[A] Dall'Agorà di ClubDante

Jorge Volpi
Messico

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La scomparsa del Messico


06/08/2012

 

«Del Messico?».
«Sì».
«Allora, mi dica, cos'è successo al suo Paese? La sensazione è che il Messico sia scomparso dal mondo».

Sebbene malevola, l'affermazione dell'anziano diplomatico francese è condivisa, da più di un decennio, dalla maggior parte degli osservatori della scena internazionale. Dopo la sconfitta del PRI nel 2000, celebrata a destra e a sinistra, il Messico sembrava destinato a trasformarsi in uno degli attori più rilevanti del pianeta: si trattava del più grande paese di lingua spagnola, con una lunga tradizione di leadership nell'America latina, con un'economia pronta per una solida fase di crescita, un'enorme coesione sociale – comparata con le altre nazioni della regione – e una fiammante democrazia. Non sono passati nemmeno due anni prima e queste grandi speranze hanno cominciato a liquefarsi per poi, nel giro di dodici anni, rivelarsi un deplorevole naufragio. La colpa è, in buona misura, dell'inettitudine delle due amministrazioni del PAN, insieme all'irresponsabilità, all'egoismo e alla mancanza di visione globale della nostra classe politica.

Durante il governo di Vicente Fox, il Messico ha sprecato tutte le possibili opportunità. A un vigoroso inizio di gestione, segnato da una sincera volontà di cambiamento, dall'aspirazione di mettere in moto un governo plurale e dal desiderio di porre fine alle pratiche corporative e di corruzione dell'ancien régime, ha fatto séguito una riprovevole paralisi istituzionale – dovuta in buona misura all'immobilità del PRI nel Parlamento e nei singoli Stati federali – l'uscita dal governo dei quadri meno conservatori, una vita pubblica segnata dalla frivolezza del presidente e di sua moglie, e lo smantellamento della nostra posizione privilegiata nell'America latina.

Fino ad allora, il Messico era riuscito a bilanciare la sua politica estera tra l'irrimediabile cooperazione con gli Stati Uniti e l'indipendenza espressa nell'appoggio garantito a Cuba. Trasformandoci in una democrazia di pieno diritto, la relazione con la dittatura di Castro doveva modificarsi per forza, ma, nel frattempo, il Messico è stato incapace di trovare la nuova posizione che gli spettava nello scenario internazionale. All'appoggio corrisposto agli Stati Uniti dopo l'11 settembre succedette un'inimicizia sempre più rumorosa con gli altri paesi della regione. Così, mentre sul fronte interno Fox si dedicava a perseguire López Obrador, all'estero il suo ministro degli Affari Esteri, Luis Ernesto Derbez, non perdeva occasione per infastidire i nostri alleati strategici. Dall'altro lato, mentre Jorge Castañeda aveva favorito una vigorosa diplomazia culturale, capace di estendere la nostra influenza attraverso un organismo simile all'Instituto Cervantes spagnolo – l'effimero Instituto de México, copiato da Gabriel Quadri nella sua proposta dell'Instituto Octavio Paz – Derbez ha disarticolato il progetto senza alcun riguardo, soltanto per fare il contrario del suo predecessore.

Il conflitto post-elettorale del 2006 ha finito per rovinare l'immagine del Messico nel mondo proprio quando il Brasile consolidava non soltanto la sua ascesa politica ed economica, grazie a Lula, ma anche il suo marchio internazionale: un'immagine di solvibilità finanziaria, visione sociale e perizia internazionale che ha finito per cancellare dalla cartina un Messico che si lanciava maldestramente in una “guerra contro il narco” che, dopo sei anni di combattimento e più di sessantamila morti, si è rivelata un gigantesco fallimento.
Mai come adesso l'idea del Messico nel mondo è stato tanto svalutata: all'ammirazione che continua a destare la varietà e la ricchezza della sua cultura, si antepongono le immagini della violenza e dell'impunità associate alle donne di Ciudad Juárez, alle teste decapitate e ai corpi denudati sui ponti, le narcomantas (striscioni usati dai narcos, contenenti messaggi intimidatori) e narcobloqueos (blocchi del traffico realizzati dai narcos) e, soprattutto, l'opprimente incapacità del governo in materia di sicurezza pubblica. Per colmo, secondo le statistiche recenti, nemmeno in termini economici il PAN ha raggiunto alcun risultato in dodici anni. Tra i 18 paesi nell'America latina considerati, il Messico occupa la 17a posizione in termini di crescita dell'ultimo decennio, precedendo soltanto El Salvador. E la cosa più grave è che è tra i pochi Paesi, insieme a El Salvador, la Repubblica Dominicana e il Costa Rica, in cui il numero dei poveri è aumentato (di un 1,3% secondo i dati del CEDLAS - Centro de Estudio Distributivos, Laborales y Sociales - e la Banca Mondiale).

Il ritorno al potere del PRI nel 2012 non ha contribuito a migliorare questa immagine, non soltanto per la sua lunga storia di corruzione e autoritarismo, ricordato da tutti i giornali del mondo, ma anche per le denuncia dei voti comprati o estorti. È un peccato, perché esistono ancora le condizioni perché il nostro paese recuperi il suo posto nel mondo: possiede un'economia stabile, le prospettive di crescita si mantengono alte e, dinnanzi alla debacle della Spagna, avrebbe l'occasione di assumere la leadership delle nazioni ispanofone. Ma, fino a quando la nostra classe politica si mantiene così cieca e maldestra, non possiamo aspettarci che il Messico la smetta di rappresentare altro da una gloria del passato e da un'opportunità persa.

 

 

 

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