[A] Dall'Agorà di ClubDante

Iaia Caputo
Italia

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Quando muore un uomo


30/07/2012

La verità, per quanto terribile possa apparire, è che esistono alcuni tra noi più vivi di altri, più di altri necessari: la loro perdita si manifesta come un oscuramento improvviso del nostro orizzonte esistenziale, un’eclissi di luce che ci lascia più soli e smarriti. Non solo per noi che ne abbiamo sofferto la scomparsa, ma per una quantità di individui che neppure conoscevamo e che mai conosceremo. Quando ci abbandonano queste persone, destinate a restare vive molto più di tanti vivi, anche dopo la loro morte, ci sentiamo più prossimi alla morte di quanto ci sentissimo un frammento di tempo prima che ci lasciassero, e da quel momento la nostra stessa mortalità diviene, se è possibile, più certa e ineluttabile.

Giuseppe D’Avanzo era una di quelle persone. Ruvido, esigente, collerico, ironico, inquieto, anche la generosità e la dolcezza, come i lampi di tenerezza, erano accessi: arrivavano improvvisi a investirti, e rischiaravano una discussione o un gesto con la stessa rapidità con cui cambiano i cieli in prossimità del mare. Era, forse, l’uomo più potente che avessi conosciuto, nel senso della forza d’animo, della determinazione, del carisma di cui era dotato. E sospetto che egualmente poderose dovessero essere le sue fragilità, che teneva acquattate molto al di sotto della superficie visibile. Da questo punto di vista, e da molti altri, era un maschio nato nella Napoli dei primi anni Cinquanta: aveva fatto in tempo a conoscere e a riconoscere paure e debolezze, ma non a smettere di credere che dovessero combattersi, e magari nascondere. Tuttavia, più di molti altri maschi della sua generazione si era sottoposto a un’incessante autoeducazione sentimentale, e il punto più alto di questa sua faticosa formazione stava nell’armonia domestica che aveva costruito con la sua donna e con la figlia di lei che aveva imparato nel tempo ad amare, fino a trasformare questa avventura di una paternità adulta in una delle ultime, più intense passioni della sua vita.

Non aveva mai dubitato che il suo posto fosse nel centro esatto dell’esistenza delle persone che l’amavano, ma sapeva ripagare il privilegio di cui si riteneva in pieno diritto, con un’intensità riverberante di sentimenti. Non aveva mai pensato, neppure per un istante, che quel lui faceva, cioè il mestiere di giornalista, cronista sempre, e poi inviato, corsivista, inchiestista fuoriclasse, commentatore autorevolissimo e implacabile fustigatore degli abusi e delle menzogne del potere, o meglio dei poteri, potesse passare in secondo piano, o non venire considerato fondamentale da chi gli stava accanto; eppure la dedizione di chi gli stava accanto veniva ricambiata da un senso profondissimo di responsabilità, da un farsi carico senza limiti o esitazioni.

Da quando Giuseppe D’Avanzo, che per me come per tutti i suoi amici era Peppe e basta, è morto ho pensato: se n’è andato un uomo, forse uno dei pochissimi che ho conosciuto nella vita, e questo pensiero non mi ha più lasciato. Perché se un uomo è l’impegno della parola data, il sentire l’amicizia come sacra, l’idea che quel che conta è cosa sei capace di realizzare e quanto lasci di te in quel che fai, e poi la sfida, la paura di perdere e il piacere di vincere; ma anche l’accettazione della sconfitta possibile e dell’irrilevanza di gran parte delle vittorie ottenute; il gioco duro, il gioco pulito, il gioco di squadra, beh, allora lui lo era. Un uomo antico. E dentro quel suo spendersi ostinato, coraggioso, talvolta ossessivo, trovava sicuramente posto anche il piacere purissimo per la battaglia. Le aveva combattute tutta la vita, nella sua straordinaria parabola di giornalista atipico e di intellettuale così anti-italiano: partiva alla ricerca delle notizie, delle prove, dei fatti, poi ordinati da un lavoro di riscontro maniacale, e quando il «pezzo» o l’inchiesta erano pronti per essere «sganciati», iniziava il suo corpo a corpo con una scrittura per la quale non aveva mai provato alcun compiacimento narcisistico, ma che, come tutto il resto, con gli anni aveva educato e plasmato e affinato alla chiarezza e al rigore della prosa civile. Stava squieto e concentratissimo fino a quando non aveva raggiunto l’obiettivo: disvelare la menzogna, provare la malafede, ricostruire l’inganno e la frode. Ma gli ci volevano i libri: nel tempo, erano diventati per lui sempre più necessari per decifrare una realtà che si faceva ogni giorno più indefinibile e inquietante. Gli sembrava che non bastasse più il mestiere, la passione e la dedizione che metteva nella ricerca delle notizie e nella ricostruzione dei fatti, comunque oscuri, e che gli avvenimenti di questa epoca tragica non fossero più interpretabili se non alla luce di una riflessione di cui accresceva continuamente lo spessore. Mi piace immaginare che insieme alla responsabilità di un lavoro fatto bene, con metodo e coscienza, sentisse quella del pensiero e dello studio.

Credo che soprattutto quando era più giovane usasse spesso la metafora della «trincea», e non poche volte spiegava a chi mostrava di non condividere fino in fondo la sua ossessione da segugio che lo portava per lunghi periodi a isolarsi da tutto il resto, che lui «la mattina metteva l’elmetto e andava a combattere». Ed è probabile che a questa passione per le battaglie non fossero estranee certe ostinate avversioni che nutriva ora per uno ora per un altro tra quanti facevano parte di quell’affollata genia di colleghi accomodanti, o di quelli che chiamava «servi» e «camerieri», o di disonesti. Bastava un gesto di viltà o una debolezza di vanità eccessiva per diventare bersaglio del suo disprezzo. Che riservava con quell’intensità soltanto agli uomini. Con le donne era, diciamo così, più dialettico, le giudicava meno, e temo le prendesse anche in minor considerazione tra i suoi possibili «nemici».

Però, se è possibile che i nemici gli fossero necessari, certamente gli erano indispensabili gli amici. Pochissimi, fidati, amatissimi. Non ha mai frequentato qualcuno per ragioni mondane, di semplice convenienza, di opportunità sociale. Detestava le feste, rifuggiva le fotografie, che infatti quasi non esistono, e nonostante fosse conosciuto in tutto il mondo – sue le Dieci domande a Berlusconi riprese da tutta la stampa internazionale; sua la definizione di «Egoarca» e di «macchina del fango»; sue le grandi inchieste su Telecom-Serbia, su Gladio, sulla mafia di Riina fino alla «cupola» della P4 – solo una volta, vent’anni fa, si era lasciato convincere a partecipare a una trasmissione televisiva. Esperienza che non aveva mai più voluto ripetere. Persino i suoi libri si rifiutava di presentare. E seppure è ipotizzabile che dietro questa ritrosia si celasse una timidezza, persino una certa fragilità emotiva, la verità è che aveva fatto della discrezione una fede, una misura estetica che coincideva con la sua visione dell’etica, non solo professionale.

Peppe se n’è andato assurdamente, incomprensibilmente, ingiustamente presto, e certamente molto prima di poter assistere a qualunque accenno di felice riforma dell’identità nazionale. Se n’è andato avvolto nella bandiera della «sua» nazionale di rugby, un anti-italiano che amava il meno italiano degli sport. Se n’è andato, e così si è risparmiato di leggere il saluto che gli hanno riservato i suoi «avversari». Avrebbe avuto diritto a nemici migliori, Giuseppe D’Avanzo, lui che ha speso l’intera vita per fare di questo brutto Paese che è l’Italia una democrazia meno malata e anomala; avrebbe avuto diritto a una diversa qualità del conflitto, a ben altra sostanza del disaccordo.  Ma questa è l’Italia che ha lasciato, e che, a un anno dalla sua scomparsa, ancora più povera e miserevole resta senza di lui.

 

 

Tratto da Il silenzio degli uomini, Feltrinelli, Milano, 2012.

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