[A] Dall'Agorà di ClubDante

Eloy Santos
Spagna

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Lazzari di Spagna


26/07/2012

llega el oído a este toro y oirás gran ruido dentro de él.

 

Rileggo in questo giorni il Lazarillo de Tormes. Giungo rassegnato alla conclusione che non è vero che la letteratura spagnola sia arrivata tardi al genere del terrore. Mi sembra piuttosto che l’abbia magistralmente preceduto con questo romanzo definitivo e terribile. Passo in punta di piedi per queste pagine, accaldate dalla temperatura della Castiglia, con un sentimento di oppressione simile a quello che ho sperimentato in altri luoghi di cui ho letto. Per esempio, nelle stanze umide del castello di Otranto o della Casa Usher. Ma no, non è questo, è peggio: nelle creazioni di Walpole e di Poe, l’ambientazione e la certezza dell’incubo saltano agli occhi. Qui, invece, le celle profonde non si vedono, e non si sentono i grugniti della ruggine, né il fiato mefitico e distruttore del mostro. Ma sono lì, seminascosti, camuffati con tale maestria che è impossibile distinguerli, e pertanto difendersene: la dimora tenebrosa coincide con la luce plumbea del mezzogiorno, i suoi temibili anfratti sono paesi e città di una geografia sonnolenta. Accompagno lo sfortunato protagonista, quel ragazzo povero di Salamanca, nel suo sperdersi nel lugubre labirinto del XVI secolo spagnolo. Con inquietudine e impotenza crescenti, lo vedo passare dalle grinfie del cieco a quelle del prete, dal malvivere dello scudiero a quello del frate, ascolto l’ostinato tamburo del suo cuore róso dall’abbandono, sento nel naso la sua paura e le sue ferite. A parte ciò che lui mi racconta, cerco di non perdere il filo in controluce di ciò che non sa raccontarmi perché non sa vedere. Come in Pedro Páramo o in The Others, mi apro il cammino verso il lungo brivido della verità: i suoi padroni e le altre figure umane del suo viaggio non sono che maschere, presenze spettrali che ignorano di essere morte e perciò continuano ad agitarsi, con gesti malvagi e meccanici, nel sepolcro mobile dei loro corpi. Il climax dell’orrore, già visto in tanti film, viene raggiunto quando la vittima è trasformata in mostro, zombi o fantasma, quando perde irrimediabilmente la sua condizione umana per mano di coloro dai quali fuggiva. Le ombre riescono a contaminare della propria morte l’incauto che cercava una vita tra di loro. Il protagonista è ormai un cieco fra tanti nella nobile casa del terrore. Fine. Che Lazarillo di Tormes sia stata considerata un’opera comica proprio nel paese in cui si svolgono le sue avventure è per me la goccia finale dell’orrore.

Disprezzo, umiliazioni, violenza e altre forme di abuso sono i ricorsi del metodo che finiscono per piegare lo spirito del bambino indifeso. Nella società irredenta e asfissiante descritta dal nostro autore anonimo non c’è via di scampo (significativamente, Borges ha sempre messo in relazione la “castiglianità” e l’implacabilità). La “trasformazione” di Lázaro culmina con la sua piena integrazione nel mondo che lo degrada come essere umano. E sebbene risulti doloroso (puro humour nero), non ci sorprende ascoltare i suoi ringraziamenti al torturatore per le lezioni ricevute e, soprattutto, per una certa comprensione della vita “reale” che altrimenti non avrebbe raggiunto: «…essendo cieco, mi illuminò e mi addestrò sulla maniera di vivere». Lo stesso Lázaro considera positivamente il luogo nel mondo che è ora suo grazie ai meriti del suo “addestramento”.

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Questo collage si intitola “Il popolo di Madrid riceve con giubilo i promotori di EuroVegas”, perché è stato realizzato a Madrid. Allo stesso modo può intitolarsi “Il popolo della Catalogna riceve...”. É dedicato a tutti coloro che considerano ugualmente penosa l'idea di costruire un mostro come EuroVegas a Madrid o a Barcellona (o in qualsiasi altro luogo del mondo).

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Illuminare lo spirito e addestrare alla vita era anche lo scopo della maieutica di Socrate (processo che implica un paziente accompagnamento di ogni essere umano in formazione), che, in epoche meno contorte della nostra, era considerata il modello di una vera istruzione umanistica. In contrasto con questa concezione nobile e antica, l’“addestramento” di Lázaro può solo essere considerato una forma di “anti-educazione”, poiché le sue premesse sono la negazione e lo sradicamento immediato di ogni accenno di innocenza, inclinazione o spirito personale, oltre al fatto che il suo ideale implicito non è che la sottomissione assoluta dell’individuo alle sue necessità e ambizioni materiali (da cui si ottiene una sottomissione al potere). Laddove la spiritualità socratica aspira al radicamento profondo dell’individuo nel suo essere, l’“addestramento” di Lázaro si basa sullo sradicamento e proclama ai quattro venti un dogma tanto ingiustificato quanto insensato: la tirannia di ciò che è materiale sulle possibilità dell’essre umano integrale. Questo percorso, naturalmente, conduce Lázaro de Tormes soltanto a un deserto materialista in cui le uniche cose che contano sono il cibo, la posizione sociale, l’oro, il potere…

La scena centrale di quest’opera è, secondo me, quella in cui, sulle rive del Tormes, incolpevole Giordano della penisola iberica, Lázaro riceve il suo battesimo di pietra, senza testimoni, in una cerimonia “nera”, indimenticabile, officiata da un Battista falso, cieco e cattivo. Naturalmente, nessuno Spirito Santo discenderà sul maltrattato, che, per di più, vittima di una violenza inaugurale inesplicabile, entra in uno stato di diffidenza permanente sia nei confronti della comunità umana in cui si muove, sia verso il suo intimo violentato. Più che Don Chisciotte che si scaglia contro i mulini e più delle oscure visioni di Goya, questo osceno abuso è uno degli episodi fondativi della nostra storia, e mira direttamente alle malconce viscere del nostro modo di essere collettivo. L’iniziazione maligna di Lázaro all’esistenza mi sembra un riferimento simbolico ineludibile al momento di parlare della nostra identità. Il puro colpo gratuito contro la materia dura, impartito per generazioni in mille modi diversi da infinità di diversi falsi maestri, ha perpetuato una concezione del mondo piatta, diffidente e rancorosa. La nostra. Che non riesco a distinguere da ciò che chiamano il “realismo spagnolo”, che tante ponderose analisi e entusiasmi suscita periodicamente fra benpensanti e intellettuali che dedicano all’argomento il loro tempo. A quanto mi è dato di capire, il famoso realismo spagnolo non è che una versione materialistica, impoverita e cinica della realtà. E anche interessata: di nessuno diffido più che di coloro che invocano il senso comune e il “realismo” per convincermi di qualcosa. Contro il “realismo spagnolo” ha impugnato le armi un altro personaggio di finzione, Alonso Quijano, e l’ha fatto in nome di una concezione incomparabilmente più complessa e più libera dell’esistenza umana, una visione integra da cui non sono state espulse l’arte dell’Immaginazione, la nobiltà di spirito e la Poesia. Il vero e unico nemico di Don Chisciotte è la per-versione della realtà che ha imprigionato le menti e i cuori dei suoi compatrioti, i veri e unici ammaliati del romanzo. Alonso Quijano non è l’idealista nel paese dei realisti, è l’unico realista in un paese di mutilati.

Questa sublime Spagna “realista” ha saputo perpetuarsi nel tempo, ha attraversato secoli, decadenze, guerre, esilii e speranze, è entrata a passo fermo nel XXI secolo e ha condotto il paese intero alla rovina. Né l’avvento della democrazia negli ultimi decenni, né il benessere ragionevolmente generalizzato, né la democratizzazione dell’insegnamento e della cultura sono riusciti a calmare la fame arretrata ed endemica dei lazzari di Spagna. All’inizio con diffidenza, poi con una certa eccitata cautela, guardandosi ancora di sottecchi, e alla fine rumorosamente, si sono messi a dar conto di tutti i grappoli d’uva che la vita metteva loro davanti. Senza regole, senza vigilanza, senza restrizioni. La figura attuale del “furbo” autoctono è discendente diretta di tutti i lazzari vinti e convertiti alla “realtà” della nostra ispanica storia. Sono una specie davvero temibile, sia perché è dotata di una straordinaria astuzia nichilista che perfeziona (aggrava) quella degenerazione “realista” che il Lázaro di Tormes letterario dichiarava essere il suo bene più prezioso bene, sia perché, grazie a un’oscura legge di imitazione, ha proliferato a dismisura. Se l’avidità è la malattia del nostro tempo, la via ispanica alla grande rapina universale è incomprensibile senza tenere in considerazione il prestigio sociale e le complicità di cui il “furbo”ha goduto qui. Non c’è istituzione, attività economica, classe sociale, municipio o famiglia che, in varia misura, non sia stato infettato da quella patologia “realista” che invita all’arricchimento immediato. La propagazione consentita e incitata dell’astuzia collettiva ha avuto nella pratica conseguenze analoghe a quelle delle centomila piaghe di cavallette sui raccolti presenti e futuri del paese. Lo scempio del territorio provocato dall’attività immobiliare fuori controllo è assoluto, irreparabile, un autentico monumento nazionale alla bruttezza e, senza dubbio, l’autoritratto più esatto dell’(in)cultura spagnola dei nostri tempi (e non posso evitare il sospetto che questa profanazione illimitata dei nostri paesaggi e delle nostre città sia stata la maniera scelta dall’inconscio collettivo per odiare noi stessi).

In quanto vittima, Lázaro de Tormes è degno di compassione e di fiducia: essere guidato da ciechi annebbia la vista, ma non la possibilità di recuperarla. In quanto colpevole, complice e propalatore della menzogna e dell’avidità, è semplicemente un pericolo per tutti, che bisogna tenere lontano dalla vita pubblica e forse sottoporre al giudizio della legge. Che altro pensare di tutti i nostri lazzari contemporanei?

 

 

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