprio nel cuore della medina. Non era del tutto colpa loro. Avevo avuto la sfacciataggine di addentrarmi nei suoi vicoli da solo, passata la mezzanotte. Dopo quel fatto, non so perché, Tangeri mi ha affascinato. Quei due poveri diavoli, senza saperlo, hanno fatto sì che Tangeri entrasse nel mio immaginario come una città veramente intrigante. Dopo questo volubile incidente ho frequentato la capitale del Rif alla ricerca non di nuove rapine, ma di quel qualcosa di ineffabile che avevo scoperto senza volerlo quella notte ormai nota. Ma se la rapina è stata giusto l'intuizione, la prima visita alle tombe fenicie è stata ˗ non ne ho il minimo dubbio ˗ l'esaltazione. In quella occasione mi accompagnavano Mario, Irene e Julio. Calava la notte. Sfiniti da una giornata frenetica, avevamo deciso di affrontare le salite della casba e raggiungere il pianoro del Marshan, dove era noto che vi fosse il mitico caffè Hafa, il luogo adatto per prendere un tè e accompagnare il sole al suo tramonto. Prima, un poco prima, avevo intravisto il vecchio stadio tra polverosi eucalipti, scendendo lungo una strada malconcia che sembrava finire in un promontorio, un portale di cartongesso aveva richiamato la nostra attenzione. Ci trovavamo di fronte alle cosiddette tombe fenicie.

Attraversando il portale mi sono soffermato a leggere la succinta descrizione archeologica esposta in un cartello discreto. Attribuite ai fenici, le tombe che ci apprestavamo a visitare, risalivano al XIV secolo A.C. e costituivano le prime vestigie della città. Dopo uno steccato di pietre fissate al suolo che forse servivano per delimitare il terreno, ci siamo incamminati verso la cima della grande roccia, che ricadeva sul mare come una pesante sottana. Una lieve brezza soffiava nella nostra direzione, lasciandoci un retrogusto salmastro sulle labbra. Sotto, quasi verticalmente a noi, una strada strappata alla roccia zigzagava alla ricerca del porto, inclinata sulla destra. Davanti a nostri piedi, giusto in cima al promontorio, apparivano decine di tombe scavate nella roccia, a malapena separate le une dalle altre e disposte parallelamente alla linea del mare, forse orientate verso il tramonto del sole. Siccome nessuno sembrava essersi preoccupato di delimitare il terreno dove si innalzava la necropoli, le persone si servivano delle fosse per introdurvi i piedi e sedersi più comodamente. Anche i bambini giocavano in mezzo alle tombe, di fronte all'indifferenza di tutti. La scena avrebbe avuto qualcosa di oltraggioso, se non fosse stato per la naturalezza con cui gli uni e gli altri si muovevano in quel luogo.

Ma appena uno posava i piedi sul giacimento, si dimenticava immediatamente del suo valore archeologico e si andava ad aggiungere alle centinaia di persone che, tranquille, assorte, con un atteggiamento quasi da preghiera, si lasciavano trasportare dalla contemplazione dell'orizzonte, con le nitide coste spagnole sullo sfondo, separate da questa parte soltanto da una luminosa breccia d'acqua solcata da lente navi e oscillanti pescherecci. La cosa sorprendente non era tanto la bellezza argentea del mare e delle coste che la distanza rendeva azzurrognole, quanto piuttosto la moltitudine di persone che, in silenzio, immersa nelle proprie meditazioni, sembrava contemplare il sordo spettacolo del tramonto. Del tramonto? Mentre il sole tramontava verso l'oceano, lasciando una meravigliosa macchia, prima, lattiginosa e, poi, sempre più rosacea, interrotta soltanto dalle sagome delle palme, le numerose persone che si appostavano sulle tombe non guardavano verso lo spettacolo del ponente, ma verso un nord che sembrava ipnotizzarli nella loro tranquillità fantasmagorica. Un poco sorpreso, ho iniziato a credere che era appena accaduto un qualche evento tragico nello Stretto e questa era l'esatta ragione per cui la moltitudine lo contemplava sospesa, però, per quanto guardassi verso la superficie satinata del mare, non vedevo altro che piccoli punti scuri e oscillanti che più che altro invitavano alla calma.

«Che cosa stanno guardando?», ho domandato a un ragazzo, che assorto dall'ambiente, era seduto a diversi passi da me, quasi in uno stato di trance.

Come ci si poteva aspettare, il ragazzo non mi ha risposto, però mi è bastato fissare lo sguardo su una donna che si portava i palmi delle mani agli occhi, per sentire un brivido che mi ha percorso la spina dorsale e capire inequivocabilmente la ragione per cui tante persone arrivate da ogni punto della città e anche da altri posti vicini, si riunivano al tramonto in un luogo del genere. Abbattuto, ho introdotto i piedi in una delle nicchie e, per un bel pezzo, sono rimasto in silenzio, provando ad assimilare il tremendo spettacolo che si innalzava di fronte ai miei occhi. Dissimulando, sempre più soffocato da un silenzio che sembrava provenire dalle stesse tombe, esaminavo i volti che scrutavano, estasiati, un punto remoto, le mani che cadevano con indolenza sui fianchi o si appoggiavano come colombe soffocate sulle ginocchia; mentre, una a una, cercavo di fissare le sagome che avevo di fronte, andavo sentendo, ogni volta con più forza, il tremendo malessere di una presenza come la mia, che in un certo qual modo macchiava lo spirito che ribolliva nell'ambiente.

Il ragazzo rimaneva al mio lato, assente, come se continuasse impegnato in una preghiera. Altri tre ragazzi vestiti con camice vivaci, si passavano una sigaretta e puntavano con le dita verso un luogo imprecisato. Poco più in là, una giovane madre spingeva avanti e indietro un passeggino, assorta dal mare. Due fidanzati univano i loro corpi immobili, quasi nostalgici, come se si sentissero davvero penetrati l'uno dall'altro. Un anziano batteva le mani sul braccio di colui che forse era suo figlio. Una ragazza di venti o ventidue anni sussurrava a un telefono che teneva incollato all'orecchio. Un uomo di mezza età puntava il dito contro un'imbarcazione a motore, che vicino alla costa, si dirigeva verso ponente. Una donna, che indossava una tunica color nocciola e un velo nero, rimaneva statica come una divinità di terracotta; imponeva la sua tranquillità di matrona, quella forza che sorge dall'immobilità. Un'altra donna, al suo fianco, vestita con un ayk, soffocava una lacrima e respirava l'aria del mare come se fosse il suo unico alimento. Un venditore di nocciole si aggirava per le tombe e offriva in silenzio la sua mercanzia. Un adolescente con una maglietta del Barcellona, si piegava sul manubrio della sua bicicletta e in esso, alienato da tutto, faceva scomparire la testa...

Nessuno di quei volti era salito fin lassù per svagarsi nella splendida visione dell'orizzonte, né per dilettarsi della serena contemplazione delle montagne che si affacciavano dall'altro lato del mare e che qualsiasi apprendista fotografo poteva catturare con la sua macchina. Nei loro volti non si disegnava l'estasi dinnanzi alla servile bellezza, né la serena emozione di fronte all'immensità. No, ciò che lì crepitava con una violenza sorda e unanime era il dolore della distanza o della perdita, la speranza in un mondo migliore, il sogno che era lì, alla vista, le voci di quanti erano rimasti in questa tomba scavata nell'acqua, il silenzio della separazione. Ciò che lì palpitava era l'assenza di quanti erano riusciti – o no – a passare dall'altra parte, la stranezza di un mondo in cui la vita sembrava migliore, il malessere di quanti presto o tardi si sarebbero messi in cammino, il tremendo sospetto che la morte ruminava laggiù, nelle acque risplendenti, contando come un avaro gli oboli dell'audacia. Ciò che sembrava assorbire ogni cosa in un mormorio sordo era il fratello di cui si erano perse le tracce, la figlia che aveva trovato un lavoro da cameriera in una città olandese, il ragazzo che era in carcere, quello che sarebbe venuto a settembre con i documenti in regola, quello che da cinque mesi non chiamava né scriveva, quello che proprio in questo momento era al telefono con la sua ragazza, quello che aveva lasciato il figlio appena nato nelle mani della moglie, quello che era riuscito ad aprire un internet point a Móstoles, quello che si era sposato con una francese e aveva una macchina e due figli francesi, la ragazza che aveva finito il liceo in Italia e adesso si iscriveva a pediatria, quella che aveva perso il bambino in un incidente d'auto, quella che aspettava in un commissariato di Malaga per essere rimpatriata, quella che... Intimorito, come chi, da un angolo nascosto da una tenda, contempla la preghiera di una moltitudine, ho provato a passare inosservato e ho capito che non meritavo la sudicia tunica che vestivo. Di fronte agli uomini e alle donne che lasciano volare le loro fantasie oltre il promontorio mi sono sentito vuoto e indifeso come le tombe che si aprivano sotto i miei piedi.

L'oscurità, molto lentamente, incombeva su di noi, trasformandoci in semplici ombre. Sotto, sulla strada tortuosa, i lampioni accendevano le loro luci gialle e domestiche. Con un ultimo forzo, il sole rivestiva d'oro le facciate e i minareti che si affacciavano orgogliosi sul pianoro di Marshan. La moltitudine abbandonava silenziosamente il luogo e il venditore di nocciole, seduto su una pietra millenaria, li vedeva passare accanto alla sua cesta di sparto, come se tutti facessero parte di uno stesso miraggio che ogni pomeriggio si rinnovava. E ce ne siamo andati da lì come chi ha assistito alle più intime delle preghiere, come se fossimo entrati in una moschea in pieno sole.

 

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