[A] Dall'Agorà di ClubDante

Lorenzo Pavolini
Italia

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Salute e lavoro, tra Taranto e Borgo Sabotino


27/07/2012

Sembra proprio che il ciclo di sviluppo cominciato in Italia negli anni Sessanta stia chiudendosi su di noi come una grande onda. Quella che si levava negli orizzonti d’entusiasmo postbellici – spaventando i pochi Bianciardi, Volponi e Pasolini, mentre praticamente tutti pensavano di avere la grande occasione di cavalcarla per un tempo sufficiente – è una muraglia che vista di fronte fa tremare. Perché proprio la misura di questo tempo è risultata sbagliata: tra le proprie aspettative e quelle di chi verrà dopo si gioca il destino di una comunità, se non di una intera specie. E oggi che tra presente e futuro non passa più un minuto sembra impossibile risanare un rapporto come quello tra diritto alla salute e diritto al lavoro per il quale servirebbe la pazienza e il denaro che abbiamo dissipato in questi 50 anni.

Migliaia di operai dell’Ilva bloccano in queste ore le strade di Taranto, dove la magistratura potrebbe decidere da un momento all’altro di sequestrare lo stabilimento siderurgico per violazione delle norme a tutela dell'ambiente, anzi notizie delle ultime ore parlano di sigilli già disposti e di imminenti ordini di custodia per alcuni dirigenti. Le perizie di questi ultimi anni sembrano parlare chiaro, l’aria della città ammala e uccide. Ma oltre 18mila lavoratori e le loro famiglie significano una città intera, un mondo che si è creato e si mantiene su quella unica prospettiva economica, un popolo che conta i suoi caduti ma che senza fabbrica sarebbe in larga parte perduto. Nel frattempo le cokerie e il camino E312 spargono i loro veleni e l’ambiente va devastato. Gli uni avrebbero bisogno di nuove prospettive d’impiego, che non ci sono, l’altro (l’impianto industriale, i terreni, le acque) avrebbero bisogno di un opera di bonifica lunga e costosa (per la quale gli stanziamenti non bastano mai). I libri di Alessandro Leogrande e di Mario Desiati sono molti anni che raccontano questa frattura antropologica.

Così come il documentario di Gianfranco Pannone “Scorie in libertà” ci racconta un conflitto che appare più sommerso e di cui torniamo ad occuparci solo quando una centrale nucleare in giro per il mondo perde pezzi. Anche qui il compromesso tra benessere e territorio, lavoro e salute è stato gioiosamente accettato (o meglio come dice uno degli intervistati cresciuto all’ombra dell’impianto nucleare di Latina: “mio padre aveva dieci figli da sfamare, stava a pensare ai pericoli del nucleare!”). Come l’Ilva nasceva a Taranto nel 1961, due anni dopo a Borgo Sabotino, (cinque chilometri da Latina, a un passo da Roma quindi) entrava in funzione un reattore nucleare su progetto inglese. Il referendum nazionale del 1987 lo ha fermato, ma intanto restano le scorie radioattive e intorno si pescano cefali abnormi. Gianfranco Pannone traccia un diario personale (è nato a Latina nel 1963 e ha spesso coniugato impegno ambientalista e documentario) che può essere utile a tutti per riflettere ancora sulla storia di questi cinquanta anni e ritrovare una sapienza del dialogo e del fare.


 

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