[A] Dall'Agorà di ClubDante

Santiago Gamboa
Colombia

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In Etiopia sulle tracce di Rimbaud


10/08/2012

I.

Vista dall’aereo, Addis Abeba sembra un piano inclinato. Un verde altopiano che si innalza e si perde nelle montagna di Entoto, le cui cime si vedono lontane. In amarico, la lingua principale del paese, Addis Abeba vuol dire “fiore nuovo”, fiore su una terra in pendio che si estende dai 2.300 ai 3.000 metri di altezza, più in alto di Bogotà e di Città del Messico. Sono le terre alte dell’Africa, senza zanzare né malaria. Il sole è brillante, anche se inoffensivo e il vento rinsecchisce la pelle. Di cosa profuma questo “fiore nuovo”? La mattina presto, a parte il denso aroma del caffè, profuma di vento freddo della montagna e di carburante di motori non molto oliati, di fumo di fuochi, e di monossido di carbonio, di tubi di scappamento dei taxi e degli autobus che salgono alacremente per viale Bole verso piazza Maskal, uno dei centri della città.

Però Addis è solo una tappa, perché la mia vera metà è Harar, la città in cui il poeta Arthur Rimbaud visse i suoi ultimi dieci anni, così compro un biglietto della compagnia Salam Bus e mi preparo per un lunghissimo viaggio. La vecchia linea di treni francesi che collega Addis con Dire Daua e il mar Rosso, sulle coste di Gibuti, è interrotta. Non c’è scelta. Potrei andarci con un malandato aereo dell’Ethiopian Airlines, ma voglio vedere il paese, le sue montagne e i suoi fiumi. Voglio vedere i suoi villaggi e i suoi casolari.

E finalmente, rotta su Harar!

II.

Non è ancora buio quando arrivo su un lato di piazza Maskal per prendere l’autobus. Da lì partono i mezzi di trasporto per tutto il paese e quello che vedo è una specie di enorme parcheggio, vuoto a quest’ora. Fa freddo. Una donna trascina un carrello con diversi thermos. Prendo un caffè e aspetto. Alla fine compare l’autobus, un veicolo moderno, color verde limone, e un gruppo silenzioso di viaggiatori, intirizziti dal freddo, comincia a salire a bordo. 265 birr (15 dollari) per dieci ore e mezza di tragitto. A poco a poco l’alba va sorgendo da dietro i tetti dei sobborghi di Addis, finché, davanti a noi, non appare la strada, due sole carreggiate ma ampie, con un asfalto che sembra essere stato rifatto da poco. Poi mi diranno che sono stati i cinesi a rifarlo, dato che hanno grandi investimenti in Etiopia (petrolio e gas). Harar è a est, vicino alla frontiera con la Somalia. Usciamo dal versante occidentale dell’altopiano inclinato. La vegetazione continua a essere verde, anche se di arbusti secchi e spinosi. La terra è nera, come argilla vulcanica. Tutto è molto secco nonostante l’altezza. «È per il vento», mi dice uno dei miei vicini. Ben presto sorgono strane montagnole, colline che sembrano giganteschi gusci di tartaruga caduti sul pianoro. L’autobus si ferma ogni tanto e suona il clacson per disperdere greggi di capre. Sul ciglio della strada compaiono asini con carichi di legna legati sul dorso, bambini scalzi che incitano delle vacche con sonagli di legno e qualche cammello. Si vedono casolari di capanne rotonde con i tetti di paglia. La temperatura sale. Vicino agli animali ci sono sempre dei bambini, e le ragazze portano in braccio i loro fratelli minori. Poco più avanti, quasi a mezzogiorno, vedo un bambino seduto accanto a una pozzanghera marrone. Santo dio, beve quell’acqua! In fondo, tra le dune e i rovi spinosi, una donna cammina ben dritta portando sulla testa un’enorme teiera. Sembra un quadro di Dalí.

A mano a mano che la strada scende, appaiono delle coltivazioni e la terra si fa più fertile: è la terra rossa d’Africa (dicono che abbia questo colore per il sangue degli schiavi). Vedo coltivazioni di mais, orti, rami di banano. Migliorano le condizioni dei contadini. Negli abitati si scorgono capanne quadrate con i tetti di zinco, mischiate a quelle tonde di paglia. Le pareti sono di terra battuta e legno. La vita è in strada. I bambini si avvicinano all’autobus chiedendo scatole vuote, bottiglie di plastica. Sono dei riciclatori. Qualcuno fissa il veicolo con uno sguardo profondo. Magari sogna di andarsene, qualche giorno, su uno di quegli autobus. Le donne vendono confezioni di frutta. Mandarini e banane. Dentro l’autobus, un televisore trasmette un film di Jean Claude Van Damme a tutto volume. La gente è solidale. Qualcuno dietro di me apre un pacchetto di patatine fritte e le offre ai vicini. Un altro distribuisce dei mandarini appena comprati. Poco dopo l’autobus si ferma in un abitato, è ora di pranzo. Ci sediamo in una specie di cantina e tiro fuori la borsa con i panini al formaggio. Abbiamo mezz’ora. Chiedo una birra. Il mio vicino di posto ordina una inyera con salsa piccante di pollo. Si chiama Neibiy e va a Harar a visitare la famiglia. È ingegnere, e lavora nella capitale. Gli domando se c’è molto lavoro nelle opere pubbliche e risponde di sì: «A Addis c’è un vero boom dell’edilizia». L’inyera è l’elemento tradizionale della cucina etiope, una specie di strato di pane nero, di una consistenza che ricorda una spugna o la gomma, su cui servono salse chiamate wot, lenticchie e verdure. A prima vista non è molto attraente, dato che sembra uno straccio da cucina, verde e rugoso. È fatto di cereali fermentati, soprattutto di teff. Il pasto consiste nel tagliare parti di inyera con la mano e fare dei panini con la salsa.

Alla fine prendiamo un caffè, che Neibiy non mi lascia pagare.

Si riprende la marcia. La strada diventa un’irta mulattiera. Sono le terre alte. Sul lato sinistro dell’autobus si vedono infiniti pianori, un orizzonte che potrebbe trovarsi a centinaia di chilometri. È una vista maestosa, costellata di falchi e marabù. Ogni tanto vedo alberi che sembrano uccelli con le braccia piegate, simili agli ashok dell’India. Cos’è? «Si chiama ziqba», dice il mio vicino Neibiy, «e quello lì è il Wanza, dalle foglie più chiare». Ben presto l’autobus arriva a un enorme incrocio di strade pieno di gente, case mezze costruite e uno strepitoso mercato. È Dira Daua, dove c’è l’aeroporto. «Da qui ad Harar sono soltanto 50 minuti», mi dicono, e l’autobus sale nuovamente su per la montagna.

III.

Da quanto tempo sogno di arrivare ad Harar?, mi domando sulla terrazza del Ras Hotel – 16 dollari a notte colazione inclusa – mentre mi riprendo dal lungo viaggio in autobus, bevendo una birra Harar Beer, a meno di 500 metri dalla cinta muraria, vicino al mercato dove le donne in abiti colorati vendono fasci di cipolle impolverate, verdure marce, peperoni ordinati su delle pezze, a terra, in piena strada.

Arthur Rimbaud attraversò queste mura 130 anni fa, però i muri e le pietre accatastate ai lati sembrano essere gli stessi. Tranne che per qualche edificio fuori dal Jegol (mura), per la maggior parte di dubbio gusto, deve essere cambiato poco da allora. “E all’aurora, armati di una ardente pazienza, entreremo nelle splendide città”, scrisse Rimbaud alla fine dei suoi Deliri II, un testo pieno di profezie sulla sua stessa vita.

All’arrivo, quello stesso pomeriggio, sono passato sotto l’arco occidentale, quello di Asmaddin Beri, ripetendo nella mente quegli stessi versi. In quella parte delle mura vi sono bei minareti di influenza araba, però il muro è in gran parte di terra e pietra secca. La porta è una torretta di mattoni con un arco ogivale decorato con una breve calligrafia islamica e due strisce di piastrelle gialle. Intorno c’è uno dei tanti mercati, un mercato povero in cui la gente offre i suoi prodotti su tele o stuoie, mentre le cose migliori sono disposte sulle ceste. Tutto appare abbastanza impolverato. Ci sono mendicanti e lebbrosi. Faranyi, Faranyi!, mi gridano i bambini, e anche qualche donna dall’aspetto folle.

Il Jegol, la città fortificata – 20.000 abitanti oggigiorno – ha cinque entrate antiche e una nuova che permette il passaggio dei veicoli, la Harar Gate, verso la via Andegna Menguet, l’arteria principale che porta alla piazza centrale. Questa strada è fiancheggiata da case di due piani e magazzini in ogni porta. Venditori di stoffe, gioielli, soprattutto oro e argento; confezioni e regali, negozi di alimentari. Macellerie in cui si squartano cammelli e capre, con i pezzi appesi alla porta (con gran goduria delle mosche). Tutto commercio locale. Non ci sono negozi di souvenir o cose del genere, e questo mi conferma che è un luogo a malapena toccato dal turismo. Seduti a terra, si vedono i masticatori di qat, la foglia verde dalle proprietà anfetaminiche naturali, una delle ricchezze della regione. In ogni angolo ci sono donne accovacciate che vendono mazzi di foglie verdi a un dollaro e mezzo. Le colline circostanti sono coltivate con arbusti di qat, perché quello dell’Harar è il migliore del paese e si esporta in Yemen, Oman e negli Emirati Arabi. Tutti i giorni partono aerei pieni di foglie, dato che le sue proprietà perdono rapidamente efficacia. Gli antichi egizi le consideravano sacre e l’OMS le ha classificate come droghe nel 1980, però il loro consumo è legale. Vedo uomini scheletrici, con rami sfogliati intorno, che dormono sui marciapiedi polverosi. Tichaka, un giovane studente harari, mi dice: «Il qat ti fa sentire il re del mondo, e inoltre sostituisce il pasto». Quelli che non dormono guardano il cielo e bevono acqua. Hanno gli occhi rossi, fissi su qualche punto in alto, non si sa se interrogano il futuro o semplicemente guardano la lampada del palo, piena di insetti.

L’interno di Harar, al di là delle poche grandi vie, è una successione di stradine strette circondate da case a un piano di terra e pietra, con muri dipinti con stucco colorato, verde e azzurro, generalmente bianco. Per un istante, si potrebbe pensare di trovarsi in un paese del Mediterraneo meridionale, a Tangeri o addirittura a Santorini. La regione è a maggioranza islamica e per questo ci sono 82 moschee, molte di esse in legno. I due grandi padri della città sono autorità religiose: lo sceicco Abadir, giunto dall’Arabia nel X secolo, e l’emiro Nur, nel XVI secolo, che eresse la muraglia difensiva.

Il caso umano di Rimbaud è un mistero che prefigura quello di scrittori come Salinger o Thomas Pynchon: autori che non vogliono essere visti né riconosciuti da nessuno, che anelano a scomparire senza lasciare traccia. Dopo aver trasformato la letteratura dell’occidente con quanto scritto fino ai ventun anni, questo giovane francese, ardimentoso viaggiatore, abbandonò l’Europa, viaggiò in Medio Oriente e nel Mediterraneo, attraversò i paesi arabi, si sistemò a Aden e alla fine scelse Harar per viverci. Cosa vide qui? Cosa ce lo fece rimanere per dieci anni, fino a quando una malattia a un ginocchio non lo costyrinse a tornare in Francia per morire?

Vide donne di etnia oromo o harari, per la maggior parte musulmane – sebbene ve ne siano anche ortodosse – coperte con lunghe gonne di cotone ornate, veli colorati e tratti molto belli. Vide giovinetti – quanti ne amò? – filiformi, gli abasha (abissini), magri come sculture di Giacometti, deambulare nell’oscurità con i loro berretti, guardandolo con curiosità e, senza dubbio, chiamandolo faranyi. Tichaka mi dice: «Rimbaud rimase tra noi perché trovò una vita rude e selvaggia». Lui pronuncia Rambo e conosce soltanto Il battello ebbro, poesia impressa su un telone, nel centro culturale che porta il nome del poeta francese: una casa di legno a tre piani che appartenne a un commerciante indiano e che ora è stata restaurata. È un “centro culturale” molto modesto. La sua biblioteca è povera, lo stesso vale per la sala con i ritratti. Vecchie foto in bianco e nero, molte scattate dallo stesso Rimbaud, che pendono dal tetto. Qualche telone con poesie in francese e inglese. Poco altro.

Prima di venire ad Harar, nel 1880, Rimbaud viveva e lavorava in un’agenzia commerciale nel porto di Aden, oggi nel sud dello Yemen, ma un bel giorno venne riconosciuto da un giornalista francese che, per caso, vi era arrivato in nave. Posso immaginare che poco dopo, il tempo di sistemare qualche questione pratica, Rimbaud fuggì. Lungo le rotte commerciali doveva aver sentito parlare di Harar, ed è anche possibile che durante il suo soggiorno a Londra – tra il 1872 e il 1874, insieme al poeta Verlaine – avesse letto il viaggiatore Richard Burton, che aveva pubblicato un testo sulla regione in cui parlava di Harar come di un luogo proibito agli europei, “un mucchio di pietre su una collina”. Per Rimbaud doveva essere un luogo sicuro, l’attestazione che vi fosse un posto nel mondo in cui non poteva essere scoperto, e lì se ne andò, nel 1880, e nessuno ne seppe più nulla. Quando Verlaine pubblicò nel 1886 le Illuminazioni, scrisse nel prologo: “Si è detto molte volte che (Rimbaud) è morto. Non ne conosciamo alcun dettaglio, ma se fosse vero ci rattristerebbe molto”.

Non sono necessarie altre prove per dimostrare che ad Harar riuscì a scomparire, eppure nelle lettere alla sorella si lamentava di frequente: “Senza famiglia, senza attività intellettuale, perso tra neri che provano a sfruttarmi e a impedire che abbia successo nei miei affari, costretto a parlare il loro barbugliamento, a mangiare il loro cibo schifoso e a soffrire migliaia di fastidi provocati dalla loro indolenza, tradimento e stupidità”. La sincerità di tutto ciò è improbabile, dato che Rimbaud avrebbe sempre potuto tornare in Francia. Forse raccontava queste bugie alla sorella per nascondere il fatto che era felice vivendo lontano da loro.

Rimbaud parlava amarico e arabo ed ebbe amici tra la popolazione locale, visse perfino con una donna per più di un anno, e viaggiò, trovò in questo luogo polveroso e roccioso il rifugio perfetto per la sua anima agitata. Forse cercava nella distanza e nella solitudine un chimerico incontro con il padre, sempre lontano da lui nella sua infanzia, sempre laggiù nel deserto, in guarnigioni lontane. O forse, semplicemente, Rimbaud scelse di andarsene. Come dice lo scrittore Paul Theroux, “Arthur Rimbaud è il patrono di tutti noi viaggiatori che ci siamo ripetuti la sua domanda a cui è impossibile rispondere, pronunciata per la prima volta ad Harar: cosa ci faccio qui?”.

Fuori dall’hotel, di notte, si sentono gli ululati delle iene e l’abbaiare dei cani. Harar è pieno di iene e questa è una delle sue attrattive. Di notte, una strana follia invade la città. Le iene selvagge si avvicinano alle mura e un uomo le alimenta («Il figlio di Yusuf», mi dice Tichaka), dà loro ossa e avanzi di carne che raccoglie durante il giorno nelle macellerie. Si parla del mito dell’uomo iena, che viene a radere al suolo la città. Dare loro del cibo, di notte, è un modo per evitare che attacchino i contadini. Questo scabroso concerto notturno di cani e iene sembra sussurrare un verso di Rimbaud: “Tutta la mia collera permane intatta. Vi farò pagare tutto”.

La casa originale di Rimbaud, dice Tichaka, è stata abbattuta, però la giovane direttrice della biblioteca pubblica, Marta, mi assicura che oggi è un modesto hotel chiamato Wesen Seged, in piazza Feres Megala. Mi accompagna sul posto, che è lì a due passi, e lo vedo. Una casa a due piani, con due finestre azzurre in alto. «Lì, lì!», mi indica. Al primo piano c’è un bar abbastanza buio. I bevitori diurni mi guardano quando entro, come alterati. Quello che i loro occhi rossastri rilevano deve attraversare un denso strato di birra tiepida prima di arrivare al cervello. Mi spingo nella parte posteriore. Una scala di legno marcio conduce alle stanze del secondo piano. C’è puzza di urina. Lì, accanto a quella scala malmessa, penso al desiderio di Rimbaud di allontanarsi dall’Europa, di giacere per sempre in luogo sporco e privo di radici, dove l’unica cosa memorabile è il sorriso della gente. Le persone fanno sì che i luoghi più sporchi e lontani sembrino belli, per questo vi è una grande bellezza nella bruttura di queste povere città.

Città polverose, buie di notte, piene di esseri impazziti che masticano qat e bevono acqua, di accattoni maleodoranti, di anziane sdentate e folli, di lebbrosi. Così dovevano essere le città del Medioevo. Harar, in fondo, è un modo di tornare al passato, a qualcosa di speciale che non cambia nel tempo. Un luogo che Rimbaud già sognava da giovane e che aveva descritto anni prima, con queste parole: “Mi piaceva il deserto, le terre riarse, i banconi marci, le bevande tiepide. Mi trascinavo per le stradine maleodoranti, con gli occhi chiusi, e mi concedevo al sole, al dio del fuoco”.

Alla vigilia della partenza, ascoltando gli ululati delle iene sulla terrazza del Ras Hotel, rileggo la corrispondenza legata a Rimbaud e trovo una lettera del 1887 scritta da un viceconsole francese a Aden, in cui si chiedono informazioni su un compatriota chiamato Raimbeaux, o qualcosa del genere, che gli era stato affidato dalla polizia. Il soggetto non ha documenti e il suo aspetto è sporco e sgraziato, dall’andatura vacillante. Provo invidia per questa descrizione, che spero meritarmi un giorno. Poi vado a bermi qualche bicchiere con Tichaka al Bar Nacional, un locale antico, scuro e vuoto. È l’addio. Mentre gli occhi si abituano alla penombra scopro, sul fondo della stanza, un umile duo musicale: una cantante e un organista. Ordiniamo delle birre. Quanto finisce di cantare, la donna, vestita con un abito da sera, rivolge un inchino alla sala. Penso che sia l’inchino più triste, ma anche più bello, che abbia visto in vita mia.

Il giorno successivo ritorno a Addis.

 

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