[A] Dall'Agorà di ClubDante

Amir Valle
Cuba

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Un cielo per Chavela Vargas


07/08/2012

«La morte non mi preoccupa. E può essere qualcosa di bellissimo, perché no? Però la questione è vivere come ho vissuto io: 93 anni, qui sulla terra». Questo aveva detto la grande Chavela Vargas, pochi giorni prima della sua scomparsa. È morta da poco, lasciandoci la sicurezza che la morte è, certamente, qualcosa di bellissimo, soprattutto quando si è affrontata la vita come ha fatto lei, fin da quando è balzata dai grigi e squallidi tuguri messicani nel cielo della fama, che lei stessa ha trasformato in uno spazio unico, in cui tutti noi possiamo godere della sua eredità: il cielo del suo mito, la grandezza dello spirito metamorfizzato in canzone.
Ha avuto un nome che sembrava le avessero dato per avere molte vite: María Isabel Anita Carmen de Jesús, e ha vissuto la vita di María e quella di Isabel, e quella di Anita e quella di Carmen. Ognuna con i suoi traumi e le sue passioni, aggiungendo ai suoi 93 anni di vita storie sufficienti per scrivere vari tomi di un’immensa saga romanzesca sui temi della povertà, del dolore, del disamore, degli odi, dell'irriverenza sessuale insieme alla dedizione al sogno di far crescere la sua voce, di far valere le sue idee, di trovare quel tempio dell'amicizia e dell'amore di cui una volta aveva parlato, e tutto sotto il segno della ribellione.
Era nata in Costa Rica, nell'aprile del 1919, però aveva detto che il suo paese era il Messico. E così è stato: tutti i giornali del mondo hanno parlato della morte della “messicana” Chavela Vargas, che ho ascoltato per la prima volta a metà degli anni Ottanta a casa di una carissima scrittrice cubana, una delle poche che in quegli anni si azzardava a proclamare la sua omosessualità. Aveva trasformato Chavela nel grande esempio da seguire in un paese dove essere lesbica era un “peccato”, perseguito come una “deviazione del nostro passato capitalista”. E ricordo che, orgogliosa, aveva raccontato come, secondo quanto scrivevano alcuni biografi, l'irriverente e allora giovane Chavela fosse riuscita a sedurre un'esuberante e anch'essa giovanile María Félix, fino a farne una delle sue tante famose amanti.
L’abbiamo accolta diverse volte a Cuba, da quando era fuggita dal suo paesino in Costa Rica perché si voleva vestire come un uomo, e si era recata a Cuba (un paese all'epoca molto avanzato, in cui già nel 1940 la Costituzione stabiliva il diritto di voto alle donne) e da lì aveva raggiunto il Messico, che l'avrebbe vista trasformarsi in un mito del bolero e della canzone ranchera. Come dimenticare quelle sbronze durante gli eventi letterari della mia adolescenza in cui cantavamo stonando il suo grande successo Volver volver? Come dimenticare che è stata Chavela Vargas a rendere eterna, nella sua canzone Macorina, la prima donna latinoamericana che aveva sfidato la “legge degli uomini” guidando nelle strade dell'Avana degli anni Venti una vistosa decapottabile rossa? Come non cantare di nuovo, provando a tirar fuori il sentimento dall'anima, come faceva Chavela, Luz de luna o Las simples cosas?
C'è un cielo solo per lei, chi può dubitarne? E lì continua a rimanere questa donna che molti ricordano con una pistola in mano, fumando sigari e indossando poncho rossi; che nel 2004 aveva detto agli argentini: «Sì, penso che diventerò eterna. Passerà il tempo e parleranno di me in un pomeriggio a Buenos Aires. Quando un giorno inizierà a piovere, vi scenderà una lacrima, sarà una chavelacita molto piccola»; che nel suo recente e ultimo viaggio in Spagna aveva detto: «Certo che n'è valsa la pena. Ho detto addio a Federico, ho detto addio ai miei amici e ho detto addio alla Spagna. E adesso vado a morire nel mio paese»; questa donna che, dopo 93 anni di un'intensità paragonabile a varie vite, si è congedata dicendo: «Rimani lì, vita».

 

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