[A] Dall'Agorà di ClubDante

Stefania Nardini
Italia

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La scomparsa di Nicolini


05/08/2012

 

Non poteva che accadere in una calda estate. Come quell’estate che a Roma la gente uscì dalla case, andò nelle piazze a scoprire i film d’autore, a divertirsi a Villa Ada ballando fino all’alba. Non poteva che accadere in estate che se ne andasse Renato Nicolini, architetto, impegnato politicamente, mitico assessore alla cultura della capitale. Era un anno particolare: il 1977. Le strade della città  esplodevano di rabbia, di vita, di sangue. Erano gli anni di piombo e Roma sotto il coprifuoco della paura. Giorgiana Masi era stata uccisa in una carica della polizia, bombe, fumogeni  e P38 avevano seminato terrore in una città, all’epoca, ancora pacioccona.

Nicolini ebbe il coraggio di riprendersi  le strade, i grandi monumenti, come l’arco di Massenzio, e inventare cultura. Un fuoco d’artificio? Forse, ma quanto  fece bene a noi giovani di quegli anni divertirci o scoprire la celebre pellicola Napoleon di Abel Gance appena restaurata! Un’epidemia, l’estate romana, che colpì positivamente tutta la città spingendosi al di là del centro storico, lasciando un segno di continuità con le prime biblioteche circoscrizionali aperte anche nei quartieri più degradati.

La città raccontata da Pasolini, sia pure senza la scientificità di un progetto, arrivò agli occhi dei romani con i poeti a Castel Porziano. I  poeti erano quelli della beat generation e con loro c’era la Pivano: questo per dire che Ostia non era solo l’idroscalo, ma un’anima. A Roma si poteva essere randagi e con pochi soldi in tasca per nutrirsi di sogni. E noi, che eravamo giovani, avevamo bisogno di quello. Dei sogni sbattuti in faccia e divenuti realtà come un piatto di minestra offerto con il calore un po’ sguaiato dei romani.

Nicolini ovviamente fu anche polemica. “Effimero”: intorno a questo termine i giornali e le televisioni imbastirono dibattiti, confronti, anche litigi. Era l’Italia che litigava, che si azzuffava sul senso che avrebbero lasciato tutte le iniziative di rivitalizzazione del Renato de noantri.

In pratica, c’era chi lo attaccava sostenendo che la cultura doveva lasciare segni più visibili, più forti, nella coscienza collettiva. L’effimero di Nicolini veniva visto, da alcuni, come una grande sparata che scimmiottava la grandeur francese. Infatti c’era un orgoglio esibito, volutamente esibito, per dire: questa è Roma, il più bel palcoscenico del mondo!

Non erano anni facili. Noi giovani cronisti della capitale passavamo dall’Estate Romana agli attentati alle sezioni dei partiti. A Renato Nicolini, al quale sono grata per quella stagione, mi lega un ricordo. A proposito dell’effimero e di tutta quella polemica lo andai a intervistare nel suo ufficio nel cuore della città. L’intervista divenne, prima chiacchierata, poi discussione. Guardammo l’orologio. Erano le 14. E a Roma il pranzo è sacro. Risultato: rimanemmo chiusi dentro gli uffici dell’assessorato. Anche i vigili erano alla magnatora. La cosa ci fece ridere non poco. Renato de noantri aprì la finestra che dava sui Fori.

“È proprio bella!”. Incantato continuò a guardare Roma fin quando un vigile ci aprì. Era estate.

 

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